Perché si va in pellegrinaggio?

Come forse alcuni di voi sapranno sto organizzando un pellegrinaggio in Terra Santa, pellegrinaggio a cui tra l’altro siete tutti calorosamente invitati. Ho pensato quindi di pubblicare un mio vecchio articolo sulle ragioni del pellegrinare.

Perché si va in pellegrinaggio?

Nella sua traduzione della Bibbia, S. Girolamo, traduce il termine ebraico ger (straniero, immigrato), con peregrinus, che in latino significa forestiero. Nel vocabolario cristiano poi il termine si specializzerà, venendo a designare colui che viaggia a scopo religioso. Questo ci deve innanzitutto far comprendere che l’essere pellegrini è la condizione ordinaria della vita cristiana, Gesù stesso si è fatto peregrinus (“tu solo sei così peregrinus” gli dice Cleopa in Lc. 24,18). E noi cristiani siamo invitati a vivere come peregrini in questo mondo da S. Pietro (Cfr. 1Pt. 2,11).

Del resto Dio per primo per noi si è fatto pellegrino, lasciando la sua “dimora celeste” per camminare con noi; Abramo inizia la Storia della salvezza con un pellegrinaggio, nessuna meraviglia quindi che fin dall’inizio la Bibbia proponga il pellegrinaggio come pratica di devozione, prima verso i più importanti santuari del culto Jah­vista (Silo, monte Oreb, etc.) e poi dopo la costruzione del tempio con la pratica obbligatoria dei tre pellegrinaggi annuali al tempio.

Essere pellegrini quindi è viaggiare con un perché, è essere cercatori, è avere una speranza, è raccogliere una promessa.

C’è molta differenza tra il viaggiare da turista e il viaggiare da pellegrino. Il turista cerca un emozione, egli sarà quindi attento soprattutto alla bellezza, all’arte, ai paesaggi etc. è come un “consumatore” dei luoghi che attraversa, che sono per lui strumenti per acquisire emozioni.

Il pellegrino invece cerca in fondo se stesso. Il viaggio è per lui un interlocutore attraverso cui conoscersi, la sua attenzione quindi sarà innanzitutto al messaggio che la terra ha da dargli. Più che l’emozione il pellegrino cercherà la comprensione, non solo in senso intellettuale, ma soprattutto in senso empatico, egli vorrà diventare “amico” della terra che visita, perché essa gli parli.

Così il pellegrino tornerà dal suo viaggio cambiato, egli non sarà più lo stesso, perché la terra gli ha parlato.

Apparentemente i Vangeli sembrano andare controcorrente con questa tendenza biblica, dato che hanno un certo disinteresse per la geografia, a volte descrivono i luoghi in modo molto approssimativo (sebbene si debba notare che altre volte sono estremamente circostanziati), spesso non li nominano nemmeno (usando espressioni come “un alto monte” etc.). Ma questo distacco non significa in alcun modo disinteresse verso i luoghi che hanno visto la nascita del cristianesimo, tradiscono piuttosto l’uso liturgico del Vangelo e la loro destinazione universale.

Al contrario fin dall’inizio ci fu un movimento di pellegrinaggio verso i luoghi dove Gesù aveva vissuto, così Melitone, vescovo di Sardi, ci riferisce di un suo pellegrinaggio nella metà del II secolo e Origene e Girolamo vennero da Alessandria a stabilirsi in Israele per studiare la Bibbia nella sua stessa terra e con loro tanti altri più anonimi, anche prima che l’editto di Costantino di fatto superasse il blocco imposto da Adriano.

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Se poi qualcuno vuole partecipare trova qui le informazioni necessarie, oppure può scrivermi all’indirizzo fabio.bartoli@fastwebnet.it

1 Commento

Archiviato in De oves et boves, Spiritualità

Una risposta a “Perché si va in pellegrinaggio?

  1. 61Angeloextralarge

    Copio per la mia pagina su Medjugorje! E’ bene sapere perché ci si va.
    Smack!😀

    Mi piace

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