Ho paura del Signore che passa

Pasquale faceva il meccanico nell’hinterland napoletano, Vincenzo invece era un impiegato di Chieti. Pasquale aveva vent’anni e solo le sue braccia su cui contare, Vincenzo ne aveva quarantuno ed aveva moglie e figli. L’unica cosa che hanno in comune è che li ho incontrati una sola volta, ma sono stati due incontri indelebili.

Vincenzo ed io ci incontrammo una sera nella tromba delle scale di un ospedale, dove ero stato ricoverato per un piccolo intervento (del genere che capita spesso ai maschi quarantenni), lui invece non so perché era lì. La sera prima dell’intervento ero un po’ nervoso e quindi sono uscito sulle scale per fumare una sigaretta (a chi mi dice che dovrei smettere: non avete idea di quante occasioni di incontro offrono le sigarette). Così trovo Vincenzo seduto sugli scalini, in lacrime.

C’è una sorta di complicità istintiva in ospedale, il fatto di trovarsi lì tutti e due in pigiama abbatte le barriere sociali e il pudore; la consapevolezza che se uno è lì tanto bene non sta, crea un’immediata fraternità. Così mi avvicino e gli chiedo cos’è che non va.

A quel punto Vincenzo si sfoga, non gli pare vero di avere qualcuno che lo ascolti, ed è un fiume in piena, mi racconta tutto di sé, di un matrimonio fallito, di una moglie che gli fa la guerra, impedendogli di vedere i figli, della sua nuova compagna… parliamo in assoluta libertà per non so quanto, un’ora, forse due, ed oltre che ascoltarlo naturalmente azzardo anche qualche consiglio e lui mi risponde… insomma, intrecciamo una relazione vera.

Alla fine la fatidica domanda: “E lei? È sposato anche lei?” Quando gli ho risposto che sono un prete è stato come vedere una parete di piombo cadere tra noi, affrettatamente mi risponde: “mi scusi, non sapevo” e subito si alza e se ne va. Che tristezza quella sera! Povero Vincenzo, troppo prigioniero dei suoi schemi e forse troppo ferito da altri miei confratelli.

Fatto sta che non ho più avuto la possibilità di parlarci, non ho più saputo nulla di lui, delle sue due mogli (quella religiosa e quella civile), soprattutto dei suoi figli… chissà come sarebbe sorpreso di sapere che ancora me lo porto in cuore.

Pasquale invece irrompe nel mio ufficio in una fredda mattina di Gennaio di dodici anni fa, e subito mi domanda di confessarsi. Rendendomi conto che la situazione è particolare, liquido la persona con cui stavo parlando e mi accingo ad ascoltarlo. Pasquale ha ucciso il suo datore di lavoro, non a freddo, non è un killer, ma hanno litigato, ha preso una chiave inglese e gli ha spaccato la testa. Dopodichè si è rifugiato dal boss locale, che ha accettato di proteggerlo, ma in cambio ovviamente di qualcosa.

E così Pasquale da onesto meccanico è diventato un uomo di camorra, si è invischiato sempre di più, fino a diventare un killer vero, uno che uccide a freddo. Penseresti che gente così non ha più coscienza e invece il Signore è sempre in agguato, così, mentre passava davanti alla mia chiesa Pasquale ha sentito una voce interiore e non ha saputo resistere. Naturalmente lo assolvo, perché si vede che è davvero pentito, però gli chiedo anche di andare a costituirsi. Lui mi risponde che non può, che ha paura per la sua famiglia…

Quando Pasquale va via resto perplesso… ho spesso ripensato a quell’incontro (che credevo fosse un sostanziale fallimento), chiedendomi cosa avrei potuto fare o dire di diverso… Finché un paio di settimane fa suona il citofono… è Pasquale (stento a riconoscerlo, ha la barba ora, gli occhiali, parecchi chili in più e quasi non parla napoletano).

Pasquale mi racconta cosa è successo in questi dodici anni: si è costituito, ha trovato il coraggio, e dopo dieci anni di carcere è diventato un testimone protetto, ora vive a Roma (neppure io so dove), ma la cosa più bella è vedere nei suoi occhi che la luce ha sostituito il terrore da animale braccato che ricordavo.

Pasquale e Vincenzo hanno una cosa in comune, il Signore ha bussato alla loro porta, uno ha avuto il coraggio di aprire e l’altro no. Diceva S.Agostino: “timeo Dominum transeuntem”, ho paura del Signore che passa. Ho paura che passi ed io non lo sappia riconoscere.

Dammi Signore di essere sempre lucido e sveglio, per riconoscere quando passi nella mia vita, così che sia subito pronto ad aprirti.

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2 commenti

Archiviato in Piccole storie nobili

2 risposte a “Ho paura del Signore che passa

  1. Qui ha giocato il ruolo del Card. Borromeo nella conversione dell’Innominato! 😀

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  2. 61Angeloextralarge

    Continuo a commuovermi con queste storie di vita. Secondo me, visto che tu hai comunque seminato e che (bellissima sta roba!) stai continuando a pregare per lui, anche Vincenzo porterà frutto. Quando? Boh! Come? Ariboh! La Parola scesa non torna al Cielo senza ottenere quello che è stata inviata a fare, no? La preghiera non ottiene comunque qualcosa dal ielo, anche se non è quello che abbiamo chiesto? Ti immagini? Quanto sarebbe bello se in Paradiso tu incontrassi lui a altri che pensi di non avere aiutato! 😉
    Mi piace la faccina che mi hai messo! Gli occhi sono proprio i miei: uno più curioso e uno più serioso…

    N.B. copiato per la rubrica!

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