Questa casa non è un albergo!

Ieri eccezionalmente pranzo di famiglia a casa mia, o meglio nella casa canonica. La cosa eccezionale ovviamente non consisteva nel pranzo di Pasqua, che facciamo ogni anno, ma nel fatto che per la prima volta lo abbiamo fatto qui nella casa canonica.

Amo molto la mia famiglia, un po’ squinternata, ma decisamente vera, forse perché la vita ci ha temprato un po’ tutti e non abbiamo più tempo da perdere in carinerie, quindi ci trattiamo in un modo che da fuori può sembrare un po’ rude, ma che in effetti fa emergere l’affetto vero.

Comunque ieri mi godevo la mia famiglia in casa e questo mi ha fatto pensare ad un aspetto della vita sacerdotale, collegato direi al celibato, che in genere si sottovaluta. La rinuncia ad una famiglia infatti significa in genere anche la rinuncia ad una casa. In effetti per lo più le case canoniche sono di una tristezza infinita, sembrano brutti conventi e si vede che sono abitate da una banda di scapoli. Io credo che un uomo, nel senso di maschio, potrebbe benissimo vivere tutta la vita in una stanza d’albergo, cosa che una donna non farebbe mai, visto che appena mette piede in un posto, fosse pure la postazione di un call-center, tende a “fare casa” circondandosi di ammenicoli e carabattole che hanno la funzione di richiamare alla mente gli affetti.

Io ho cercato invece di dare alla casa canonica della Parrocchia uno stile diverso, aiutato in questo anche da una “Perpetua” che è un vero genio. A partire dai colori scelti per le pareti, fin alle tende e ai mobili per l’arredamento ci tengo che tutto richiami un senso di casa, che dia a chi ci vive la consapevolezza di avere un posto proprio. A quanto mi dicono gli amici in visita ci sono anche riuscito abbastanza e me lo confermavano anche i miei familiari ieri.

Anche così però senza una famiglia che la abiti resta solo non dico una finzione, ma comunque una casa a metà, quasi soltanto un ufficio accogliente o poco di più. Anche ieri in effetti, dopo pranzo mentre i miei si rilassavano nelle classiche risate postprandiali io mi sono assentato una mezz’ora in salotto con una suora che era venuta a trovarmi per parlare di un suo problema. Non mi lamento, va bene così: il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo e perché dovrei volerlo io?

D’altra parte, visto che siamo per definizione transitori forse non è nemmeno un bene che ci affezioniamo troppo al posto in cui viviamo, sono legami in più, difficili da tagliare quando viene il momento. Io in particolare ho terminato il mio mandato già da tre anni e questo significa che ogni anno in questa stagione preparo metaforicamente la valigia in attesa di una telefonata dalla segreteria del Cardinale.

Ma la paura di attaccarsi troppo è un motivo sufficiente per privarsi di qualcosa che non è solo un piacere, ma anche un tratto caratteristico di umanità? Io non credo. Soffrirò quando dovrò lasciare queste quattro mura, ma è meglio perdere e soffrire che non aver mai avuto.

E poi sono convinto che la casa ha una funzione importante, preserva la nostra umanità, la nostra terrestrità, per così dire. Occuparsi delle piccole faccende casalinghe (a turno, siamo in tre e ciascuno ha il suo, a me per esempio non mettetemi dietro ai fornelli, per il vostro stesso bene) non è solo un piacevole diversivo, non è solo una cosa molto rilassante, ma ci tiene con i piedi per terra, ci dà il senso della concretezza. E’ importante sapere quanto costa un litro di latte oppure esser saliti sul tetto a sistemare l’antenna TV, è incarnazione, è vita, è esser uomini, è ricordare che abbiamo un corpo. La casa ci preserva dal delirio dell’angelismo, ci riconduce sulla terra, ci dice che abbiamo “una realtà rugosa da stringere e un dovere da cercare” (Rimbaud)

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