Una festa a lungo attesa

Niente da fare, finché non scriverò questo articolo non riuscirò a scrivere nient’altro! Già, perché le emozioni premono, urlano, si affollano alla coscienza e si ingorgano e si spintonano per uscire, e riuscire a tirarne fuori una, lucidarla e presentarla in un modo accettabile è peggio che trovare un bimbo smarrito a Ikea nell’ora di punta.

Sto parlando della festa per il mio 25° anniversario: mi piacerebbe tanto condividere con voi quello che ho vissuto, ma ogni volta che ci provo mi blocco. Sì, perché è stato molto più di una festa, è stato rimettere insieme tutti i frammenti della mia storia, ricomponendo il puzzle della memoria in un istante solo, guarendo vecchie ferite e rinnovando gioie antiche.

Quel giovanotto che venticinque anni fa con incosciente entusiasmo ha detto il suo sì è oggi un uomo, un uomo buono mi dicono, per alcuni un modello perfino, eppure il processo non è stato indolore, proprio per niente no.

Ecco, di questo potrei parlare, del dolore, del sacrificio che mi hanno reso uomo e prete, ma non voglio farlo, perché intanto il dolore non si condivide bene, ognuno ha il suo e su un blog stona e poi davvero non amo parlare di me e soprattutto alla fine ciò che conta non sono le cicatrici che ti porti addosso, ma il fatto che ora quelle cicatrici risplendono di luce, sono diventate fontane di allegria.

Ma come parlare della gioia? Mille volte ci ho provato e mille volte ciò che scrivevo è finito nel cestino, perché la gioia a descriverla sa subito di retorica e tutto voglio meno che autocelebrarmi.

Perché in verità la mia festa non è stata mia, nemmeno per un attimo. È stata la festa della mia Chiesa, anzi di tutte le mie Chiese: delle quattro parrocchie in cui ho servito e degli Scout e della Comunità Maria, e dei gruppi che ho portato in Terra Santa e del mio servizio in Paraguay e di tutte le persone che accompagno nella direzione spirituale… tutti insieme a ringraziare il Signore perché 25 anni fa ci ha donato un prete, a loro, a voi, prima che a me.

Il giorno della mia ordinazione avevo scelto come motto Eb. 5,1: “Per il bene degli uomini nelle cose di Dio” e confesso che purtroppo non sempre sono stato all’altezza di questo programma, ma ci ho provato, con tutte le forze ci ho provato. Non cercare mai il proprio interesse, ma sempre il bene degli altri, respirare il dono: inspirazione… espirazione… preghiera… servizio… Ancora sono mie quelle parole, ancora mi descrivono, non con l’entusiasmo dei vent’anni però, ma con la tigna e la determinazione del cinquantenne.

Ho voluto andare a cercare tutte le persone importanti della mia vita sacerdotale: tutti quelli da cui ho ricevuto e tutti quelli a cui ho dato (e spesso le due cose insieme) e mettere tutti insieme, ed è stata come una riunione di famiglia: una persona mi diceva: “ma mi vergogno, non conosco nessuno” ed io “eppure in qualche modo, se mi riconosci una certa paternità nella tua vita, quelli sono tutti fratelli tuoi”. E che gioia ritrovare persone che non sentivo da vent’anni e riabbracciarsi come se ci fossimo salutati ieri, relazioni che credevo morte e sepolte risvegliarsi a nuova vita, amicizie dimenticate che tornano prepotentemente protagoniste.

Mi scuserete tutti se vi dico che per me il momento più toccante è stato quando mia nipote mi ha dedicato l’Halleluja di Leonard Cohen, insieme a Chiara Grillo che tremava anche lei per l’emozione. Appartengono a quella canzone le sole parole che riesco ad usare per descrivere quel giorno: “…I’ll stand before the Lord of Song/ With nothing on my tongue but Hallelujah…” (Starò in piedi davanti al Signore della musica/ con nulla sulle labbra se non Alleluja – sì è una traduzione un po’ libera…)

Perché la vita è musica, è armonia, ritmo, canto, contrappunto e sul mio spartito sono state scritte variazioni bellissime e un maestro le ha interpretate… le settime, le quarte, le quinte… ogni dissonanza ora è tornata a casa e tutto è equilibrio e pace.

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2 commenti

Archiviato in Piccole storie nobili, Vita da prete

2 risposte a “Una festa a lungo attesa

  1. cecilia bartoli

    : )
    caro fratello!

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  2. “….soprattutto alla fine ciò che conta non sono le cicatrici che ti porti addosso, ma il fatto che ora quelle cicatrici risplendono di luce, sono diventate fontane di allegria.”
    Mi piace tanto questa affermazione e sto aspettando che lo diventino anche per me. 🙂
    Cos’è la gioia? Basta mettere una tua foto, don Fabio. Ogni volta che ne vedo una non ho dubbi, e la gioia si rispecchia sul tuo volto. E’ bellissimo, e grazie!!! 😀

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