Raccontare la vita

Uno degli aspetti più singolari del nostro tempo, enormemente potenziato dalla Rete, è il bisogno di raccontarsi, di mostrarsi. Bisogno che ha creato i social network (è infatti la domanda che genera l’offerta, come ci assicurano i nostri amici economisti).

Generalmente questo fenomeno è associato a un giudizio negativo, viene bollato infatti con il marchio di infamia di vanità, esibizionismo, narcisismo. Ma è proprio così? Non c’è al fondo di questo fenomeno apparentemente inarrestabile, di questo vero segno dei tempi, un valore, un segno positivo, un’esigenza legittima?

Io credo che sia così in realtà. Credo che la vita, come nel bellissimo romanzo di M. Ende “La storia infinita”, non è stata davvero vissuta finché non è stata narrata. E’ raccontandola che diamo un senso alla vita, imparando a distinguere le bagatelle dall’essenziale, a scavare nel significato degli eventi così da scoprire il diamante scintillante nel centro della volgarità e della banalità quotidiana. Narrando la vita le diamo il giusto valore, ridimensionando dolori atroci ed esaltando la bellezza, perché nella condivisione il dolore si divide e la gioia si moltiplica, come ognuno sa.

Una delle teorie più interessanti della moderna fisica delle particelle è la “teoria dell’osservatore” che dice che un fenomeno non esiste davero finché non è stato osservato (è il famoso paradosso del gatto di Schroedinger) non capisco un accidente di fisica, ma so che esistenzialmente questa è una grande verità. Una vita non raccontata non esiste davvero, è un mucchio di avvenimenti senza ordine alcuno, perché è lo sguardo dell’osservatore (o in questo caso dell’ascoltatore) che trasforma l’evento in storia, dandogli così senso e identità.

Il problema però è che questo nostro tempo ha un deficit terribile di ascoltatori, perfino quello che dovrebbe essere il luogo naturale della condivisione e del racconto della vita, cioè la famiglia è diventato un posto in cui ci si ascolta pochissimo, stretti come siamo nella morsa di una vita frettolosa e superficiale. Ecco spiegato il motivo del travolgente sucesso di social network e blog, perché vanno a riempire un vuoto di ascolto, permettendoci di narrare la nostra vita.

Il problema è che è la qualità dell’ascolto a fare la qualità del racconto e se sostituisco l’ascolto amante di un amico (o moglie o marito, o entrambe le cose) con quello anonimo e impersonale della rete perderò il gusto di rendere bello il  mio narrare, cioè la mia vita. Andrà a finire che invece di cercare l’approvazione di chi mi ama cercherò l’applauso di un generico pubblico, il che porterà inevitabilmente ad involgarire il racconto, a farlo scendere dal livello della condivisione amante a quello del pettegolezzo o peggio dell’esibizione.

Solo riflesso nello sguardo di chi mi ama potrò trovare il senso della mia vita, solo scoprendo che lui/lei è affascinato dalla sua bellezza potrò scoprire che la mia vita è bella e degna di essere vissuta. Non è forse questa l’amicizia? Avere cioè qualcuno che ci ascolta senza giudicarci, permettendoci così di dire la nostra verità, ed essere davvero noi stessi?

Se è così allora gli ascoltatori sono oggi i veri samaritani, quelli che sanno farsi accanto all’uomo smarrito aiutandolo a ritrovare il senso della vita che gli è stato rubato. Ascoltare, ascoltare disinteressatamente, ascoltare amando e partecipando è restituire agli uomini la loro bellezza, è l’atto più radicalmente eversivo e più compiutamente cristiano che possiamo compiere.

15 commenti

Archiviato in Poesia, Spiritualità

15 risposte a “Raccontare la vita

  1. Uomovivo

    Una delle teorie più interessanti della moderna fisica delle particelle è la “teoria dell’osservatore” che dice che un fenomeno non esiste davero finché non è stato osservato

    È come nella filosofia del paese delle fate di Chesterton: la materia è un’illusione mentre la coscienza è tutto, perché sappiamo per dimostrazione che la Luna non è più là quando non la osserviamo.

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    • Non ho letto il racconto a cui ti riferisci, ma posso immaginare l’opinione di GKC in proposito… e tuttavia se mi sposto dal piano della fisica, sul quale mi ripeto son del tutto ignorante, a quello della vita allora non posso che constatare che è proprio così. L’io è generato dal tu, non viceversa.

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      • Uomovivo

        Avrai letto senz’altro in Ortodossia il capitolo intitolato “L’etica del paese delle fate” dove scrive che la meraviglia per le cose del mondo sta nel fatto che potrebbero essere diversamente da quello che sono. Guardi un albero di pesche, poi giri i tacchi e dietro di te potrebbero sbocciare candelabri d’oro oppure tigri appese per la coda. La realtà, quella realtà che siamo abituati a vedere ogni giorno, rischia di sfuggirci, di non coglierla per ciò che veramente è: una meraviglia, un dono. In questo senso le favole ci aiutano a scoprire la natura meravigliosa della realtà.
        In proposito a “l’io generato dal tu” a me viene in mente un’espressione che ho sentito da un domenicano, padre Barzaghi, che ha detto: “le pietre dovrebbero ringraziarci, perché quando i nostri occhi le guardano nello sguardo della fede, è come se le guardasse Dio e così sappiamo veramente gustare tutto”.

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    • Pensavo in proposito ad un altro racconto di GKC, tratto da “il poeta e i pazzi” (non ricordo il titolo) dove lui definisce la libertà come la possibilità di essere se stessi.
      Ecco, l’ascolto dell’amico è lo spazio della mia libertà, appunto perché mi consente di essere me stesso e in questo modo mi definisce, mi contiene, mi dà un senso e una struttura…

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  2. 61Angeloextralarge

    Don Fabio… copio! Troppo vero quanto hai scritto..
    Per quel che riguarda l’ascolto, sto facendo retromanrcia con alcune persone. Sono una grande ascoltatrice dei problemi, delle gioie, di tutto. Ma ho iniziato a mettere i paletti. Proprio perché non ce n’è tanta di gente che ascolta, sono diventata la “valvola di sfogo” per tanti. Tutto positivo, finché non si esaspera la cosa, pretendendo poi di essere ascoltati a qualsiasi ora e in qualsiasi occasione. Tutto positivo se a chi ascolta non gli si fanno ascoltare le stesse cose per anni, solo per “lamentarsi” della vita, della famiglia, di tutto. Mi duole il cuore dire “no” ma credo che sia, per ora, la cosa migliore.

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    • Non so Angela… l’ascolto è una forma di amore e come tale non credo che possa essere dato a comando. Se ti amo ti ascolto, punto. Non conta ciò che hai da dirmi o come me lo dici… siam mica psicologi, cioè ascoltatori a pagamento, che possono decidere di ricevere o no un cliente…
      E’ un po’ una maledizione a volte, lo capisco, ma semplicemente non credo che uno se ne possa sottrarre

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      • 61Angeloextralarge

        Non è che mi sto sottraendo. Sto mettendo i paletti perché se l’altro è capace di accompagnarmi a casa verso le 22 e di farti fare le due di notte sotto casa rigirando sempre gli stessi discorsi a mo’ di serpente che si morde la coda, la situazione va’ un po’ “riequilibrata”, no?, .Questo è quello che intendevo dire. Ne ho almeno tre di persone, nell’insieme, che mi stanno complicando di molto la vita. Non è che non voglio loro bene, ma mi sto domandando se ascoltarli in queste modalità sia il loro bene, oltre che il mio (anche se questo non è fondamentale) perché a volte è dura, anche se chiedo molto aiuto al Signore e prego tanto per loro. .

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  3. vincio

    Maria è stata la più “eversiva”!
    «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore»

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  4. Mario G.

    Grazie don Fabio per la sua fine riflessione.

    Permettimi però una deviazione sul tema, che si riaggancia alla prima parte del tuo post.
    Segnalo questo brano di Massimo Gramellini, tratto da un articolo de “La Stampa” del 7 febbraio 2002, “Canal Troppo” : “Saturazione mediatica. Chiunque abbia un satellite in casa saprà di cosa si tratta: centinaia di canali che solo a curiosarli tutti ci si perde mezz’ora, decine di film di ogni epoca e genere fra i quali è impossibile scegliere, anche perché bisognerebbe avere due ore libere per gustarsene uno. Ma chi le ha più, due ore lisce e filate, se alle dieci di sera ancora deve consultare il televideo, leggere l’articolo di giornale saltato al mattino, lanciare uno sguardo colpevole al romanzo che giace esanime sulla mensola, aprire la posta elettronica e la cartacea, ascoltare la segreteria del telefonino e pure quella del telefono, andare sul sito web consigliato dall’amico tramite sms, rispondergli con un messaggio possibilmente spiritoso e nelle pause parlare coi parenti e accorgersi della nuova pettinatura del coniuge?

    La tecnologia va troppo veloce per le nostre limitatissime forze. Se ne lamentava già Troisi a proposito dei libri: «Voi siete in tanti a scrivere, ma a leggere io sono solo!».”

    Un abbraccio 😉

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  5. “Una vita non raccontata non esiste davvero, è un mucchio di avvenimenti senza ordine alcuno, perché è lo sguardo dell’osservatore (o in questo caso dell’ascoltatore) che trasforma l’evento in storia, dandogli così senso e identità.”
    Così anche i milioni di storie che nessuno ha mai raccontato, ne mai racconterà, prendono senso e sono realmente esistite in Colui che tutto osserva e tutti ascolta.

    “Solo riflesso nello sguardo di chi mi ama potrò trovare il senso della mia vita, solo scoprendo che lui è affascinato dalla sua bellezza potrò scoprire che la mia vita è bella e degna di essere vissuta. Non è forse questa l’amicizia?”
    Non è forse questo l’Amore di Dio per me?

    “Avere cioè qualcuno che ci ascolta senza giudicarci, permettendoci così di dire la nostra verità, ed essere davvero noi stessi?”
    Perchè solo Colui che ci ascolta, sa chi veramente siamo.

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