Pasolini, Dostoevskij e un balordo

Quando, come stamattina, arrivo presto ad un appuntamento, mi piace vagabondare a piedi per la mia città (che come forse sapete è la più bella del mondo), pronto a cogliere spiragli di speranza che qua e là si affaccino tra le pieghe della realtà. Per di più oggi era una mattina gloriosa e la cosa in sé induceva a pensieri positivi.

Così camminando mi cade l’occhio su un muro, dove erano scarabocchiati due versi: “avevi fame e freddo agli occhi/ odiavi i ricchi e le macchine dei poliziotti”. Bellissimi. Un esempio straordinario di poesia popolare, mi informo e scopro che è una sorta di epitaffio per un balordo ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia qualche giorno prima.

Mi torna in mente subito Pasolini, le borgate che non ci sono più (nel senso che quelle di oggi sono inferni in terra, non quelle descritte da Pasolini), la fierezza popolare… insomma tutta una certa retorica di cui mi sono nutrito per anni. Rapidamente il mio slancio quasi epico si stempera, probabilmente quel ragazzo era uno spacciatore o comunque insomma non certo uno di quegli indimenticabili “ragazzi di vita” interpretati da Ninetto Davoli, però… però qualcosa in me resiste al cinismo di ritorno.

Se ancora nel cuore dei giovani, perfino dei più disperati, dei più “borderline” come si dice oggi, dei più violenti, rimane ancora un soffio di poesia, di vera poesia, se nonostante il rincoglionimento televisivo avvertono il bisogno di congedarsi da un amico affidando alla bellezza di un verso il loro ultimo saluto, allora forse dopotutto davvero si può ancora sperare.

Sì, ha ragione Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”

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