Canto d’amore

Come spesso mi accade nelle mie disordinate meditazioni mattutine, quando la coscienza non si è ancora saldamente insediata sul trono ed il sonno le disputa il primato, stamattina mi sono immerso nell’oceano vasto e pericoloso della mia biblioteca in cerca di qualcosa e sono stato invece percosso da qualcos’altro. Versi. Strepitosi. Di Rainer M. Rilke.

Rilke è un poeta poco noto in Italia, di cui mi sono interessato anni fa, preparando la mia tesi di laurea, perché è il poeta preferito dell’autore che studiavo allora, il giovane teologo J. Ratzinger. Mi sono così appassionato anche io alla sua poesia, profonda, religiosa, piena di mistero, ma sempre attenta all’umano, mai banale, nemica di ogni facile scorciatoia.

Vi offro così i versi che Rilke mi ha gridato stamani, tanto da destarmi del tutto:

“Come potrei trattenerla in me,
l’anima mia, che la tua non sfiori;
come levarla, oltre te, ad altre cose?
Ah, potessi nasconderla in un angolo
perduto nella tenebra, un estraneo
rifugio silenzioso che non seguiti
a vibrare se vibri il tuo profondo.
Ma tutto quello che ci tocca, te
e me,insieme ci prende come un arco
che da due corde un solo suono rende.
Su quale strumento siamo tesi, e quale
violinista ci tiene nella mano?
O dolce canto.”

R. M. Rilke, da “Nuove Poesie”

1 Commento

Archiviato in De oves et boves, Letture, Poesia

Una risposta a “Canto d’amore

  1. marmar

    Rilke, un compagno nell’avventura di esistere.

    Se nei padri era la fede invincibile di Abramo, nei figli è la lotta tenace di Giacobbe, dalla quale è onore uscire claudicanti; onestà di una laica tenzone in luogo di una pace di comodo nella simulazione di una fede.

    La vita che vivo in cerchi si espande
    che intorno alle cose descrivo;
    non chiuderò forse di essi il più grande;
    farò tuttavia il tentativo.

    Intorno a Dio, alla Torre primiera,
    io mi libro da antica stagione
    né ancor so se son falco o bufera
    o un’immensa canzone.
    (dal “Libro della vita monastica”)

    Questo è Rilke per me da cinquant’anni: un pellegrinaggio laico verso l’Emmanuele, il Dio in noi; il cammino di un Übermensch, di un’Oltrecreatura, che ha raccolto il senso inconsapevolmente cristiano nel messaggio di quell’onestissimo filosofo-poeta che è Friedrich Nietzsche. I sonori manrovesci del Dioniso prussiano destano a echi di armonie le corde di un poeta –filosofo della magica Praga. Siamo noi capaci di ascoltare? Noi, Vergeuder der Schmerzen, scialacquatori delle sofferenze?
    Per un’Europa che (forse) cerca radici questo ha davvero la maestosità di un mito.

    marmar

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