Provocazione o Evangelizzazione?

Sul bel blog “Vino Nuovo”, che raccoglie contributi di un gruppo di vaticanisti, ieri c’era un articolo interessante a firma di Alessandro Speciale che parlava di preti (anzi, nel caso specifico di vescovi) provocatori. Alla fine dell’articolo, Speciale scrive:

“Si sta diffondendo, temo, anche in ambiente cattolico, il disprezzo per quello che oggi viene liquidato come ‘politically correct’, ovvero il rispetto dell’altro; dilaga il gusto per l’affermazione provocatoria, in nome della rivendicazione ‘senza paura e senza infingimenti’ di una presunta ‘identità cattolica’, da sbandierare aggressivamente in faccia a un mondo ritenuto programmaticamente ostile.”

Il “politically correct” è locuzione indubbiamente fastidiosa e certamente nasconde quello che una volta i moralisti chiamavano “rispetto umano”, che in questa accezione assume un senso negativo, sottintendendo che si tace la verità per convenienza o per mantenere una falsa immagine. In questo senso indubbiamente non ne sentiamo alcuna nostalgia, ma per essere veritieri è proprio necessario essere anche scortesi?

Ah la cortesia! Curioso come cambiano i valori nel tempo. Nel medioevo era considerata una delle più alte virtù umane, vero carattere distintivo del cavaliere cristiano ed oggi viene derisa come inutile ciarpame, se non addirittura sospettata di connivenza con il nemico. Sembra quasi che, agli occhi dei più, essere cortesi significhi essere deboli; quando al contrario è il tratto inequivocabile di chi è davvero forte e quindi non ha bisogno di lanciare insulti all’avversario o di mostrare i muscoli.

Sarà il frutto di una generazione educata a forza di talk show, dove la sola cosa che conta è gridare (ricordo ancora con terrore l’unico talk show a cui, da seminarista, ho partecipato, nei tardi anni ’80. Già allora, con tutto che il conduttore era il pacato Zavoli, il clima era mefitico), sarà che in questa città l’arroganza la si respira insieme al poco ossigeno rimasto, ma sembra proprio che non ci si possa sottrarre al dileggio dell’avversario o peggio alla violenza verbale. Resta però il fatto che noi, proprio noi, non ci possiamo rassegnare, che anche in questo dobbiamo mostrare la diversità cristiana, quella beatitudine della mitezza che il Santo Padre incarna così bene.

Mi vengono in mente le infuocate polemiche tra G.K. Chesterton e G.B. Shaw, intellettualmente acerrimi rivali, ma personalmente grandi amici, che non mancavano mai di scherzare benevolmente l’uno verso l’altro e pur polemizzando aspramente si concedevano sempre, reciprocamente, l’onore delle armi. A poco serve in questi casi invocare l’argomento che siamo sotto attacco e che i primi a provocare non siamo stati noi, o non è forse vero che siamo discepoli di un Maestro che ci ha invitato a non rispondere al male con il male?

D’altra parte, però, la mia quasi trentennale esperienza di predicatore mi insegna che spesso provocare è necessario, specialmente quando si parla con chi ha l’intelligenza ottusa (participio di ottundere) dall’ideologia o dalla consuetudine o più banalmente da un cieco benessere.

Anche Chesterton del resto, pur con la sua quasi proverbiale cortesia e il suo understatement da gentleman inglese, era un provocatore non da poco. Ma c’è provocazione e provocazione, un conto è la provocazione che pro-voca (chiama fuori, costringe ad uscire) l’intelligenza ed un altra è la provocazione che si rivolge alle “parti basse”. Guai a noi se rinunciamo a parlare all’intelligenza del cuore e proviamo ad usare argomenti degni di “un Borghezio qualunque” (per dirla con Alessandro Speciale).

La provocazione all’intelligenza è un’appello alla coscienza dell’altro, un invito a superare di slancio gli steccati ideologici per guardare le cose da un altro punto di vista, in ultima analisi ha di mira il bene dell’altro, la sua conversione e quindi la sua salvezza. Per questa ragione cercherà sempre di usare un linguaggio che per l’altro sia comprensibile, e non un gergo astruso, di partire da un terreno comune, di sottolineare ciò che di positivo c’è nelle sue affermazioni prima di marcare le differenze.

La provocazione alla pancia invece è sempre un cercare consensi tra quelli della propria parte, è a questi che ci si rivolge in realtà, e non all’interlocutore. Sì mira a consolidare il proprio schieramento, compattandolo nella lotta, perché come diceva Freud “essere amici è avere un nemico comune”. Chi mira alla pancia dà per scontato che l’interlocutore sia irredimibile, definitivamente perduto, e quindi in effetti nasconde una mancanza di fede nell’azione dello Spirito Santo. Alla fine dei conti la provocazione alla pancia è l’espressione della ricerca di un successo personale, anche a costo di gettare benzina sul fuoco ed alimentare guerre di trincea, che, come si sa, non possono essere vinte.

4 commenti

Archiviato in Attualità, Spiritualità

4 risposte a “Provocazione o Evangelizzazione?

  1. 61Angeloextralarge

    Appena ho visto l’immagine che hai postato mi sono detta: “Ma con quanta arroganza dice di essere figlio di Dio! Ma che modi!”. E malignamente ho ri-pensato a quanti conosco che usano il “devi” andare a Messa… “devi” confessart”… “devi andare a Medjorje”… “devi….”.
    Sono convinta di avere incontrato il Signore al momento giusto, ma sono altrettanto convinta che se non avessi incontrato precedentemente “cristiani” che ostinatamente usavano il metodo dell’imposizione e della prepotanza, probabilmente mi sarei abbandonata all’amore di Dio moooolto prima di quando l’ho fatto.😉
    Grazie per quello che hai scritto! Concordo in pieno su tutto.😀

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  2. 61Angeloextralarge

    “Medjorje”? Medjugorje!

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