La paura e la fede (ricordi di Chiara 2)

Questo è probabilmente l’articolo più teologico che ho scritto da quando ho iniziato questo diario. Me ne scuso con quelli tra i miei lettori che non sono addentrati negli arcani della Sacra Scienza, ma la vicenda di Chiara ed Enrico pone domande così radicali, evidenziate dalle reazioni al mio articolo precedente, che per mettere ordine bisogna per forza andare fino alla radice.

Cominciamo da come Gesù ha affrontato la sua morte, questione che ha suscitato non poche domande:

  1. Gesù aveva fede? Certo che sì. La fede non consiste semplicemente nel sapere che Dio c’è, la sola ragione è già sufficiente per questo. Aver fede invece significa fidarsi (non per nulla, in Ebraico Greco e Latino fede e fiducia si dicono con la stessa parola) e certamente Gesù si è fidato del Padre in pienezza e per tutta la sua vita.
  2. Gesù poteva perdere la fede? Questa seconda domanda richiede una risposta più complessa: certamente Gesù era interamente libero di fronte al Padre, altrimenti il sacrificio della sua obbedienza perfetta, che ci ha salvati tutti, sarebbe senza significato. Del resto l’episodio del Getsemani dimostra che i due hanno due volontà distinte, anche se convergono nel volere la stessa cosa. Per questa ragione quindi, in linea di principio, sì, certamente Gesù, nella sua natura umana, avrebbe anche potuto volere qualcosa di diverso dal Padre e quindi perdere la fede.
  3. Gesù ha effettivamente perso la fede? Ovviamente no, altrimenti non sarebbe risorto e noi non saremmo salvi. Ma questo non vuol dire che non sia stato tentato e messo alla prova nella fede. Gesù di fronte alla morte ha avuto paura come tutti, come provano le sue parole nell’orto degli ulivi e il sudare sangue, ma il coraggio, e con esso la fede, non consiste nel non aver paura, solo i pazzi e gli esaltati non ne hanno, ma nel fare la cosa giusta nonostante la paura.
  4. La fede in altre parole, intesa come “atto di credere”, è un atto della volontà e non un sentimento: uno può benissimo temere una cosa eppure volerla. Quindi la paura è una tentazione per la fede, non la sua negazione.Del resto nel mio articolo precedente non avevo mai detto che Gesù avesse perso la fede, ma solo che era stato tentato nella fede, poiché questo intendevo con il verbo vacillare.

Fatte queste premesse veniamo al punto più serio, quello del grido di Gesù sulla croce, tanto terribile e scandaloso che due evangelisti su quattro lo omettono: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”

Non mancano tentativi teologici di depotenziare lo scandalo di questo grido e se volete potete benissimo seguire quelli, io per me preferisco fidarmi dei santi. Molti dei quali hanno rivissuto in prima persona la medesima esperienza descrivendola con abbondanza di dettagli, a partire da Chiara Lubich che ne ha fatto il cuore della sua spiritualità, fino a S. Teresa di G.B. e S. Giovanni della Croce che l’hanno attraversata fino in fondo.

Mi piace pensare che in quel momento il mistero dell’Incarnazione si è spinto al suo limite estremo, Gesù ha voluto condividere talmente l’esperienza umana da sperimentare nella sua psiche ciò che era per lui ontologicamente impossibile: l’essere separato dal Padre. Lui che si è fatto peccato per noi ha preso su di sé l’estrema conseguenza della colpa, cioè appunto la separazione da Dio, davvero in quel momento è sceso nell’inferno, giacché cos’altro è l’inferno se non il sentirsi abbandonati dal Padre?

Eppure in quel momento è accaduto qualcosa di misterioso ed incredibile, che splendidamente Chiara Lubich evidenzia nei suoi scritti. Essendo Gesù sceso fin laggiù, da quel momento nessun uomo può più dire in verità a Dio: “mi hai abbandonato”, perché perfino laggiù, perfino nell’inferno dell’abbandono, troverà sempre Gesù ad aspettarlo.

Accettare la croce significa questo, significa percorrere tutto il Calvario, fino a questo punto estremo, fino al deserto dell’abbandono, fino a scoprire, incredibilmente, che proprio quando si è perso tutto, ma proprio tutto, perfino la speranza, si ritrova tutto, perché Gesù Abbandonato è là ad attenderci. Chiara non si è sentita abbandonata da Dio perché Gesù lo era stato prima di lei e nel punto più profondo del dolore e dell’angoscia lei Lo ha trovato accanto a sé.

Ha avuto paura Chiara? Certo che ne ha avuta, visto che non era né pazza né esaltata, ce lo confermava durante l’omelia anche padre Vito, che l’ha accompagnata negli ultimi giorni, ma la fede appunto consiste nell’aver paura ed andare avanti ugualmente e questo è ciò che lei ha fatto, fino ad incontrare nel fondo del suo inferno Gesù abbandonato e quindi poter ricevere tutto il suo amore e la sua consolazione.

Ora, se avete avuto la pazienza e la bontà di seguirmi fin qui, veniamo a noi: la fede non è incompatibile con la paura. La paura è una tentazione naturalmente, ma non ancora un peccato, è un sentimento e come tale non è né buono né cattivo.

Quello che ci definisce non sono i nostri limiti, ma le nostre scelte, dunque la fede consiste nelle scelte che facciamo, nella scelta di continuare a fidarci di Dio anche quando non capiamo, anche quando il buio sembra stringerci da tutte le parti, anche quando il terrore e l’angoscia tolgono il sonno e il respiro.

Un ultima osservazione sul mistero della croce: era necessario tanto dolore? Era necessario che Gesù morisse scannato come un animale? Era necessario che Chiara ed Enrico passassero attraverso questo strazio?

Questa è la cosa più difficile da accettare per chi ha una visione razionalistica del Cristianesimo, per chi più o meno consapevolmente segue quell’eresia, così diffusa oggi, che giustamente uomovivo nel suo commento chiamava Tolstoijsmo (perché lo scrittore Tolstoij ne fu uno dei più noti divulgatori).

Io credo proprio di sì, era necessario perché l’uomo è così, perché la vita è così. L’universo non è affatto quel luogo ameno disegnato con il compasso che i liberi muratori pretenderebbero che fosse, è invece il regno pericoloso di drammatiche contraddizioni e conflitti sconvolgenti e Dio ha affidato a noi semmai il compito di cooperare alla sua attività di Creatore, contribuendo a mettere ordine ed armonia nel caos.

Ogni atto d’amore aumenta l’armonia, ripristina il progetto iniziale devastato dal peccato e dalla disobbedienza e quindi, in questo senso, sì, la croce è necessaria, il dolore è necessario, perché in un mondo caotico, drammaticamente segnato dal male, non c’è amore senza dolore, non c’è amore che non costi sangue e non di rado tanto maggiore è il sangue tanto maggiore è l’amore. Dio non ha voluto che Chiara avesse un tumore, né ha voluto che i suoi primi due figli nascessero così menomati da non poter sopravvivere, ma ha certamente amato la scelta di Chiara ed Enrico di continuare ad amare questi tre figli nonostante tutto, perché proprio in questo paradosso estremo dell’amore sta il segreto del Suo cuore.

Ha avuto senso far nascere due bambini che potessero vivere mezz’ora soltanto? Ha certamente avuto senso amarli comunque, sebbene non fossero ancora nati, eppure erano già vivi nel seno materno, ha avuto senso non ucciderli. Del resto come ha scritto Enrico sul bellissimo santino distribuito alla fine del funerale: “Noi nasciamo per non morire più” ed era dunque necessario accompagnarli fino al termine naturale della loro vita terrena.

30 commenti

Archiviato in Attualità, Spiritualità, Teologia

30 risposte a “La paura e la fede (ricordi di Chiara 2)

  1. Ho avuto una figlia che è vissuta solo due settimane. Lo sapevamo, potevano essere anche mesi, ma non di più. Quelle due settimane sono state tra le più importanti della mia vita. Talita, mia figlia, con la sua imperfezione fisica, mi ha insegnato che non conta il tempo, non conta quanto effettivamente sia lunga una vita, ma la qualità di amore che puoi infilare in mezz’ora, due settimane, 28 anni, 33, o anche 90. Davvero davanti all’eternità conta se hai davanti un secolo di vita o una settimana? Grazie Chiara, che sto conoscendo in questi giorni, che mi ha ricordato che pochi anni di amore e eroismo sono più lunghi di uno scorrere lento e senza anima. Questa sera ho preparato la cena per i figli e mio marito come non facevo da settimane, ho sorriso, ho cullato, ho vissuto, con intenzione, con l’intenzione di morire per loro. Grazie a te, seguo il tuo blog da poco, ma è spesso una boccata d’aria nelle mie giornate.

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  2. marcello

    Grande don Fabio, hai aperto uno spiraglio bellissimo verso quello che sarà la nostra vita!

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  3. Mario G.

    Hai scritto: “ogni atto d’amore aumenta l’armonia (…) non c’e’ amore senza dolore, non c’e’ amore che non costi sangue…”. Chiara con la sua scelta, condivisa con Enrico, ne ha dato testimonianza. Una testimonianza che e’ scandalo per i benpensanti e forse anche per molti cattolici. Come e’ debole pero’ la mia fede, grazie don Fabio per le tue chiare parole. Sanno spazzare via i miei dubbi e le mie paure. Che Dio benedica Chiara e protegga Enrico ed il piccolo Francesco.

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  4. Federica

    Grazie, don Fabio, e grazie a Chiara e a Lisa. Premetto che non sono una teologa, ho solo avuto una buona parte di croce nella mia vita e su di essa mi sono interrogata tanto. Secondo me è una contraddizione enorme parlare della fede/fiducia di Chiara e dire che “Dio non ha voluto che Chiara avesse un tumore”. Ma come, “non ha voluto”? Non capisco perchè de-responsabilizzare Dio, cercare di farlo apparire con le mani legate di fronte al male, quando Lui, onnipotente, potrebbe cambiare le sorti di tutti in un attimo. Quando si dice che Dio “permette” il male, secondo me si cerca di giustificarlo, di scagionarlo, per paura di essere accusati di sostenere che Dio è cattivo. Ma la fede sta proprio in questo, nel credere che questa volontà, assurda e disumana agli occhi di chi non crede, sia Amore. Del resto, Gesù nel Getsemani ha detto “sia fatta la tua volontà”, non “sia fatto ciò che tu permetti”. Quindi no, don Fabio, io credo che Dio voglia ogni nostra croce – Lui sa perchè.

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    • Cara Federica, un po’ hai ragione e un po’ no, permettere non è esattamente la stessa cosa che volere e te lo spiego con un esempio: immagina un padre che insegna a camminare ad un bambino: è previsto che il bambino cada, ed eventualmente anche che si faccia male, se il padre fosse sempre lì a sostenerlo non imparerebbe mai. Questo significa che il padre vuolee che il bambino cada? No, ovviamente, ciò che vuole è che impari a camminare, ma questo non può accadere senza qualche caduta, il padre quindi le permette per raggiungere ciò che vuole.
      Allo stesso modo ciò che Dio vuole è che noi impariamo ad amare (camminare), ma questo obbiettivo non si può raggiungere senza croce, ecco perché il Padre permette nella nostra vita dolore e sofferenza, perché noi possiamo trasformarli in altrettante occasioni d’amore

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      • yunan

        molto reverendo don Fabio, lei ha ragione, il Padre permette ma non vuole. Permette perchè ci ha donato la libertà e ritiene tale dono fondante del suo amore per noi. Ci insegna, con il Figlio, che anche nel dolore Lo possiamo trovare e possiamo trovare quell’umanità redenta che ci ha promesso. Però questa mia considerazione personale è un poco differente dalla sua asserzioneconclusiva; non me ne voglia. un caro saluto.

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      • Alberto

        Non capisco una cosa, se Gesù Cristo è morto al posto nostro allora perchè siete convinti di dover continuare a soffrire? Per rendere vano il suo sacrificio?
        E’ come se la gente salvata dal sacrificio di Salvatore D’Acquisto dicesse: “sì è stato molto generoso a morire al posto nostro ma sento di dover andare dai nazisti e dirgli di trucidare pure me perchè credo sia giusto partecipare almeno un po’ alle sue sofferenze”. Ma che dovrebbe pensare Salvatore?
        Che ne è stato del ballare e cantare ai piedi della croce?
        Là sopra ci sarei dovuto stare io e invece Gesù ha preso il mio posto… che c’entra Lui o il Padre con il male e le malattie? Sono agli antipodi!
        Non c’è nulla di sbagliato a morire per qualcun’altro, anzi Gesù stesso ha detto che non c’è amore più grande di chi da la vita per gli amici, ma un conto è donare un conto è permettere che la vita ci venga tolta.
        Se offri qualcosa vuol dire che è tua e che ne puoi disporre liberamente, se ti vien tolta non è offerta ma estorsione.
        Gesù l’ha detto chiaramente, Lui l’ha offerta la vita, non gli è stata tolta, e quello che l’ha aiutato a superare l’agonia è stato pensare alla gioia che ne sarebbe scaturita dopo.
        Il fatto che i cristiani soffranno persecuzioni non è una aggiunta al pacco regalo che il Padre ci ha fatto ma è l’avvertimento di un qualcosa di inevitabile: due regni si scontrano sulla Terra quello satanico e quello di Dio e uno non può espandersi senza che l’altro diminuisca. Da qui le battaglie e le persecuzioni che non c’entrano nulla con le malattie, le sfighe ecc ecc ma con la lotta di far prevalere la verità della Buona Notizia in un mondo vittima di confusione e ombre.
        Difficilmente riusciremo a portare avanti la nostra missione sulla Terra e imporre la volontà del Padre se continuiamo a far albergare in noi il dubbio che sia Lui a creare i nostri problemi.
        Accusare dei mali del mondo il Padre che ha sacrificato l’unico suo figlio per il nostro bene è diametralmente opposto alla verità del vangelo.

        2Corinzi 10
        3 In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, 4 ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, 5 distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo.

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        • Uomovivo

          “Chi vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.
          Con queste poche parole Gesù si era tolto di mezzo gran parte di quella folla che di volta in volta andava ingrossandosi. Ha fissato un criterio del vivere che è esattamente l’opposto a quello del mondo che vive scappando dalla croce. Al mondo che insegna a fuggire la croce, Gesù contrappone il suo insegnamento e la sua vita. Nella passione è Lui che l’abbraccia, se la carica, la porta e ci si sdraia sopra. E lo fa nella totale fiducia che Dio è un Padre.
          I discepoli, non ancora ben formati dopo tre anni di vita con Gesù, di fronte alla croce si lasciano scandalizzare e scappano. Non vedono dentro l’insuccesso la potenza di Dio. Nemmeno la sperano e l’attendono. Ma una volta che lo Spirito Santo ha compiuto in loro la formazione, andranno tutti sulla croce, come Pietro e Andrea, ed esclameranno insieme con Paolo:
          “Per me non c’è altro vanto che nella croce di Gesù”.
          Questo non vuol dire che noi si va in cerca della sofferenza con il lanternino. Significa un altra cosa, e a proposito del paradosso della Croce non saprei spiegarlo meglio di come ha fatto quel cristiano ortodosso di Pavel Florenskij, pochi mesi prima di essere fucilato nel gulag nel quale era stato rinchiuso per anni:

          “Il destino della grandezza è la sofferenza, quella causata dal mondo esterno e la sofferenza interiore. Così è stato, così è e così sarà. E’ chiaro che il mondo è fatto in modo che non gli si possa donare nulla se non pagandolo con sofferenza e persecuzione. E tanto più disinteressato è il dono, tanto più crudeli saranno le persecuzioni e atroci le sofferenze. Tale è la legge della vita, il suo assioma fondamentale”

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          • Alberto

            Che siano gli uomini a provocare sofferenze ne sono certo. Questi sono i problemi che hanno afflitto Paolo e immagino anche gli altri apostoli e sono comprensibili e biblici.

            A me preme solo far passare un messaggio: non è Dio nostro Padre a esserci nemico nè a volere nè permettere mali incurabili.

            Vi è una grande differenza tra essere perseguitati e messi a morte per il vangelo e l’accettare le cosidette “croci” di malattie, dolori ecc ecc
            Le persecuzioni e le battaglie (se vinte) sono a nostra gloria futura e per essere conformi a Cristo anche nella morte ma le malattie o i così detti “mali incurabili” non vanno accettati!
            Ma come fa un cristiano a definire un male “incurabile”? E’ mai successo che Gesù non sia riuscito a guarire qualcuno?

            Salmo 102 (versione CEI)
            3 Egli perdona tutte le tue colpe,
            guarisce tutte le tue malattie;
            4 salva dalla fossa la tua vita,
            ti corona di grazia e di misericordia;
            5 egli sazia di beni i tuoi giorni
            e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

            Ergo non esistono mali incurabili! Questo è il mio Dio.

            Ha senso mettere al mondo bambini con problemi? CERTO! Perchè Dio è capacissimo e desidera ardentemente sistemare queste situazioni che non ha mai voluto nè permesso.

            Qualcuno a questo punto potrebbe citare l’episodio del cieco nato e quindi cercherò di prevenire l’obiezione.
            I testi originali del nuovo testamento sono in greco antico e mancano di punteggiatura quindi il passo di:

            Giovanni 9 (versione Diodati)
            1 E PASSANDO, vide un uomo che era cieco dalla sua natività. 2 E i suoi discepoli lo domandaron, dicendo: Maestro, chi ha peccato, costui, o suo padre e sua madre, perchè egli sia nato cieco? 3 Gesù rispose: Nè costui, nè suo padre, nè sua madre hanno peccato; anzi [ciò è avvenuto], acciocchè le opere di Dio sieno manifestate in lui. 4 Conviene che io operi l’opere di colui che mi ha mandato, mentre è giorno; la notte viene che niuno può operare. 5 Mentre io son nel mondo, io son la luce del mondo. 6 Avendo dette queste cose, sputò in terra, e fece del loto con lo sputo, e ne impiastrò gli occhi del cieco. 7 E gli disse: Va’, lavati nella pescina di Siloe (il che s’interpreta: Mandato); egli adunque vi andò, e si lavò, e ritornò vedendo.

            può essere letto in un altro modo cambiando la punteggiatura.
            Da notare che ho inserito in parentesi le parole “ciò è avvenuto”. L’ho messe tra parentesi perchè sono un’aggiunta dei traduttori e non sono presenti nei testi originali. La versione Diodati stessa le pone in italico a evidenziare tale aggiunta.
            Altro cambiamento operato è “anzi acciocchè” in “ma per far sì che”.
            Se non avete obiezioni a queste modifiche ecco come potrebbe essere letto lo stesso brano di prima:

            Giovanni 9
            1 E PASSANDO, vide un uomo che era cieco dalla sua natività. 2 E i suoi discepoli lo domandaron, dicendo: Maestro, chi ha peccato, costui, o suo padre e sua madre, perchè egli sia nato cieco? 3 Gesù rispose: Nè costui, nè suo padre, nè sua madre hanno peccato.
            Ma per far sì che le opere di Dio sieno manifestate in lui 4 conviene che io operi l’opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene che niuno può operare. 5 Mentre io son nel mondo, io son la luce del mondo. 6 Avendo dette queste cose, sputò in terra, e fece del loto con lo sputo, e ne impiastrò gli occhi del cieco. 7 E gli disse: Va’, lavati nella pescina di Siloe (il che s’interpreta: Mandato); egli adunque vi andò, e si lavò, e ritornò vedendo.

            La differenza è abissale! Le persone non nascono con problemi o malformazioni perchè Dio ne ha bisogno per mostrare la sua gloria ma se nascono con problemi non importa perchè Dio può e soprattutto VUOLE porvi rimedio.
            Spero che possa servire a qualcuno.
            Pace

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      • 61Angeloextralarge

        don Fabio: questo commento spiega benissimo un concetto difficile da fare entrare nella testa ma soprattutto nel cuore. Grazie! Ovviamente copio per usarlo come tu sai.

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  5. Pingback: Egli è il Signore della danza… | Luca Zacchi, energie rinnovate e rinnovabili

  6. Uomovivo

    “«Bevi – dice [il dio del mondo] – perché non sai da dove vieni né perché. Bevi perché non sai quando ripartirai né dove sei diretto. Bevi, perché le stelle sono crudeli e il mondo è inutile come una trottola. Bevi, perché non vi è nulla su cui valga la pena contare, nulla per cui valga la pena lottare. Bevi, perché tutte le cose scorrono perennemente uguali in una pace infausta.» Ed ecco che con una mano ci porge il calice. E presso il sommo altare del cristianesimo vi è un’altra figura, nella cui mano vi è un altro calice di vino. «Bevi – dice – perché il mondo intero è rosso come questo vino, cremisi come l’amore e l’ira di Dio. Bevi, perché le trombe inneggiano alla battaglia e questo è il bicchiere della staffa. Bevi, perché quello che ti offro è il mio sangue del Nuovo Testamento. Bevi, perché so da dove vieni e perché. Bevi, perché so quando ripartirai e dove sei diretto.»” (GKC)

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  7. Reblogged this on BABAJI and commented:
    danke , aufwiedersehen !

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  8. Caro don Fabio …. apprezzo con grande commozione quanto scrivi ….. essendo nato dopo due fratellini morti prematuramente riesco a intuire qualcosina di questa smisurata tragedia ….. anche pensando all’altro dramma assurdo presente nella mia famiglia ….. se oggi fossi a roma andrei a recuperare qualcuno di quei libri di hans urs von balthasar che purtroppo per stanchezza lasciai inacquistati nella libreria vaticana dove li avevo scoperti e sfogliati con grande meraviglia ….. confido di tornare quanto prima nella caput mundi …..” vocatus atque non vocatus Deus aderit ” sta scritto sull’ingresso della mia abitazione in Basilicata ….. e stava scritto pure sull’ingresso di quella di Jung in Svizzera …. un medico che tentava di rintracciare pure in tali tragedie la numinosità …… aufwiedersehen !

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  9. antonella

    buongiorno don fabio, io sono sempre qui coi miei dubbi anche se il mio grazie lo esprimo a lei e alla sua apertura anche verso chi come me non ha alcuna granitica certezza ma solo dubbi che sfinirebbero anche la pazienza più irriducibile. mi permette di fare una notazione che poco ha a che fare con il racconto di questi giorni?
    non è forse una caratteristica fondante del cristianesimo l’accoglienza di tutti, anche di chi ha idee differenti? come mai nei vari blog si esalta la croce di chiara e al tempo stesso non si accetta il confronto con chi vive nel dubbio e viene liquidato come disturbatore?
    ecco un’altra cosa che mi confonde non poco e mi procura grande tristezza. io per vivere bene ho bisogno di vivere bene nella comunità in cui voglio inserirmi. un anno fa sono entrata in una chiesa dove tra tanti fedeli presenti pochi, pochissimi avevano l’aria di chi si rendesse conto di trovarsi in un luogo consacrato alla riflessione, al raccoglimento, alla modestia e alla preghiera. eppure ci stavamo preparando al battesimo di tanti bambini. e io, pur senza voler fare giudizio, mi sono sentita in mezzo al frastuono di un posto fasullo. certamente un limite mio ma com’era difficile respirare la sacralità in mezzo a tanta distrazione.
    è ciò che mi sta accadendo in questi giorni, mentre leggo le opinioni e le testimonianze di altri che come detto, hanno gli occhi fissi sulla croce ma nessuna comprensione per l’ultimo che prende maldestramente posto tra loro.

    perciò, grazie a lei ancora una volta perché mi fa sentire accolta anche se sono così distante dall’aver compreso e, forse, dal voler comprendere.

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    • Credo che nel caso specifico dipenda dal fortissimo impatto emotivo di questa storia. Io conoscendo bene Enrico sono stato toccato molto nel vivo da questa vicenda e per questo nel primo articolo che ho scritto parlando di Chiara, il 14 c.m. ho detto da subito che non avrei accettato alcun commento.
      Poi è passato qualche giorno, ho pregato, ho celebrato il funerale, ora sono più sereno e in pace e anche pronto a confrontarmi, ma magari altri hanno tempi più lunghi.

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  10. grazie don Fabio, molto bello quello che scrivi.
    Da “precisetti” un po’ incallito due piccolissime chiose:
    1) molto bello quello che scrive BXVI nella seconda puntata del Gesù di Nazareth sulle due volontà e che tu sintetizzi mirabilmente.
    2) ci sono teologi che nel ricordare il verso del salmo citato da Gesù sulla croce (Elì Elì lemmà sabactàni) ricordano che si tratta di un salmo di gioia perché dopo il momento di sconforto in realtà la preghiera termina con una descrizione di vittoria ottenuta grazie a Dio. Quindi…
    Grazie
    un abbraccio
    Paolo

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  11. 61Angeloextralarge

    Questo post ha risposto non solo ai commenti che avevo lasciato ieri ma anche ad altro, quindi non grazie ma di più! 😀

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  12. Michele Ricciardi

    Chiedo scusa se il tema è già stato trattato, ma la domanda mi è sorta spontanea: perchè non c’è amore senza dolore? Io per esempio amo mia moglie, i miei figli, i miei genitori, le mie sorelle, i miei amici, il mio parroco, guardo con affetto sincero e profonda gratitudine i capi scout dei miei figli, generalmente apprezzo le persone che incontro e quando qualcuno mi fa un torto, passata l’irritazione, mi ricordo che devo amare anche lui. Insomma amo la vita in ogni sua espressione (la mia vita e quella che mi circonda). Tutto ciò senza alcun vero dolore mai provato in vita mia. Ringrazio Dio ogni giorno per questo, ma proprio non riesco a capire perchè all’amore debbe essere associato il dolore. Non ho fatto nulla di speciale per meritarmi tutto ciò; forse sono un privilegiato e forse un giorno dovrò sperimentere anche il dolore e allora apprezzero di più l’amore, ma lo apprezzo moltissimo anche ora. Ammiro sconfinatamente chi offre la propria vita e la propria sofferenza per il bene degli altri, ma quella è una straordinaria dimostrazione di amore, che si manifesta, occasionalmente nella sopportazione del dolore. Occasionalmente, perchè, per esempio, anche Madre Teresa di Calcutta ha grandemente amato senza dover patire supplizzi o malttie terribili. Perchè associare necessariamente l’amore al dolore?

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    • Claudia Elisa Persico

      C’è amore senza dolore così come ci può essere dolore senza amore. Per esperienza personale una condizione di sofferenza, se accettata e donata, permette di raggiungere livelli di consapevolezza e sensibilità tali che ti sembra di esplodere tanto è l’amore che senti, è terreno fertile, molto fertile

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      • Sicuramente don Fabio ti risponderà meglio di quanto possa fare io, ma mi volevo riallacciare al pensiero di Chiara Lubich che spiega benissimo questo legame. Quando tu ami l’altro veramente, profondamente, devi spostare te stesso, svuotarti di te per accoglierlo. Non è un sentimento, è un’azione, e richiede una rinuncia. Questa rinuncia può non essere dolorosa perché l’altro comunque spesso è un dono, ma nasce da una privazione. Da questo poi può nascere un nuovo te, e donare a tua volta. Così Gesù sulla croce si è fatto nulla, non-Dio, perdendo la sua unione con il padre, per ridarcelo in pieno nella sua morte e resurrezione, così non c’è un vero atto d’amore che non passi dall’essere, passatemi il termine, “vuoto”, dolore. Le grazie, il legame fra gli uomini, il dono del creato, la gioia, sono, appunto, doni, ma non ci mettono in gioco, non sono il succo del cristianesimo. E per quanto riguarda Madre Teresa, non solo lei ha esercitato il rinnegarsi ogni giorno, scegliendo volontariamente la miseria, l’assistenza ai rifiutati, e tanti tanti disagi in cui viveva con le sue sorelle, ma ha anche offerto un profondo e lungo dolore spirituale che ha vissuto verso la seconda metà della sua vita, dopo la chiamata, proprio per sentirsi ancora più unita con i suoi “più poveri tra i poveri”, Tutto quello che ha fatto nascere è nato da quello. Altrimenti, come si suol dire, niente frutti.

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    • Amore e dolore… bel tema
      Lisa ha dettto mirabilmente come Amare significa sempre morire a se stessi.
      In noi vive il peccato originale, significa cioè che siamo tendenzialmente egoisti, tutti. Amare quindi significa sempre dover combattere il proprio egoismo, mettersi da parte perché l’altro cresca. A suo modo e in varia misura questo è un dolore, che a ciascuno sarà chiesto nella misura di ciò che può dare.
      Poi c’è un altro aspetto ed è legato alla condizione dell’altro. Se la persona amata soffre un’ingiustizia, se è malata, se è povera, come potrò restare indifferente e non soffrire anche io? Amare è anche, sempre, con-soffrire ridere con chi ride, ma anche piangere con chi piange e poiché nel mondo sono di gran lunga di più le persone che piangono di quelle che ridono…
      La frase non c’è amore senza dolore non significa che dobbiamo aspettarci né tantomeno chiedere a Dio malattie o disgrazie, significa semplicemente che l’amore scava dentro e nel momento in cui si viene scavati si soffre, certo, c’è anche una grande, grandissima gioia in quiesto, perché ci si avvicina a Dio, perché si coglie il Cuore della vita, ma questo del resto è il mistero cristiano: gioia e croce INSIEME

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