A volte ritornano…

Certi problemi difficilmente si risolvono una volta per tutte. Oggi nella mia parrocchia ci troviamo di fronte ad un problema che si è già presentato identico anni fa, così, visto che diversi miei parrocchiani mi leggono, vi racconto come lo risolvemmo allora:

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La commissario era evidentemente a disagio, da una parte sapeva che si giocava il posto, dall’altra il fatto di doversela prendere con un parroco (il sottoscritto nella fattispecie) ovviamente non le faceva piacere.

Come spesso accade, il suo disagio si traduceva in un aumento immotivato di aggressività (non me ne vogliano le mie amiche donne, ma ho sempre pensato che il mestiere di poliziotto non gli si addice), quindi di fronte alle mie proteste rapidamente comincia a “mostrare i muscoli”.

Oggetto apparente del contendere: un parco giochi per bambini (comunale) situato accanto alla parrocchia, oggetto reale: la mensa che come ormai sapete è un fiore all’occhiello della nostra comunità.

Flashback: cosa ha scatenato questa piccola crisi? Da un paio di settimane due barboni hanno eletto il suddetto parco giochi a dimora notturna e a luogo di bevute, con ovvio disagio per la popolazione e le famiglie. Una parte degli abitanti del quartiere (nello specifico facenti capo alla locale sezione di AN), con una logica che mi sfugge, ritengono che se i barboni si piazzano nel parco giochi è colpa della parrocchia che gli dà da mangiare, fanno quindi un esposto/denuncia a cui la commissario per dovere d’ufficio è tenuta a dar seguito.

Torniamo all’interessante discussione: la commissario mi dice (con parole un po’ più garbate, ma il senso era questo): “o quelli se ne vanno o io vi faccio chiudere”. Pacatamente (per modo di dire, in realtà bollivo), faccio notare che: 1) non spetta alla parrocchia mantenere l’ordine pubblico, né tantomeno pulire il parco dei rifiuti, visto che è terreno comunale 2) non può penalizzare un servizio che aiuta 400 persone per colpa di un paio di ubriaconi 3) in ogni caso non può vietarmi di fare la carità. A quel punto la commissario mi dice (queste sono parole testuali): “io piazzo una volante davanti al cancello e chiedo i documenti a tutti quelli che entrano, voglio vedere quanto va avanti la vostra mensa”.

A questo punto non tanto perché intimorito (anzi, per un attimo avevo anche preso in considerazione l’idea di fare una bella guerra mediatica), ma perché riconosco che a monte di tutta questa storia c’è un problema reale convoco i nostri “utenti” in assemblea ed espongo loro il problema. Come è logico all’inizio ci restano male, e molto. Non si deve pensare che tra i poveri ci sia una solidarietà istintiva, anzi, anche tra loro ci sono molti casi di razzismo e intolleranza, la povertà, come è logico, non facilita la solidarietà. Così all’inizio protestano, si sentono discriminati. Sono le donne a venirmi in soccorso, soprattutto una Eritrea che fa un discorso bellissimo, dicendo che anche lei è madre e che avrebbe paura a far giocare i suoi bambini in un parco frequentato da alcolisti.

Insomma dopo un paio d’ore di discussione decidono di autorganizzarsi in modo da isolare i disturbatori, detto fatto, formano un gruppo di custodia del parco che in maniera relativamente pacifica (con un paio di spintoni; avrebbe potuto andare assai peggio se fosse intervenuta la polizia) allontana gli ubriaconi. Già che ci sono a quel punto decidono anche di farsi carico della pulizia del parco stesso, armati di guanti da lavoro e sacchi neri (forniti dalla parrocchia) iniziano a pulire tutto, raccogliendo cartacce, bottiglie vuote, siringhe, preservativi e rendendo di nuovo il parco utilizzabile.

Ovviamente non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e così ancora c’è chi nel quartiere resta pervicacemente contrario ad ogni integrazione, ma per una volta la solidarietà (e il genio femminile) ha vinto, ribaltando una situazione e rendendo molto più accetta al quartiere la presenza del nostro dispensario e di tanti immigrati.

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