Vergini, scapoli, vedovi e zitelli

Ieri Karin ha pubblicato una nota in cui parlava del celibato dal punto di vista teologico, che nella sua esattezza mi è sembrata un po’ arida e “tecnica”. Ad integrazione allora ho pensato di aggiungere qualche riflessione che nasce dalla passione e dalla sofferenza di una vita vissuta. Non per contraddire, ma per completare, perché non si può parlare di un argomento così senza metterci la faccia, senza rischiare, senza parlare dal cuore. Secondo me ci sono fondamentalmente quattro tipi psicologici, quattro modi diversi di vivere il celibato: il vergine, lo scapolo, il vedovo e lo zitello.

La verginità è diversa dal celibato. I vergini sono quelli che si lasciano sorprendere dalla vita, che si affacciano verso un futuro pieno di promesse. La verginità in se stessa non è rinuncia, è attesa. Il vergine non è chi si nega il matrimonio, ma chi si preserva in attesa del matrimonio vero, quello con lo Sposo che attende da sempre. Essere vergini non è rinunciare all’amore, ma essere innamorati non di una persona presente, ma di una persona futura. Per questo il vergine ha in comune con l’innamorato la freschezza, la vitalità traboccante, l’allegria perpetua e sognante.

La verginità è come la primavera, è lo sbocciare di tutta la bellezza e la forza della propria sessualità, che invece di riversarsi in un tu femminile è trattenuta come per forzarla a fiorire di continuo, per riservarla tutta ad Uno solo. La verginità è positiva, trascinante, solare. Il vergine non è mai ripiegato su se stesso, non misura le proprie forze, si dà senza misura perché sa che l’energia sessuale che trattiene per il suo sposo diventa in lui come una pila atomica inesauribile.

Sono spesso i giovani preti, quelli appena ordinati, che vivono questa dimensione del celibato, ed è naturale per la loro giovane età. E’ proprio questo ciò che li rende affascinanti agli occhi dei più, specie se li si confronta con quel ramo secco che è diventato il parroco, ormai consunto dalla fatica di una promessa a cui è stato fedele per trent’anni.

Poi ci sono gli scapoli, che sono i celibi propriamente detti. Gli scapoli sono i vergini che si sono scontrati con la vita, che hanno messo alla prova sogni ed attese nella rugosità quotidiana. Lo scapolato (se mi passate il neologismo orrendo) sta alla verginità come l’estate sta alla primavera, è un tempo pieno di frutti saporiti all’inizio, ma presto si scopre che fa caldo e tanto, e si sente l’aridità e il peso del cammino nel deserto.

Già perché fuor di metafora gli scapoli sono quelli che lottano con le unghie e i denti per conservarsi fedeli e questa lotta non può non lasciare qualche segno, qualche asprezza nell’anima. Intendiamoci, lo scapolato dà frutti formidabili, perché il Signore ama il sacrificio fatto con amore e quindi è sempre fecondo, quanto e ancor più della verginità, che difficilmente sfugge al sospetto di essere un po’ ingenua e farfallina, tanto che quando uno vede questi preti giovani gli viene sempre il pensiero “eh ci penserà la vita a spegnerti bello mio”.

Però questa lotta segna e sfibra ed è difficile che lo scapolo possa conservare a lungo il cuore vergine (cioè aperto e in attesa), così pian piano, insensibilmente, lo scapolato tende a scivolare nella vedovanza. Così lo scapolo lo riconosci dal fatto che tende a rifiutare il mondo femminile e soprattutto il modo femminile di essere, ha una maschilità forte, ma non temperata, è spesso inutilmente burbero, raramente sa stare con i bambini. Si capisce del resto. A furia di combattere e lottare contro i propri desideri ci si stanca e si finisce con il cercare situazioni in cui questi sono meno sollecitati.

Purtroppo non di rado gli scapoli finiscono con il diventare vedovi e questa è una condizione che corrisponde all’autunno, alla malinconia, alla decadenza. I vedovi spesso hanno fatto uno o due passi falsi e sono caduti per un po’ nel letto sbagliato, poi per conservarsi fedeli a se stessi e alla propria vocazione hanno deciso di tagliare quella relazione. Un taglio ferale però, che se era assolutamente necessario per preservare la vocazione e quindi la propria identità non è stato senza conseguenze nella psiche. Per poter sopravvivere come preti hanno dovuto metaforicamente uccidere la donna amata e questo può lasciare segni terribili, perché per uccidere lei hanno ucciso anche la propria sessualità diventando così rami secchi. Generalmente si intristiscono dietro ai libri perché incapaci di una vera relazione emotiva, troppo rischiosa.

Ho tanto rispetto per questi fratelli, ne intuisco la sofferenza, so a cosa hanno dovuto rinunciare, so cosa ha significato per loro lo strappo e così ogni volta che ne incontro uno, e purtroppo non sono rari, prego perché non diventino zitelli.

Lo zitellaggio è l’ultimo stadio di questo processo, è l’inverno, il gelo del cuore, quando ormai la persona amareggiata dalle sue stesse rinunce è incapace non solo di amare, ma perfino di gioire. E’ il contrario del motivo per cui il Signore ha inventato la verginità consacrata e la Chiesa sceglie tra i celibi i suoi preti. Dove la verginità è apertura, slancio, passione lo zitellaggio è chiusura, gelo, acidità, dove il vergine è l’uomo di tutti lo zitello è l’uomo di nessuno.

Allora se ho ragione bisogna trovare un modo di “fissare” la verginità, di arrestare questo declino nel punto esatto in cui dal vergine scaturisce il celibe. Occorre avere il cuore vergine e il corpo celibe, per così dire. Occorre restare in eterno nel maggio del cuore, quando la primavera della verginità inizia a diventare l’estate del celibato senza permetterle però di esaurirsi in questo ciclo.

E’ possibile questo? Non è un sogno misticheggiante? Io credo che con la grazia di Dio sia possibile. Certo non con le sole forze umane, se ci limitiamo a quelle il passaggio delle stagioni del cuore mi appare inevitabile, ma credo che lo Spirito Santo ha il potere di mantenerci sempre vergini.

Penso anche che una sana, equlibrata e giustamente affettuosa amicizia femminile può fare moltissimo, mantenendo il cuore aperto, forzandolo nel dono. Anche il trascorrere molto tempo con i bambini aiuta, perché i bambini sono naturalmente vergini, non asessuati come li vorrebbe un falso ed ipocrita puritanesimo, ma vergini, cioè rivolti al futuro, pieni di speranze ed attese. Da loro possiamo imparare la verginità e rinnovarla di continuo. Chissà, forse è anche per questo che il Signore ci esorta ad essere come loro.

E poi naturalmente la preghiera, ma non una qualunque preghiera, ma quel grido continuo ed invocato che si leva alla fine dell’Apocalisse: vieni! Quella lode della sposa che sempre e continuamente si incanta a magnificare la bellezza dello Sposo. Quello sguardo incantato e stupito capace di scorgere Bellezza, che è sempre una traccia dell’Assoluto, in ogni cosa.

Se la nostra preghiera si riduce ad una preghiera operativa, fattuale, fatta di solo dovere canonico o peggio se si ispira sostanzialmente alla nostra agenda, non ci solleva cioè dal quotidiano, non basta a mantenere vergine il cuore e finisce con il trasformare il celibato in una lotta nevrotica contro se stessi e le proprie inclinazioni che pian piano ci porta fatalmente allo zitellaggio.

Per nostra fortuna l’orologio biologico può essere riportato indietro: un incontro, un’esperienza, un qualsiasi scossone spirituale alla nostra vita può farci tornare da celibi o vedovi a vergini. Occorre continuamente chiedere a Dio questa grazia.

P.S.

Da oggi sono in ritiro fino a Martedì, la “fontana” va a ricaricare le batterie e io a rinnovare la mia verginità. Ci si becca da Mercoledì in poi 🙂

7 commenti

Archiviato in Spiritualità, Vita da prete

7 risposte a “Vergini, scapoli, vedovi e zitelli

  1. Molto prezioso, grazie don Fabio! 😀
    E ritorna ricaricato nello spirito e diffondi le tue saggezze! Sisi!

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  2. 61Angeloextralarge

    Bello! Stampo! 😀
    Buon ritiro! 😉

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  3. francesca

    molto bello, e secondo me adattabile non solo ai sacerdoti, ma anche alle coppie, ai single, alla persona umana in generale direi. Sottolineerei una nota positiva che hai accennato: dall’estate, o dall’autunno o dall’inverno si può sempre tornare alla primavera, nel corpo e nello spirito. Buon ritiro, torna fiorito.

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  4. PS: don Fabio, metto il link a questo articolo sotto il mio per complementarlo. Grazie!

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  5. Pingback: Perché i preti non possono sposarsi? Molti preti hanno l’amica. « Filia Ecclesiae

  6. Mario G.

    Grazie don Fabio, che chiara visione e sano giudizio…
    Avremo modo di parlarne appena ci incontreremo, no?

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  7. vittoria

    Magnifico! Così vero e spiritoso e vivificante. Grazieeeeeee!

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