Il prete superstar

I preti interessano. La constatazione di questo fenomeno che perdura a dispetto del laicismo e ateismo dilagante non cessa mai di sorprendermi, un’ulteriore riprova di questo fenomeno l’ho avuta vedendo che in meno di un mese di vita questo blog, che continuo a considerare secondario, ha ampiamente superato quello che raccoglie e documenta il mio lavoro sull’Apocalisse, che continuo ostinatamente a considerare quello primario.

Del resto filmografia e letteratura sono piene di figure di preti, alcune interessanti e altre risibili, alcune affascinanti ed altre irritanti a testimonianza di un interesse che, appunto, perdura. Mi interrogo allora: perché tanti preti di carta e di celluloide?

Forse mi sbaglio, ma mi sembra che nello spappolamento generale dell’uomo, e in particolare del maschio, i preti rappresentino un caso limite. Innanzitutto sono maschi che fanno voto di povertà, castità ed obbedienza. Lasciamo da parte il gretto e volgare umorismo ed anche le tristi cronache che spesso ne sottolinenano le cadute, resta il fatto che sono uomini che almeno per un momento, almeno una volta nella vita, hanno scelto di rinunciare a tutto ciò che il mondo considera importante (denaro, sesso e potere) in nome di un ideale più grande.

In questo senso incarnano a perfezione l’ideale classico dell’eroe, l’uomo cioè che non fa alcun conto di sé e si lascia assorbire interamente dalla sua missione. Per questo motivo saranno sempre al centro dell’attenzione, sia da parte di chi cerca in loro un modello da imitare, sia da parte di chi invece li vorrebbe denigrare ed abbassare per giustificare la sua inadeguatezza e povertà morale. Ogni eroe, perfino l’Uomo Ragno nel primo bellissimo film di Sam Raimi, sa di dover esercitare, suo malgrado, una duplice funzione, quella di modello e quella di capro espiatorio.

Eppure, per lo più (e, credetemi, ne conosco parecchi) tutto vorrebbero meno che essere additati come eroi. Nella maggior parte anzi, dovendo scegliere, preferirebbero mettersi nel ruolo del poeta (per citare la notissima antinomia dell’eroe e del poeta di Kierkegaard), che canta le gesta dell’unico vero eroe, che è il Cristo che han scelto di imitare ed annunciare. Ma il dito non può rinunciare ad indicare la luna solo perché una banda di stolti continua a guardare il dito…

Ci sono purtroppo anche i preti superstar, quelli che si lasciano sedurre dalle lodi e dalle celebrazioni mondane. Non sono molti, ma ci sono. In un gruppo di circa 30.000 (forse mi sbaglio, ma mi sembra di ricordare che questa sia l’ultima stima per l’Italia) si contano sulle dita di un paio di mani, eppure fanno più danni di una piaga biblica. Non voglio tuttavia far nomi per motivi di Carità, ognuno dia loro il volto che vuole. Questi nei panni dell’eroe ci stanno benissimo, sembrano nati per questo: gente che bada al look, attori consumati, che dicono la battuta e attendono l’effetto…

Ce ne sono di due tipi, perché la vera superstar si sceglie il pubblico, mica si può piacere a tutti, è una legge precisa del mercato, e allora ci sono quelli che recitano sul palcoscenico del potere, quelli che recitano sul palcoscenico della politica e quelli che recitano sul palcoscenico dei media, o della moda.

In genere li riconosci perché invece di rimandare a Cristo rimandano a se stessi, invece di inserirsi in una comunità presbiterale preferiscono agire come battitori liberi. Passano metà del tempo a parlare di se stessi e del loro lavoro e l’altra metà a denigrare i colleghi (per non parlare dei vescovi e del Papa). Se invece sono vescovi (ci sono anche un paio di vescovi superstar purtroppo) allora parlano più della Chiesa che di Cristo, intendendo però con la parola Chiesa non “il popolo di Dio guidato dallo Spirito Santo”, ma “La comunità dei credenti guidata da me”, così che parlare della Chiesa diventa in fondo una scusa per parlare di sé. Forse attireranno anche qualcuno a sé, ma così facendo li allontanano dalla Chiesa e quindi nel complesso il danno è molto più del guadagno.

Non li voglio giudicare, mi interessa invece capire come sia potuto accadere: perché se all’inizio della loro vita hanno scelto di scomparire nella triplice promessa oggi amano tanto stare al centro dell’attenzione? E’ stato forse illudendosi che così il Cristo fosse meglio annunciato? E’ stato un cedimento in buona fede all’inganno del maligno che in una versione aggiornata delle tentazioni del deserto prometteva massima visibilità mediatica? O forse è anche colpa di un presbiterio diocesano che non li ha saputi accogliere nel suo seno e valorizzare come forse meritavano? O che non ha saputo accogliere le esigenze di un’umanità comunque fuori del comune?

Ma intanto il prete interessa ed è sempre più al centro dell’attenzione. Sarà forse perché in modo oscuro questa società sente di aver bisogno di eroi e quindi quando vede uno che avrebbe il compito istituzionale dell’eroismo comportarsi come uno Schettino qualunque reagisce indignata, con il furore del figlio tradito dal padre, oppure sarà perché cerca disperatamente modelli positivi. Quanto aveva torto Brecht che diceva “beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”, questa frase può essere vera solo nell’utopistica ipotesi che tutti siano eroi, ma nella realtà quotidiana delle nostre medie piccolezze un popolo senza eroi è un popolo senza speranza e senza futuro, un popolo di bottegai annoiati e spietati.

Quanto più questo mi carica di responsabilità, specialmente nel mondo di vetro creato da Internet, dove non esiste più una dimensione privata e dobbiamo essere sempre pronti a rendere ragione di ogni più piccola scelta, anche della più innocente, come è accaduto a quel mio povero confratello, che merita certamente il premio sfiga 2012, almeno nella categoria ecclesiastici, per essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato, cioè sulla Costa Concordia.

Fa parte della scelta sacerdotale la rinuncia ad avere una vita privata? Io credo di sì. Von Balthasar definisce il prete come “l’uomo la cui essenza è totalmente assorbita dalla sua funzione”. Mi è sempre sembrata bellissima questa definizione, ma anche tanto impegnativa, terribilmente impegnativa, al limite del rischio di nevrosi. Anche per questo, io credo, abbiamo assolutamente bisogno di “cantine buie”, come quella di cui parlavo in un articolo di qualche giorno fa sul blog di Costanza. Solo il silenzio e la contemplazione ci preservano dalla pazzia.

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11 commenti

Archiviato in Attualità, Vita da prete

11 risposte a “Il prete superstar

  1. La citazione di Kierkegaard MI PIACE 🙂

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  2. Antonello

    Mi sembra di leggere sulla questione dell’identità del prete che poni, oltre che una tua visione critica e soggettiva, che alla fine del narcissmo (di cui la sociètà e quindi anche i preti possono “ammalarsi”) da cui parti, passando per l’estrema voglia di protagonismo, ritorni più sottilmente nello stesso punto con un ideale di un inesistente perfezionismo (non esiste una vita privata!? abbiamo bisogno di eroi come il prete che non puo essere lo sfigato colpevole! ma è un iper responzabilizzato che é tutto dono/nevrotizzato?). Forse un autore estromesso tempo fa aveva qualche ragione nel dire che da visioni come queste nascono i funzionari di Dio. Comunque apprezzo la tua riflessione nel senso che potrebbe suscitare la ricerca di altre strade ridimensionate anzi riumanizzate anche per il prete! e perchè no anche per qualche padre vescovo? 🙂

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    • Antonello, credimi, anche se possono essermi sfuggite un paio di espressioni un po’ forti che nascono soprattutto dalla rabbia per il danno che i “preti superstar” provocano, non è mia intenzione giudicare, ma cerco davvero di capire.
      Il povero don Donghi per me non è affato colpevole! Semplicemente, come scrivo nell’articolo, ha avuto la scarogna nera di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
      Quanto alla mancanza di una vita privata più che un’auspicio è la constatazione di un dato di fatto, almeno qui a Roma. Nella nostra Diocesi infatti c’è la prassi di far vivere il parroco nella casa canonica, cioè nelle pertinenze parrocchiali, in modo che sia reperibile e disponibile 7/24 e siccome la gente giustamente si aspetta che tu lo sia se cerchi di ritagliarti uno spazio ti fanno immediatamente notare che non sei MAI disponibile (il mai è ovviamente un’esagerazione, ma esprime quella che è l’aspettativa dela gente che sei chiamato a servire).
      Io come stile non di rado accolgo la gente nella mia casa oltre che in ufficio parrocchiale (anche perché d’Inverno questo mi consente di risparmiare sul riscaldamento), ma naturalmente la cosa implica un’ulteriore riduzione della privacy. Il fatto è che o sei l’uomo di tutti o non sei.
      Non so se ti riferivi all’articolo di Ivan Illich “metamorfosi del clero” che citavo qualche giorno fa ( http://letterepaoline.net/2012/02/15/metamorfosi-del-clero/ ) ma il fatto stesso che abbia ospitato una voce così diversa dalla mia dovrebbe farti capire che non ho posizioni conclusive in materia. E come potrei dal momento che la Chiesa stessa continua ad interrogarsi su questo?

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  3. questa dicotomia mi ricorda un po’ i due sacerdoti de ‘Il potere e la gloria’, di Graham Greene

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  4. 71Angeloextralarge

    Grazie don fabio! A me viene in mente un sacerdote che fa parte di una delle “nuove realtà della Chiesa”. All’inizio mi piaceva il fatto che fosse stato chiamato in una tv a dare una testimonianza della sua chiamata: le caratteristiche c’erano tutte! Bello, giovane, simpatico, con un sorriso molto “spirituale”. Adesso la cosa mis coccia! Per lui il fatto di apparire in tv, nei giornali, su youtube, etc. è diventato motivo di evangelizzazione dei giovani: purtroppo porta i giovani a sé ma non se ne accorge. Dalle mie parti ce n’era uno come lui: ho saputo purtroppo (ed è vero) che ha lasciato l’ordine perché è “caduto” con una delle tante ragazzine che gli si strisciavano addosso (ed è anche diventato padre). Sono anni che prego per lui e per i preti che tu definisci moooolto giustamente superstar: soprattutto per quelli giovani e “belli”. Poi su sto “preti belli” ha anche da ridire che se uno che è poco poco INSIGNIFICANTE si mette una tonaca od un saio diventa subito BELLO. Ma come stiamo messi?

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  5. Grazie di avermi segnalato questo articolo, don Fabio, mi è piaciuto.
    Solo che non sono d’accordo che un sacerdote non debba avere la sua vita privata. S’è vero che un sacerdote è di tutti, lo è anche di se stesso e prima ancora di Dio. Si riposava il gran Capo e vuoi che il Suo personale di terra debba essere diverso?
    Ci tengo ad uno stato psico-fisico a norma dei nostri sacerdoti, è vero anche che possono attingere a una fonte preziosa, ma sono pur sempre uomini. Anche nella vita privata un sacerdote rimane tale, ma è importante che abbia il tempo di curare se stesso, i suoi interessi, i doni che Dio gli ha dato. E ha bisogno di vacanze, buone e lunghe. Eviterei di prendere la nave, meglio di no.
    PS: c’è un’altra categoria di preti superstar, quelli che usano come palcoscenico l’altare e si lanciano in prediche dalla lunghezza de “il Signore degli anelli” ma senza averne lo stesso fascino.
    Ciao, don Fabio, e grazie ancora!

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