Un dolore che fa vivere

Nelle mie meditazioni quaresimali, riflettevo stamattina su un passo poco noto della seconda lettera ai Corinzi:

Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. (…) Vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati, ma ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte.” (2Cor 7,8-10)

Mi sono chiesto cosa volesse dire S. Paolo parlando di una tristezza “secondo Dio” e di una tristezza del mondo. Ha evidentemente in mente due sentimenti che si somigliano, ma hanno effetti diametralmente opposti sull’anima.

Mi sembra che ciò che intendesse potremmo esprimerlo nella differenza tra compunzione (uso consapevolmente una parola desueta, tra poco preciserò il suo significato) e senso di colpa. L’inglese ha mantenuto più dell’italiano la distinzione tra i due stati d’animo, parlando di regret e remourse.

Il senso di colpa nasce fondamentalmente dalla consapevolezza di un fallimento. Chi lo prova sente di non essere stato all’altezza delle proprie aspettative su se stesso, credeva di essere capace di un certo comportamento, ma alla prova dei fatti si è visto inadeguato, si è pesato sulla bilancia e si è trovato mancante. La compunzione invece mi sembra sorgere da un altro orizzonte, potremmo definirla come il dolore di aver involontariamente fatto soffrire chi amiamo. In estrema sintesi quindi potremmo dire che il senso di colpa nasce in ultima analisi dall’orgoglio o dalla presunzione, mentre la compunzione nasce dall’amore.

La compunzione quindi sarebbe quella tristezza “secondo Dio” di cui parla S. Paolo e il senso di colpa sarebbe invece la tristezza “del mondo” (nel linguaggio di Paolo il termine “mondo” non è, come nel nostro, il contrario del termine Chiesa, non è perciò una categoria sociologica, esso indica piuttosto lo psichico, l’umano, come contrapposto allo spirituale e divino). La prima fa vivere, il secondo “conduce alla morte”.

Che il senso di colpa conduca alla morte è un concetto talmente acquisito in psicologia e di cui ha una vasta prova chiunque abbia fatto un minimo di counseling che non vale nemmeno la pena di approfondirlo troppo. Il senso di colpa mi mette di fronte al più spietato dei tribunali, in cui non ho alcuna speranza di assoluzione dal momento che la vittima, il giudice e l’accusatore sono la stessa persona: me stesso. Poiché mi sento accusato da me stesso come potrò perdonarmi? E se non c’è perdono può esserci solo la prescrizione, la rimozione, ma, ancorché dimenticato, il senso di colpa continua ad agire nell’inconscio e spesso con effetti devastanti, portando spesso a quella “morte dell’anima” che è la depressione.

La compunzione agisce in tutt’altro modo, poiché nasce dalla consapevolezza di aver ferito chi amiamo, lascia aperta la porta al perdono, è sufficiente così una parola di benevolenza e di accoglienza da parte di chi abbiamo ferito perché tutto il dolore sparisca in un attimo e come se non fosse mai esistito, lasciando invece il posto ad un rinnovamento dell’amore, ad una crescita qualitativa del rapporto, in definitiva ad una gioia più grande.

Accade quindi che il primo dolore mi ha ucciso, il secondo mi ha fatto vivere.

E c’è di più, il dolore della compunzione produce un “pentimento irrevocabile”, infatti l’esperienza bellissima di essere perdonati allarga così tanto il cuore e l’anima da mutarla profondamente, immunizzandola, per così dire, da future tentazioni. Mentre il senso di colpa può produrre al massimo la autorepressione nevrotica di chi si sforza di non comportarsi più secondo ciò che sarebbe invece il suo desiderio spontaneo (autorepressione destinata a fallire e a generare nuovo senso di colpa in una spirale autodistruttiva devastante), l’esperienza del perdono muta il desiderio (dona “un cuore nuovo” per dirla con linguaggio biblico), per cui non è più necessaria alcuna autorepressione, ma semplicemente non si desidera più affatto di mettere in atto quei comportamenti che avevano scatenato la situazione iniziale.

Ovviamente il presupposto di una autentica compunzione è la percezione di Dio non come un ente di ragione, ma come una persona vivente, e della fede non come un’etica, ma come una relazione vitale, un rapporto d’amore con un Totalmente Altro a cui si dà del tu. Sarà per questo, perché così pochi sono i cristiani che hanno questa concezione “mistica” del rapporto con Dio, che oggi la psicologia sembra sostituire la pratica dei confessionali. Poiché infatti la maggior parte delle persone in realtà non provano compunzione, ma senso di colpa, per loro il confessionale è inutile e giustamente si rivolgono allo psicologo più che al confessore, poco importa a loro di essere perdonati da Dio, giacché non perdonano se stessi.

Credo anche che sia questo uno dei motivi per cui tanti oggi voltano le spalle alla Chiesa, perché troppo spesso, anche in tempi recenti, nella nostra predicazione e nel nostro annuncio abbiamo messo l’etica davanti alla grazia, finendo quindi per generare in chi ci ascoltava sensi di colpa più che compunzione, finché giustamente, stufi di farsi indurre sensi di colpa, gli uomini hanno smesso di ascoltarci.

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3 commenti

Archiviato in Bibbia, Etica & morale, Spiritualità

3 risposte a “Un dolore che fa vivere

  1. Marina M.

    E’ un bellissimo post, grazie.
    Ho sempre pensato che il senso di colpa ci leghi senza speranza al passato, mentre il pentimento vero – quello che nasce dalla relazione con l’Altro – apre al nuovo, al futuro.
    Io conosco poco il Vangelo e non sono neppure cattolica, ma una frase letta tanti anni fa ha sempre rappresentato per me una luce in momenti bui della mia vita: “…davanti a Lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. ” (1Gv 3,19-20).
    Ecco, solo se ci sentiamo amati da Qualcuno, riusciamo a perdonarci e a ricostruirci.

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  2. 61Angeloextra

    Ho letto, ma rileggerò più tardi (dove tu sai). Grazie per questo post e in particolare per: “il senso di colpa nasce in ultima analisi dall’orgoglio o dalla presunzione, mentre la compunzione nasce dall’amore”. Nel mio infinito orgoglio ho visstuo per anni con i sensi di colpa, soprattutto mi sentivo in colpa per aver perso anni dietro cose diverse dall’amore di Dio. Ringrazio il Signore per chi mi ha aiutato ad uscire da questa situazione: in primo luogo alcuni sacerdoti ed alcuni fratelli e sorelle di cammino.

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  3. Sicuramente ho provato tutti e due ,ed è vero quello che dici. Il perdono ci dà la pace,sapere che Dio ci perdona e ci ama così tanto è una vera consolazione,se così non fosse è allora che non potremo vivere.

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