Uomini di mondo

Ieri, parlando del celibato mi sono trovato inevitabilmente a parlare della solitudine, perché le due cose sono inestricabilmente intrecciate. Però quello della solitudine è un tema importante, che merita una trattazione a parte, anche perché apre la porta a molte altre considerazioni perché in fondo quello del celibato è un caso particolare di una dimensione più vasta che è quella del rapporto del prete con il mondo.

Innanzitutto distinguiamo, c’è solitudine e solitudine, l’inglese ha due parole diverse per indicare due diverse forme di solitudine, la loneliness, e la solitude, che potremmo forse tradurre, con un brutto neologismo, “solitarietà”. È diverso infatti essere soli o essere solitari, la prima condizione è subita, la seconda è una scelta, la prima è un peso a volte insopportabile, la seconda è un indispensabile rientrare in se stessi per riscoprire in Dio le ragioni delle proprie scelte e la intima forza che ci guida.

Ora, mentre il monaco ha per vocazione la solitudine (la parola monacus significa appunto solitario), tanto da dire con S. Bernardo “O beata solitudo, o sola beatitudo”, il prete al contrario è uomo per gli altri, il suo scopo è quindi essere in mezzo agli uomini, non per nulla “parrocchia” viene dal greco parà oikia (vicino alle case), egli certamente deve conoscere la “beata solitudo” di Bernardo, ma non potrebbe mai dire che è la sua “sola beatitudo”.

Ora, guardando a tanti miei confratelli devo dire sinceramente che spesso questa tensione tra loneliness e solitude in molti di noi resta irrisolta, vedo tanti preti che sembrano incapaci di stare in mezzo alla gente, quasi che abbiano paura di contaminare la loro solitude.

Ci sono anche ragioni storiche per questo, quando il Concilio di Trento istituì i seminari per rimediare alla drammatica carenza di formazione del clero l’unica spiritualità disponibile era quella monastica, e così per secoli i preti si sono formati studiando testi nati in ambiente monastico e scritti per i monaci; è chiaro che insieme ad un immenso amore per Dio da essi hanno imparato il disprezzo del mondo e di tutto ciò che è terreno, cosa che va benissimo per un monaco, ma difficilmente è conciliabile con la vita di chi ha scelto di essere parà oikia.

Non poteva essere diverso prima del Vaticano II, perché non esisteva una spiritualità “secolare”, non era ancora entrata nella “mens ecclesiae” l’idea che il mondo non fosse cattivo di per sé, ma potesse essere un luogo di santità. Ma oggi, avendo visto l’esperienza degli istituti secolari e dei movimenti, non potrebbe essere possibile ripensare tutto il nostro rapporto con ciò che chiamiamo “mondo”? Non potrebbero essere Charles de Foucauld e Lazzati, Chiara Lubich e Kiko Arguello, Escrivà e don Giussani, i riferimenti formativi nei seminari, più che S. Teresa e S. Giovanni della Croce? Non voglio dire che i classici andrebbero abbandonati, certamente non come riferimento ideale e tensione profonda, voglio solo dire che le modalità di una spiritualità monastica sono di fatto impossibili a chi vive nel mondo, come un prete in parrocchia. Il palpabile disagio dei religiosi che fanno vita in parrocchia, costretti spesso a scegliere tra la fedeltà alla regola e la fedeltà al ministero, è un buon segno di questo.

Penso soprattutto al primo paragrafo della GS quando dice “Nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei discepoli (di Cristo)”. Penso alla memorabile allocuzione di Paolo VI a conclusione della quarta sessione. Penso a Gesù, sommo sacerdote, scelto tra gli uomini per il bene degli uomini nelle cose di Dio. Penso al Padre, che ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio. Questo amore per il mondo è il vero fondamento del sacerdozio secolare.

Troppo spesso noi stiamo di fronte al mondo con paura anziché con speranza, il mondo è pericoloso in verità solo per chi porta con sé il pericolo, per chi, non avendo risolto le sue tensioni interiori, i suoi conflitti di identità, al confrontarsi con la realtà vede andare in pezzi le sue certezze, ma la risposta a questa fragilità non può certo essere la fuga o l’isolamento.

A restare in superficie del resto il mondo può apparire arido e freddo e generalmente lo è per tutti, credenti o no, difficilmente esso si presenta come un luogo ospitale in sé e quindi la tentazione della fuga mundi oggi conosce forme più aggiornate, a volte anche le nostre comunità o i nostri movimenti possono essere isole serene in cui cercare riparo dalla durezza del mondo, così come un certo tradizionalismo anacronistico.

Invece il campo è il mondo (Mt. 13,38), è il campo in cui è nascosto il tesoro del Regno, in cui cresce con la zizannia anche il buon grano, se quindi accettiamo di fare la fatica di non fermarci alla dura scorza delle esperienze quotidiane, se accettiamo la provocazione di scendere nelle profondità delle cose allora troveremo il tesoro prezioso. Sì, tutto è riflesso del Verbo, non c’è atto autenticamente umano che possa prescindere dall’essere l’uomo immagine e somiglianza di Dio, non c’è quindi atto autenticamente umano che non sia in qualche modo divino.

Si tratta di vivere ogni rapporto, ogni incontro, ogni relazione riconducendola alla radice, riportare ogni cosa e persona allo sguardo di amore del Creatore che guardandola uscire dalle sue mani ha detto: “è cosa buona”.

Quanto ha bisogno di questo il nostro tempo! Quanto ha bisogno ad esempio di sentirsi dire che il corpo è cosa buona, che in ogni uomo e in ogni donna giace un valore infinito, che la sessualità non è una cosa sporca ed egoista in sé. Noi viviamo in una cultura che vorrebbe insegnarci che tutto è sporco, la politica, l’economia, il sesso, la vita, l’amicizia…. “Tutto è impuro” è il grande grido che attraversa il mondo, grido di dolore nei deboli, nei semplici, soprattutto in tanti giovani che ho incontrato e accompagnato nei primi passi di vita nello Spirito, grido di guerra invece per tanti astuti mercanti che vogliono servirsi di questa impurità per estirpare dal cuore dell’uomo il sogno della nobiltà e della grandezza a cui è destinato. Se tutto è impuro allora tutto ha un prezzo, tutto può essere comprato e venduto, ma quindi più nulla ha valore in sé, se non per l’utile che ne ricavo, nulla è più degno in sé, e tutto diventa grigia ed indistinta merce.

Ecco allora la sfida di una spiritualità secolare, riconsacrare il mondo, non come se si aggiungesse al mondo qualcosa dall’esterno, ma piuttosto riscoprendone la intima e propria bellezza, restituendo a tutto ciò che è umano la dignità perduta. La sfida di una spiritualità secolare sta nel dire che non c’è nulla di profano in sé, ma tutto è consacrabile. Attenzione non “tutto è sacro”, dire questo di fronte ai tanti orrori di cui è capace l’uomo sarebbe follia, ma “tutto è consacrabile”, ovvero tutto è riconducibile alla sua fonte originaria, all’Amore Creatore che vuole e sostiene ogni cosa.

Di fatto, a partire dai tre voti, tutta la spiritualità sacerdotale va ripensata radicalmente per chi vive in parrocchia. Come potrebbe vivere un’obbedienza in stile monastico un parroco che nel migliore dei casi riesce a parlare con il suo vescovo due volte in un anno? È chiaro che nel suo caso l’obbedienza dovrà assumere la forma di una intelligente corresponsabilità.

E non è del tutto evidente che va profondamente ripensato lo stile del celibato? Certamente un parroco non può vivere il suo celibato nell’isolamento, né è pensabile che possa non rapportarsi in modo anche affettivo con tutte le donne che incontra. Come osserva Giovanni Paolo II nella lettera ai sacerdoti del Giovedì santo 1995 una serena ed equilibrata amicizia femminile è probabilmente il miglior aiuto alla vita celibataria.

E infine la povertà. Certamente il parroco deve per ragioni d’ufficio maneggiare denaro ed anche possedere personalmente taluni beni, spesso utilissimi per il ministero. Quanto sarebbe più utile insegnare ai seminaristi le basi di un’amministrazione semplice e sobria, piuttosto che riempirgli la testa di ideali inapplicabili, che poi, proprio perché troppo elevati, vengono subito abbandonati! Questo del rapporto con il denaro mi sembra essere il punto più dolente della nostra formazione. A volte vedo che i nostri preti vivono una sorta di sorprendente schizofrenia. Non di rado accade di vedere sacerdoti anche di grande spiritualità e santità personale che quando si tratta di maneggiare denaro diventano (magari in nome di un fine santo) di un cinismo sorprendente e manifestano una disinvoltura che non di rado sfiora l’immoralità e l’illegalità.

L’ultimo punto fondamentale mi sembra essere quello del linguaggio. Un amico missionario mi diceva tempo fa che prima di poter annunciare il Vangelo occorrono anni per imparare la mentalità, la lingua, la cultura della gente del posto dove si vive. E non sarà la stessa cosa anche per noi? Anche questa è incarnazione.

Anche nella Chiesa sembriamo a volte parlare un linguaggio che alla maggior parte delle persone risulta incomprensibile. Ci capiamo tra noi e ci battiamo le mani da soli, ma chi vive nel mondo giudica i nostri discorsi o come eterei sogni e utopie o semplicemente se ne disinteressa. Raramente riusciamo ad essere davvero incisivi e quando lo siamo, di solito lo siamo su un livello solo sentimentale, che non ha il potere di incidere davvero sulla realtà.

Del resto credo che sia al pastore che spetta il compito di capire il gregge e di cercarlo e non viceversa.

Ricordo l’allocuzione di chiusura del Concilio, quando Paolo VI ha parlato della simpatia con cui il Concilio aveva guardato il mondo. Questa simpatia è ciò di cui più di tutto abbiamo bisogno, perché certo non potremo capire il linguaggio del mondo se non partiamo innanzitutto dalla stima per esso e per le persone che in esso vivono.

Per imparare il linguaggio del mondo i preti hanno bisogno di vivere l’amicizia con i laici, ecco perché guardo con una certa diffidenza i tentativi di superare la solitudine dei sacerdoti creando associazioni sacerdotali o spingendo i presbiteri ad incontrarsi tra loro, come avviene nei corsi di formazione permanente organizzati dal Vicariato (che del resto già la PO auspicava), non che siano cose cattive in sé, ma mi pare che non risolvono il problema e che rischiano ancora una volta di creare una mentalità da casta.

Mi pare molto più utile e sano che il prete viva le sue amicizie serenamente con il mondo laicale, magari con due o tre coppie sposate, che potrebbero aiutarlo molto di più a comprendere cosa è la vita in famiglia e nel mondo del lavoro di tanti trattati e incontri di pastorale.

dopo aver parlato della loneliness manca ancora una terza parte in cui parlare della solitude, datemi un po’ di tempo…

3 commenti

Archiviato in Spiritualità, Vita da prete

3 risposte a “Uomini di mondo

  1. Grazie per queste parole e per quelle del post precedente! spero avrai il tempo di ritornare sull’argomento e scrivere anche quello sulla solitude… non mi era capitato finora di trovare un’affinità di pensiero su questo argomento come ho trovato in questo post… e detto da un prete mi fa solo lodare il Signore!

    Mi piace

  2. Don Fabio, ho cominciato a leggere il suo blog dall’inizio dopo il suo annuncio che non ci saranno altri post. Non l’avevo letto tutto ma solo dal momento in cui l’ho conosciuto in avanti. Io sono un ragazzo di 29 anni, che frequenta il Cammino Neocatecumenale, per questo mi ha fatto sorridere tra le altre cose la sua idea su Kiko Arguello. Sono un ragazzo che alla GMG di Madrid si è alzato (se conosce il cammino saprà anche cosa è l’alzata, in ogni caso, è un dare la disponibilità ad iniziare un percorso di discernimento per la vita sacerdotale in seguito alla sensazione di avere una chiamata in tal senso). Io questa sensazione l’ho avuta durante tutti i 10 giorni di pellegrinaggio. All’inizio la fuggivo, perchè il mio ideale era quello di trovare una ragazza, per me che non ne ho mai avuta una, il desiderio di avere una donna che voglia amarmi e che si lasci amare da me era grande e lo è tutt’ora. Durante il pellegrinaggio però la Parola di quei giorni, mi chiamava in un altro senso. Durante le omelìe ho cominciato a sentire reale compassione e ammirazione (non so se chiamarlo amore) per il Crocifisso che non avevo mai provato prima. Mi si è prospettata all’improvviso di fronte l’idea di poter passare la vita da solo, nel senso di vivere senza compagna, l’idea di annunciare il vangelo, di essere il più possibile simile a quel Crocifisso. Poi la domenica della Messa, dove il Vangelo veniva a chiedermi. ” Per me chi fosse questo Gesù Cristo” che vado seguendo. Mi ha colpito l’omelia del Papa che ci incitava a darci questa risposta. La sera (vigilia dell’incontro vocazionale con Kiko) parlando con uno dei presbiteri che ci accompagnava gli ho parlato delle mie paure, quella di non essere felice, di non esserne degno, di non esserne capace. E del fatto che il fatto (scusi la ripetitività) di non aver mai avuto una ragazza potesse essere un’indicazione che il Signore mi volesse sull’altra strada. A distanza di un anno esatto da quel giorno, non ho ancora capito se quella fosse una chiamata al sacerdozio o ad una più seria conversione di quanto non fosse stata finora, ma da vivere comunque nel mondo. Mi hanno colpito molto questi suoi 3 interventi sulla solitudine (ho letto anche il successivo) poichè una cosa sicura mi è capitata quest’anno. Sono stato provato nella solitudine poichè tutti i miei amici sono fidanzati e quindi escono ciascuno con la sua ragazza. Ed io che non avevo mai visto Dio da questo punto di vista, poichè mi rifugiavo negli amici, ho cominciato a vederlo anche come Consolatore. Rivolgermi a Lui nei momenti di tristezza, mi donava un senso di pace, magari non di soddisfazione, ma di Pace vera e propria sì. Riprendendo il vocabolario usato da lei in questi 3 interventi, è stato un anno in cui per forza di cose ho vissuto da solo, relativamente, poichè sono comunque appoggiato da una comunità, ma sto imparando il piacere dell’essere solitari, mentre prima ciò mi riusciva impossibile. Non so se anche questo sia un allenamento per altre prove, ma vivo alla giornata senza l’ansia di sapere che sarà, sicuro che quando Lui vorrà me lo farà capire in modo inequivocabile. Grazie per il suo blog!

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...