Una città per perdersi

Non so voi, ma io adoro perdermi nelle città. Solo quando ti ci perdi dentro una città ti rivela davvero se stessa, come una donna virtuosa che si lascia vincere solo da chi si abbandona a lei. Solo quando sei davvero solo, in vie che non conosci, tra gente diversa da te e che non parla la tua lingua si aprono i sensi e cominci davvero a vedere e sentire la città, che diventa viva davanti a te.

Così nella mia recente vacanza spagnola ho cercato per giorni di perdermi in Madrid, l’ho attraversata ostinatamente a piedi in ogni direzione, senza mappa né guida, ho frequentato bar di dubbia eleganza ed ancor più dubbia igiene, ho sudato su e giù per le calles ad ogni ora del giorno e della notte, ho chiacchierato nel mio spagnolo di fortuna con la gente più disparata, cercando quel qualcosa di indefinibile che si potrebbe dire lo spirito della città… Invano! Non ho mai avuto nemmeno per un attimo quella sensazione di terra incognita che è un presupposto del perdersi.

Il fatto è che Madrid è una città senza mura, costruita cioè quando la preoccupazione degli urbanisti non era più quella di tener fuori i nemici, ma di invitare i mercanti ad entrare. E le città senza mura, fateci caso, sono tutte città senza storia, e una città senza storia è una città senza identità e senz’anima.

Madrid mi parla di cose che conosco, parla la lingua universale del successo, del denaro, del lavoro. Mi sembra uno spazio vuoto, una città senza metafisica, senza spessore. Non che non sia bella, intendiamoci: è molto elegante, pulita, vivibilissima, piena di verde e di arte, solo che, come direbbe Cocciante, è una “bella senz’anima”… è come se mancasse di personalità. Non mi ha mai stupito, neppure per un secondo, non mi ha mai fatto sognare, è come una bella donna dalla conversazione noiosa.

Questa sensazione si è decuplicata quando ho visto Avila. Avila è l’esatto contrario e naturalmente mi ha sedotto al primo sguardo. La sua storia, il suo fascino, la sua leggenda mi parlavano in continuazione ed ogni pietra, ogni angolo raccontavano per me storie fantastiche ed emozionanti. Mi sono perso in dieci minuti tra le sue strade ed ho goduto ogni istante della sua bellezza, restando perduto un giorno intero. Passeggiavo tra quei vicoli antichi e le case che ancora portano i nomi dei cavalieri che le hanno abitate, e ricordavo, e sognavo. Che meraviglia vivere in una città in cui ogni casa ha un nome!

Avila, al contrario di Madrid, è le sue mura, che sono del resto la prima cosa che nota il turista. È una città nata per la lotta, per custodire e proteggere l’identità cristiana contro l’invasione moresca, per affermare tutti i valori della Reconquista, la nobiltà dei cavalieri, la grandezza d’animo e la forza, la bellezza e la profondità. Solo qui poteva nascere quella donna straordinaria che fu Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada, che veneriamo come Santa Teresa di Gesù, solo qui la sua nobiltà naturale poteva infiammarsi al punto da farne forse la donna più passionale e appassionata della storia della Chiesa.

Avila custodisce un segreto che le città moderne hanno dimenticato, racconta che la bellezza è nascosta e non può essere esibita, che la verità va protetta e custodita.

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14 commenti

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14 risposte a “Una città per perdersi

  1. media-e-midia

    Non ci avevo mai pensato. Sarebbe sviluppare la riflessione meditando sui motivi e le conseguenze della sistematica demolizione di cinte murarie urbane perpetrata dopo l’unificazione dell’Italia.

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    • Però quando le mura c’erano e sono state demolite resta comunque una traccia, un segno. La città si è articolata già in “dentro” e “fuori” e così resta ancora possibile sentirne e vederne l’identità… La cosa triste è quando fin dall’inizio le mura non erano previste.

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  2. media-e-midia

    Su questo non ci piove. Demolire le mura indica pur sempre l’intento di cambiare l’identità della città, non di eliminarla.

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  3. 61Angeloextralarge

    “la bellezza è nascosta e non può essere esibita, che la verità va protetta e custodita”: smack! 😀

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  4. Gabriele

    Salve, un interessante spunto di riflessione questo post.
    Ripensando ai luoghi/città visitate nel corso della mia vita, mi viene in mente che città strutturate all’interno di mura hanno sicuramente una personalità decisa e un fascino che da questa deriva. Spingo un poco più in là la riflessione…nel caso delle città con mura abbiamo una personalità data alla comunità che in parte si basa sul tenere fuori dai propri confini gli altri, i nemici. Ecco, un definire la propria storia attraverso l’essere contro qualcun altro, quasi per differenza….io non sono come loro, io sono migliore in quanto diverso da loro….dagli altri…
    In fondo psicologicamente parlando risiede proprio in questo il fascino di attrazione delle sette o comunque dei gruppo chiusi….frapporre mura e barriere con il mondo esterno tali da rafforzare il senso di appartenenza degli eletti all’interno….
    Forse una comunità ed una città non costruita con mura ha sicuramente meno fascino architettonico ma, allo stesso tempo, potrebbe avere un respiro ed un’orizzonte più ampio dato dalla capacità di accogliere gli altri e da questi lasciarsi trasformare….

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  5. Gabriele

    Salve, grazie molte per il link…prima di lasciare qualche pensiero su quanto segnalato mi butto su una lettura attenta. Quindi per ora mi limito ad un grazie.

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  6. Gabriele

    Una magnifica riflessione e analisi della simbologia presente nell’Apocalisse. Bella e difficile l’idea di mura che delimitino ma non racchiudano…difficile, ripeto, ma proprio per questo meritevole di essere perseguita.
    Una piccola digressione….mi occupo di economia, sono un revisore e consulente aziendale…ricordo che, durante un convegno in Olanda tempo fà, la relazione di un professore della Cranfield University faceva notare come i sistemi bancari dei paesi del nord europa, per molte ragioni, possono essere paragonati a delle scatole di vetro e quindi trasparenti in cui tutti i soggetti possono guardare dentro e controllare la liceità di ciò che stà avvenendo….di contro faceva l’esempio dei sistemi off-shore (ahimè tra questi includeva anche lo Ior) in cui la scatola non consentiva a nessun organo terzo un controllo efficace.
    Ecco, delle mura che delimitino ma non racchiudano mi ha riportato a questo episodio.
    Ora torno all’argomento principe….da quello che scrive ho cercato di riportare gli intendimenti della Gerusalemme celeste nella mia vita (in fondo è da qui che in qualche modo costruisco il mio rapporto con la Vita)…ecco, io ho un corpo e ancora di più ho una personalità che con il tempo si è strutturata in modo tale da poter essere paragonata a delle mura, ecco, bello sarebbe se queste mura fossero semplicemente il limite delle mie esperienze, delle mie opinioni, della mia sensibilità e tali fattori non fossero un argine all’incontro con l’altro, ma bensì il punto di partenza per un conoscenza vera e piena attraverso quelle “dodici” porte sempre aperte verso l’altro…ecco che la mia città sarebbe punto di incontro e non di scontro, di fratellanza e non di lotta….

    Ancora grazie molte di quanto scritto, sarà motivo di nuova lettura delle pagine di Giovanni.

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  7. Sono uno studioso di storia dell’architettura e, non so quanto meritatamente, passo per “esperto” di fortificazioni. Questo per dire che il tema delle cinte urbiche mi affascina, mi appassiona, sarei tentato di dire che mi commuove. La cattedrale e le mura fanno la città. Dalle mie parti, gli esempi più semplici ed arcaici di insediamento fortificato sono costituiti da un grumo di case strette attorno alla chiesa, le facciate esterne ben rinserrate a far da cortina lungo la ripa pressoché circolare del fossato. Ormai i fossati, quasi sempre colmati, sono divenuti sede stradale e il vallo è stato aggredito da box e dalla multicolore edilizia geometresca, con sfogo nell’indefinito continuum suburbano che infesta la pianura lombarda. Eppure le tracce permangono e l’identità resiste, benché residuale: ormai non siamo più capaci di generarne di nuova.
    Ho sempre associato le mura alla virtù pubblica: fortezza e temperanza delle comunità. Comunità anche piccole, di pochi “fuochi” (così venivano definiti, con termine suggestivo, i nuclei familiari nei censimenti d’antico regime), ma riconoscibili, certe, “piene”. Forti della loro debolezza, unite nel nome del santo protettore.
    Mi sono venute a noia le parole “apertura”,”dialogo”, “confronto”, “mondo esterno”. Auspico l’erezione di mura-mura, a livello personale e comunitario. Senza un’identità forte e solida, costruita negli anni nel riserbo e nel nascondimento, non c’è nulla da scambiare. Senza chiusura non c’è apertura, senza mura non ci sono porte. Senza differenze non c’è comunione.

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    • Caro Franz
      sono contento che le mie riflessioni, che non sono di un esperto, ma semmai di un esteta, abbiano attratto l’attenzione di qualcuno che per professione si occupa di cinta murarie.
      Sono d’accordo con te quando dici che senza mura non ci sono porte, ciò che volevo dire, soprattutto nel commento all’Apocalisse che citavo qui sopra nella risposta a Gabriele, è che l’identità cristiana è essenzialmente di apertura e comunione, per la sua caratteristica di universalità.
      Ben vengano mura e porte quindi, purché le porte siano aperte, ben guardate, ma aperte, come appunto nel libro dell’Apocalisse.

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    • Franz, non è mica che scrivi libri anche tu, per caso? Perché se ne avessi scritto qualcuno mi sa che mi piacerebbe darci un’occhiata…

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  8. Per don Fabio. L’apertura sarà pure uno dei tratti essenziali dell’identità cristiana, ma è pur sempre un’apertura mediata. Nel senso che l’apertura ai nostri fratelli (fratelli in Cristo) avviene per l’appunto attraverso Cristo (la “perla” sopra le porte …) e quindi è sempre un rapporto indiretto, o comunque a tre. Cristo è il suggello della relazione vera, disinteressata. Invece il rapporto diretto tra uomini, la relazione autosufficiente, la “fraternité” massonica, dimentica di Dio (la “solidarietà”), è un rapporto inautentico, perché più o meno velatamente finalizzato al proprio tornaconto. Senza Dio, le porte della città murata sono solo dei tromp-l’oeil. E allora l’apertura, la comunione, sono una meta, non un dato di partenza. Anzi, no: più che una conquista (un dover essere, un precetto morale), è una scoperta (dono). Insomma, non è qualcosa di cui dobbiamo pre-occuparci, perché è pura conseguenza dell’adesione a Cristo. Le mura sono il vaso d’argilla di cui consistiamo nel mondo, il contenitore fragile e preservando della nostra identità, il nostro corpo caduco, i limiti benedetti con cui dobbiamo fare i conti e da cui non possiamo prescindere. O no?

    Per Emidiana: no, non ho mai scritto libri. Forse quando andrò in pensione ne avrò il tempo e la coerenza (ma temo che allora sarà venuta meno del tutto l’ambizione). Se proprio l’argomento ti appassiona, posso inviarti per mail qualcuno dei saggi che ho pubblicato in muffosi volumi miscellanei di storia più o meno locale. Ma è per stomaci forti e nervi saldi (in grado, cioè, di reggere senza significative conseguenze i molti caffè necessari per leggerli da cima a fondo). Questo, almeno, a giudizio della mia gentile consorte – che peraltro disdegna il caffè.

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    • Diciamo che l’argomento potrebbe interessarmi. Per motivi professionali mi occupo di storia sismica d’Italia e la mia esperienza è che brandelli di informazioni utili possono venir fuori da qualsiasi tipo di studio storico, specie quelli di storia locale. Se sei così gentile da mandarmi qualcosa da leggere ti ringrazio (indirizzo raggiungibile tramite la vignetta qui a fianco).

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