per distinguere il falso e il vero (basta poco)

Ci sono canzonette che non valgono nemmeno il tempo di ascoltarle, figuriamoci il prezzo del disco su cui sono incise e ce ne sono altre che invece ti si depositano nella memoria per poi sorprenderti alle spalle e tornare quando meno te lo aspetti, spalancando orizzonti ed offrendo prospettive nuove.

Una di queste è la canzone di Gaber che ho messo in apertura a questo post: “l’uomo che sto seguendo”. Certo, in ritiro si ha tempo per pensare e riemergono alla memoria cose strane, su cui però non puoi fare a meno di interrogarti. Così oggi pensavo al ritornello di questa canzone: “un sentimento, qualche cosa che può sembrare un rito antico, per distinguere il falso e il vero basta poco, un solo sentimento, un vero sentimento, per trovare il coraggio di ridare un’occhiata al mondo”.

Perché un sentimento dovrebbe permettere di distinguere il falso e il vero? Molti direbbero che non è così, che per conoscere la verità abbiamo bisogno della ragione piuttosto, ma è proprio vero? La nostra intelligenza sta tutta nella ragione o piuttosto anch’essa da sola è insufficiente a conoscere la verità di se stessi e del mondo?

In realtà se oggi stiamo conoscendo una dittatura delle emozioni che sembra aver messo la ragione sotto scacco e l’ha relegata nel magazzino dei ferrivecchi, fino a rendere obsoleti i concetti stessi di falso e vero, non si può nemmen dire che prima, quando vivevamo sotto la dittatura della ragione, si stesse meglio.

La dittatura delle emozioni nasce da una rivolta, dalla ribellione contro una ragione totalitaria che pretendeva di capire tutto e di poter giudicare tutto, confondendo l’uomo con un dato quantificabile, è questa irragionevole ragione che ha generato tutte le ideologie e le dittature del XX secolo. La ragione si occupa di oggetti e procedure, sa trattare solo di quelli e finché parliamo di partite di merce o di fisica meccanica va benissimo, ma non appena cominciamo a parlare delle cose davvero importanti, come l’uomo, la sua vita e il suo destino (o vocazione se volete) si confonde e balbetta, perché l’uomo non è un oggetto e rifiuta di essere trattato come tale. L’uomo è sempre, irriducibilmente, soggetto e domanda di essere trattato da soggetto.

Questo vuol dire che dobbiamo arrenderci al soggettivismo? Impossibile! Ché se fosse così la stessa vita sociale non reggerebbe, né la famiglia, né alcuna associazione umana. No, ha ragione Gaber, per distinguere il falso e il vero abbiamo bisogno di un sentimento, un vero sentimento.

Il sentimento non è l’emozione, l’emozione è qualcosa che ci accade, indipendente dalla volontà e dalla ragione, non è in sé nè buona ne cattiva. Buoni o cattivi sono i sentimenti, perché i sentimenti hanno a che fare con le scelte e le decisioni e quindi dipendono, in una certa misura da noi. Il sentimento è un emozione approvata dalla ragione e scelta dalla volontà. In questo modo l’emozione mette radici nell’anima e diventa stabile, l’evento si fa storia, il gesto diventa attitudine, stile di vita, se darò un pugno o una carezza allora lo farò con piena consapevolezza e non semplicemente ubbidendo ad un istinto. L’emozione perde così la sua imprecisione e la sua vaghezza e diventa stabile e grazie a questa stabilità può essere finalmente condivisa ed essere messa alla base di una relazione e formare strutture sociali, famiglie, club, circoli letterari, partiti politici, chiese.

Sì, quando l’emozione collabora con la ragione dà molto frutto ed appare la verità dell’uomo, che non è la mia o la tua verità, ma ha qualcosa di oggettivo e condivisibile. Non è vero, come ho sentito dire a volte, che viviamo in un’epoca sentimentale, al contrario, questo tempo mi pare assai povero di sentimenti, perché il sentimento conosce e pratica la logica del sacrificio, dell’investimento a lungo termine. Purtroppo non tutti e non sempre hanno voglia di fare questa fatica, perché indubbiamente far incontrare emozione e ragione, farle dialogare, è una fatica, richiede impegno e perseveranza, attenzione all’altro e chiarezza nei fini esistenziali, perché alla fine dei conti tutto va ordinato alla domanda cardine, che è quella sul senso della vita: “cosa mi rende più felice?” ed è del tutto ovvio che raramente la maggior felicità si raggiunge attraverso il soddisfacimento immediato dei propri impulsi, che invece è ciò che esige l’emozione.

Quando però il sentimento, cioè l’emozione ordinata dalla ragione, si stabilisce in un cuore, allora lo rende più forte, quasi onnipotente, lo rende capace di guardare alla vita con speranza e gioia, apre nuovi orizzonti, nuove prospettive. Si diventa capaci, come dice Gaber, di “ridare un’occhiata al mondo”. Non si può fare a meno di un sentimento, fosse anche uno solo, per dare alla mente uno scopo e al cuore un orizzonte, per dare un senso e un motivo al pensare e al vivere, per dare un perché e uno spessore alle emozioni, perché la vita abbia una trama e non sia solo una successione di attimi, punti disordinati che nessuno lega con una linea. Non si può vivere senza un sentimento.

2 commenti

Archiviato in Attualità, Etica & morale, Filosofia

2 risposte a “per distinguere il falso e il vero (basta poco)

  1. 61angeloextralarge

    Caspita, Don Fabio! Se i ritiri ti fanno questo effetto… fanne spesso! Smack! 😀
    Concordo con ogni parola e questo è un tema che mi sta molto a cuore. Ovviamente “sgraffigno”… 😉

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  2. Mario G.

    Questo tuo post è la conferma della tua piena e viva umanità.
    E’ l’affermazione che essere sacerdoti è innanzitutto essere uomini. Uomini!
    Mi auguro che questo blog sia rilanciato anche nel blog di Costanza, che avuto l’onore di farci conoscere.

    Con amicizia e stima

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