Tra Roma e Milano

Ho molti amici giù al nord e ancor di più grazie a FB. Gente vera, con cui ho scambi belli e arricchenti. Anche io del resto ho passato un certo tempo in via Balbi, nella facoltà di Giurisprudenza di Genova e in cotanto Ateneo sono stato sfiorato da CL (che forse ha lasciato in me qualche segno in più di ciò che mi piace ammettere, a partire dall’amore per C.S. Lewis) dove è nata la mia vocazione, però nel complesso sono un prete “romano”. Romano per scelta di vita, perché non c’è altra città al mondo, e romano per cultura e formazione teologica, avendo fatto tutto il cursus di studi tra le tre più prestigiose accademie romane: la Lateranense, la Gregoriana e l’Alfonsiana.

Questo fa di me un ibrido, lo confesso. Sono il più milanese dei preti romani che conosco, forse anche perché comasco/trentino per parte di madre. Stamattina riflettevo su questo e mi chiedevo se l’essere milanese o romano sia per un prete qualcosa di più di una semplice connotazione geografica e in effetti sembra che sia proprio così. Però siccome scrivo qualcosa di cui non sono affatto certo mi piacerebbe aprire con questo articolo un confronto sull’argomento.

Le diocesi del Nord in genere e quella di Milano in particolare hanno una tradizione formidabile, delle strutture solidissime, antiche a volte di secoli, che ne fanno enti venerabili ed a volte dinosauri ingessati, la diocesi di Roma invece, a dispetto dell’antichità della S. Sede, è una diocesi giovanissima. Praticamente il primo che ha cercato di dare a questa chiesa un volto diocesano è stato il card. Poletti, a metà degli anni ’70. Fino a quel momento Roma, si può dire, non aveva un clero, nel senso che le parrocchie erano affidate ai religiosi oppure ad altre diocesi (ancora abbiamo, ad esempio, la chiesa dei bergamaschi e quella dei veronesi).

Poletti, di fronte al boom demografico della città, si vide costretto a fondare durante il suo mandato più di 100 parrocchie, trovandosi di fronte a due emergenze: la povertà delle borgate (magnificamente raccontata da Pasolini) e la scarsità quantitativa ed umana del clero. Per rispondere a queste due emergenze fondò la Caritas diocesana che affidò ad un giovane e vulcanico sacerdote, don Luigi di Liegro, che l’ha guidata per quasi trent’anni, fino alla morte. Sotto la guida di don Luigi la Caritas è diventata il fiore all’occhiello della diocesi e ha dato una fortissima impronta culturale a tutta la Chiesa romana che è quindi fortemente orientata alla carità (quando racconto agli amici del nord cosa fanno le parrocchie romane in termini caritativi di solito restano increduli). L’altra intuizione di Poletti fu quella di aprire con larghissimo anticipo rispetto alle diocesi del nord all’influenza dei movimenti. Mentre a Milano ancora si discuteva sulla possibilità di convivenza di parrocchie e movimenti qui a Roma tutti i movimenti, dagli scout al Cammino Neocatecumenale, dal Rinnovamento Carismatico all’Opus Dei, trovavano facilmente casa ed erano anzi addirittura la spina dorsale dell’Evangelizzazione.

Nel frattempo al Nord la formazione culturale era affidata per lo più all’Azione Cattolica e all’Università Cattolica di Milano. Questo ha prodotto negli anni, mi sembra, una grande differenza tra i preti romani e quelli “milanesi” (intendo con questo aggettivo generico quelli formati appunto in questo alveo, non necessariamente milanesi per nascita). Mentre la teologia che si insegnava al Nord era fortemente influenzata dalle università della vicina Germania (e quindi sostanzialmente dal pensiero di Rahner) e la prassi ecclesiale era segnata dal cosiddetto cattocomunismo (quello vero però, non quello da barzelletta che ci raccontiamo oggi, quello che ha portato ad esempio ad aberrazioni come le BR), qui a Roma le facoltà teologiche si sforzavano di essere più indipendenti rispetto ai modelli tedeschi, anche perché negli anni ’80 ci insegnavano veri “mostri sacri” della teologia, come Latourelle e Alszeghy oppure Alonso-Schoekel e Vanni, la forte connotazione caritativa poi ha impedito la nascita di un vero catto-comunismo, dato che a noi era del tutto evidente che non c’era bisogno di diventar comunisti per stare dalla parte dei poveri.

In pratica tutto questo ha fatto sì che Roma è stata molto meno colpita dalla sbornia post-conciliare, il che quando ero giovane prete equivaleva ad una accusa di provincialismo ed oggi invece si sta rivelando una benedizione.

Tutto questo lungo giro per dire che fatico a capire i miei amici giù al nord e la lor vis polemica, il loro sentirsi sempre in guerra contro il protestantesimo strisciante, il loro bisogno di riaffermazione della propria identità cattolica. Cioè, lo capisco se guardo alla loro storia ecclesiale, ma è lontanissimo dalla mia esperienza di prete e di Chiesa e quindi proprio non riesco ad identificarmici.

Ho buttato giù due idee scomposte senza nessuna pretesa, mi interessa di più confrontarmi su questo argomento. Che ne pensate?

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8 commenti

Archiviato in Attualità, Vita da prete

8 risposte a “Tra Roma e Milano

  1. Che invidia, mentre leggevo i nomi dei tuoi mostri sacri… io mi devo accontentare dei loro libri 🙂
    Sempre dai libri, ma non solo, ho conosciuto “Milano” (diciamo “Milano” per metonimia, con tutto quello che significa), e ho cominciato a sospettare che proprio l’ansia di essere “all’avanguardia”, magari spiluccando dagli invitanti menu dei vicini, sia sintomo sicuro di provincialismo. Risulta provvidenziale, una volta di più, la locazione della Santa Sede nella mitissima Roma, dove il ponentino sembra un luogo teologico; dove l’accoglienza, la mediazione e la composizione delle diversità nell’unità sono vocazione, croce e delizia.

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  2. Bella il ponentino come luogo teologico… comunque sì, dopo la morte di Alszeghy, Latourelle e Alonso-Schoekel la Gregoriana non è più la stessa… in cambio però il Laterano è cresciuto assai…

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  3. perfectioconversationis

    Don Fabio, purtroppo conosco poco il clero romano, ma ho sempre pensato che la “romanità” fosse un ottimo attributo per ogni cattolico.
    Qui al nord la situazione è in effetti come la descrivi tu, c’è stata una grande sbandata negli anni ’70, ci sono realtà ecclesiali che hanno subito ostracismi di vario genere e ora che il vento sta cambiando forse sono più aggressive e reattive di quanto sarebbe giusto. Forse ci vuole ancora una generazione, per vedere le cose in maniera più pacificata, ad esempio i giovani sacerdoti sono generalmente meno ideologici della generazione precedente. Ma nelle facoltà teologiche testi e docenti purtroppo in alcuni casi resistono al tempo… C’è poi un cattolicesimo di base, di buon senso, parrocchiale, fuori dai movimenti… che a volte è meglio del clero che lo guida, ma sta lentamente assottigliandosi in numero e valore… gente che va a Messa e crede nella reincarnazione, che rifiuta sistematicamente le indicazioni del Magistero in tema di contraccezione o morale sessuale… l’impressione è che ci voglia un colpo di reni per risalire in superficie perché, salvo interventi straordinari che il Capo può sempre organizzare a proprio piacimento, siamo un po’ al lumicino.

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    • Io mediamente ho una grandissima stima del clero di Roma, intendiamoci anche qui c’è qualche mela marcia e non solo nel senso dottrinale che indichi tu, ma anche nel senso di un conservatorismo che in realtà è solo estetico, senza quella sostanza nerboruta e virile dei preti di una volta, quelli alla don Camillo per capirci… per dirla con un mio collega parroco a guardarli ci si chiede se sotto la talare abbiano qualcosa…
      Anzi a ben guardare mi sembran questi quelli che fanno il danno maggiore perché non han capito che le regole senza Carità pastorale sono solo potere.
      Però mediamente i miei confratelli sono gente che si sbatte dalla mattina alla sera per il Signore, chi pregando, chi studiando, chi rimboccandosi le maniche, ognuno secondo il suo carisma specifico e va benissimo così, perché un presbiterio è un corpo complesso e guai a noi se non ci fossero differenze… poi sai, c’è il detto “chi non fa non falla”…
      Mi ricordo ancora il card. Poletti che a metà degli anni ’80 di fronte al disastro sociale e antropologico di Roma ci diceva accorato: “Fate qualcosa… Sbagliate, ma FATE qalcosa”. La città è ancora un disastro, intendiamoci, però perbacco ha una Chiesa vivissima, vivace culturalmente, impegnata socialmente, con grandi picchi di spiritualità…
      No, non aspiro al ruolo di vice-gerente, è proprio che amo la mia Chiesa!

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  4. 61Angeloextralarge

    Non so se sono nord o sud, ma anche da noi qualche sacerdote svalvoleggia. Pochissimi, grazie a Dio! Uno, anche abbastanza giovane, fa catechesi dicendo che gli Angeli non esistono, tantomeno l’Angelo Custode e… udite, udite! I Santi sono una invenzione della Chiesa per cui è inutile rivolgersi a loro! 😦

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    • 61Angeloextralarge

      Per non parlare poi di monache e monaci che hanno ormai introdotto lo Yoga non solo nella loro vita, ma anche nei ritiri spirituali e la insegnano come disciplina. Lo chiamano Yoga Cristiano! Alla faccia di quello che Benedetto XVI ha detto in proposito! Purtroppo la gente si affida a loro.

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    • Per carità, anche qui dove soffia il ponentino teologico ogni tanto si becca qualche refolo di scirocco (si dice anche da voi “sciroccato” per dire fuori di testa?) ma ecco, rispetto ai nostri amici nordici possiamo ancora dire che sono minoranza e questa mi sembra la differenza più grande.
      Poi, se non ho capito male dove abiti, hai pure un ottimo vescovo (che tra l’altro è mio amco personale…)

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      • 61Angeloextralarge

        Sciroccato: si dice anche da noi.
        Concordo sul vescovo: secondo me è il vescovo giusto per questa diocesi. Ha apportato tante cose “nutrienti”. Peccato che si sia ammalato. Prego sempre perché il Signore lo guarisca definitivamente. Comunque gli esempi che ho portato sono marchigiani ma non della mia diocesi, anche se poi le catechesi li chiamano a farle anche qui. 😦

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