Uno sporco lavoro (ma qualcuno dovrà pur farlo)

Narra un aneddoto (non so quanto fondato storicamente) che in punto di morte S. Tommaso ebbe una visione in seguito alla quale ordinò al suo segretario di bruciare tutta l’opera sua, perché, così diceva, non era che paglia a confronto di ciò che aveva visto. Mi sembra che non siano pochi oggi quelli che hanno la tentazione di bruciare come paglia il lavoro dei teologi, anche se sospetto che non tutti siano mistici della statura dell’Aquinate.

Mi sembra di vedere nella Chiesa italiana una moltiplicazione di pratiche devozionali, un ritorno ad una fede intesa sempre più come mera sottomissione al mistero, come rinuncia al pensiero, inteso come fatica di capire. Apparentemente questa sottomissione dell’intelligenza è un atto virtuoso, indica infatti certamente una volontà di credere e dunque una intenzione che nel suo fondo è buona, restano però, a mio parere, due questioni sul tappeto: 1) è REALMENTE possibile mettere tra parentesi la propria intelligenza nell’atto di fede? 2) è poi questo il tipo di fede voluto da Gesù?

Innanzitutto non credo che sia realmente possibile mettere tra parentesi la propria intelligenza. Chi non accetta di fare la fatica di conciliare fede e ragione si condanna a vivere come una persona scissa, di fronte alla quale si aprono due possibilità: o avere di fronte alla realtà un atteggiamento negazionista (poiché la realtà non coincide con il mio credo la nego a priori e tanto peggio per la realtà) da cui deriva una mentalità di crociata (la pretesa di sottomettere la realtà con la forza, anziché con l’amore e la parola) oppure vive due vite parallele, una di buon cristiano osservante, che va a messa e fa le sue pratiche di devozione, l’altra di professionista o di uomo impegnato nella vita e nel mondo che nel suo impegno però si ispira a concetti e criteri tutt’altro che evangelici.

E’ del tutto evidente che la fede cristiana non è pienamente razionale, nel senso che i suoi presupposti sono rivelati, e quindi sono degli a priori che vanno accettati, al tempo stesso però non è irrazionale, perché una volta accettati quei principi da essi discende una struttura che in se stessa è interamente logica e profondamente coerente. Io posso credere ad una verità inaccessibile ai miei sensi, ad un postulato indimostrabile come l’esistenza di Dio, ciò che non potrei assolutamente credere invece è un’affermazione in se stessa illogica, cioè autocontraddittoria, non potrei ad esempio credere a chi mi dicesse che un cerchio è quadrato oppure che possa esistere più di una verità.

Ma soprattutto non credo che sia questo il tipo di fede che Gesù chiede ai suoi discepoli. Quando nel Vangelo di Giovanni dice “non vi chiamo più servi, ma amici, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone” domanda ai suoi esattamente di passare dall’obbedienza acritica (e irresponsabile, di mero esecutore) del servo, all’adesione consapevole dell’amico, adesione basata sulla conoscenza e sulla condivisione e che quindi implica una assunzione di corresponsabilità e soprattutto una comprensione del pensiero dell’amico, il che sottintende lo sforzo di capire.

Lo sforzo di capire è il punto di partenza della riflessione teologica. Certo, oggi la teologia è diventata, nella sua accezione alta, una scienza sempre più specializzata (tanto che, come per ogni scienza, assistiamo alla sua scomposizione in branche: morale, dogmatica, biblica etc.) e questo può scoraggiare i più dall’accostarsi a questo compito, certamente sentiamo (come notava il S. Padre in un recente discorso) la mancanza di uomini capaci di fare sintesi (come fece S. Tommaso), riconducendo tutta la teologia a un comune principio, e tuttavia non possiamo fare a meno di questo lavoro, perché in realtà esso sottende tutto il nostro agire ed essere nel mondo da cristiani.

È chiaro infatti che non si può derivare dal Vangelo una cultura (intesa nel suo senso ampio, come stile di vita e prassi dell’azione) senza riflessione e quindi senza un contributo della nostra intelligenza, per questo, ad esempio, dalle medesime radici cristiane si possono derivare prassi politiche diverse e diverse sensibilità artistiche. In questo senso largo quindi tutti siamo teologi, tutti cioè abbiamo il dovere di illuminare le nostre scelte con il Vangelo e di trarre da esso i principi dell’azione.

Naturalmente la riflessione richiede tempo, pacatezza ed umiltà, la comunicazione teologica quindi mal si adatta a certi media, come la TV o la Rete, che sono invece veloci, sovraeccitati e spesso indulgono al narcisismo. La conversazione amichevole, un camino acceso e un bicchiere di Porto (vi risparmio la pipa) restano il luogo ideale della comunicazione teologica, mentre la sua fonte, in quanto scienza della Rivelazione, non può che scaturire da ginocchia callose.

A parte qualche allegrone che si dedica a segare il ramo su cui sta seduto, non mancano oggi buoni teologi nella Chiesa, quello che invece ci manca sono buoni divulgatori, gente che sappia attingere dai cieli teologici per portare nella “sporca” realtà la verità del Vangelo. Compito rischioso, rischiosissimo, perché chi si accinge a fare questa fatica cammina su una lama di rasoio, da una parte rischia di non mediare, così che in effetti la sua comunicazione resta insufficiente, dall’altra di cercare il consenso, l’approvazione, come se la verità cristiana dipendesse da questo.

Il divulgatore teologico (ommamma che brutta parola!) dovrebbe essere assolutamente fedele a Dio e totalmente aderente alla realtà, deve sentirsi del tutto a proprio agio in una biblioteca come in un centro commerciale, in ginocchio davanti al Santissimo come ad un party. Insomma deve essere contemporaneamente uomo di Dio e del mondo, o meglio, in quanto uomo di Dio deve saper attraversare il mondo con occhi aperti e conoscerlo senza farsene condizionare.

Va da sé che un uomo così non può essere uno specialista. La teologia oggi è diventata una scienza così sofisticata che i ricercatori, come per qualsiasi altra branca del sapere, devono dedicarsi alla pura ricerca, dove troverebbero altrimenti il tempo per organizzare l’immensa quantità di nozioni che costituiscono l’oggetto della loro scienza? Neppure però può essere un praticone,  un’improvvisatore. Se in genere l’Italia è il paese in cui l’opinione del primo cretino che passa vale quanto quella di un docente universitario (così che in tutta serietà si può trovare interessante, in un talk-show, il parere di una velina sulla crisi economica) a maggior ragione questo vale quando si parla di cose religiose, visto che più o meno tutti da bambini hanno fatto un po’ di catechismo e quindi si sentono autorizzati a discutere con chi ha dedicato tutta la vita alla conoscenza e all’approfondimento delle Scritture.

Compito rischioso dicevo perché questa doppia fedeltà non di rado porta ad assumere posizioni molto scomode: senza la sicurezza di un contesto ecclesiale protettivo e senza la simpatia che il mondo prova per i suoi: considerati estranei dai non credenti ed a volte anche dai credenti, e tuttavia compito necessario perché il vangelo possa davvero crescere nel mondo.

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5 commenti

Archiviato in Filosofia, Spiritualità, Teologia

5 risposte a “Uno sporco lavoro (ma qualcuno dovrà pur farlo)

  1. 61Angeloextralarge

    Concordo! Ma come fare “da ignorante” a riconoscere il “teologo” serio? Ok, quelli più conosciuti possiamo selezionarli meglio, ma quelli che arrivano nelle nostre realtà per qualche catechesi o altro e, a volte, “sparano” tante parole?

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  2. Uomovivo

    Non c’è croce senza sfera e non c’è sfera senza croce.

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  3. Un modo molto bello di fare comunicazione teologia secondo me è quello olistico di Gesù, vuoi conoscermi meglio? Vieni, cammina e imparerai camminando.
    Oggi diremmo training on the job, un sistema molto più efficiente se paragonato al “prima ti formo e poi ti impiego”.
    Il rischio di studiare teologia e basta è che l’investimento di fiducia nell’insegnante (o nei libri letti) matura così tanti interessi che al momento di mettere in pratica quanto hai appreso non si ha più la forza e la volontà di ammettere che non funziona, che hai solo perso tempo e che il sistema si sbaglia.
    Se la teologia è una scienza allora deve essere provata e deve dimostrarsi valida in ogni laboratorio (spirito anima e corpo), altrimenti è solo speculazione oziosa.
    Paolo era un fariseo ma tutta la scienza e la conoscenza impartitagli la definii merda secca in confronto alla conoscenza di Cristo. Mi domando cosa ci stiamo perdendo noi? E cosa si stanno perdendo molti teologi?
    Paolo non andava in giro a imbonire la gente con parole erudite ma dava DIMOSTRAZIONI della potenza di Dio. La stessa cosa faceva il suo Maestro Gesù, indubbiamente era capace di chiudere la bocca a tutti i falsi dottori ma lo faceva se necessario e se provocato, la sua natura invece era e ancora è quella di guarire, sanare, salvare.
    Una volta nacque una disputa teologica tra un padre del deserto e un altro tizio, per risolverla il monaco decise di proporre un’ordalia e di farsi gettare a turno nel fuoco. Chi fosse rimasto illeso avrebbe dimostrato di aver ragione (noi diremmo ci metterei la mano sul fuoco). Ovviamente l’astuto avversario messo alle strette fu costretto ad accettare il test ma disse che lui sarebbe entrato per secondo nella fornace, il monaco non si fece problemi e rimase una mezzoretta tra le fiamme senza bruciarsi, il tizio non se la sentì più di entrare nella fornace e la folla fu costretta ad “aiutarlo”. Del tizio non rimasero che le ceneri.

    L’idea di avere degli specializzati in teologia non è sbagliato, Paolo stesso dice di tenere chi studia e lavora sulla Parola di Dio in doppio onore, ma chi dei teologi di oggi si avvicina alle gesta eroiche degli apostoli biblici? Chi ammetterebbe per quanto velatamente di aver visto Gesù in visione di aver conferito con Lui di aver ricevuto rivelazioni nascoste sin dalla creazione del mondo di essere salito fino al terzo cielo e chi è talmente convinto di quanto afferma che sarebbe disposto a farsi frustare ripetutamente a vivere una vita di stenti in continuo pericolo pur di mantenere inalterata la buona notizia che ha ricevuto?
    Oggi non basterebbe lo sguardo arcigno di qualcuno a farci cambiare idea?

    D’altra parte la teologia non va rilegata a uso e consumo di pochi eletti, tutti coloro che hanno accettato di fregiarsi del titolo di appartenenti a Cristo Gesù hanno il dovere di studiare le sacre scritture per essere pronti a dar ragione del motivo della propria fede, per essere rinnovati nella mente e perchè il Maestro insegna che la sua parola è l’unica arma (spada) che ci sia stata fornita per sconfiggere satana e i suoi demoni. Come possiamo imitare Cristo e dire “Sta scritto… sta scritto” se non sappiamo cosa sta scritto nella bibbia?
    Se vuoi essere un soldato di Dio DEVI metterti l’armatura e brandire la spada. Non solo, come disse qualcuno tutti sono capaci di brandire una spada ma brandirla e saperla usare sono due cose diverse.
    Anche se la spada è perfettamente affilata servono braccia forti e grande maestria per usarla con profitto.

    Più training e meno dottrine! 🙂

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