L’uomo è un animale orante (anche nella FS?)

Non so quali siano le convinzioni religiose di J. Michael Straczynski, il geniale creatore di Babylon 5, la mia serie preferita che Rai 4 sta ritrasmettendo in questo periodo (purtroppo sono già a metà della terza stagione), ma in ogni caso ha creato la saga FS più apertamente religiosa mai vista. I temi esplicitamente cristiani sono frequentissimi, così tanti che è difficile riassumerli in un solo post e la tensione etica attraverso tutta la narrazione è il vero motore dell’azione scenica.

Si può dire che tutta la storia è concepita per rispondere a due domande fondamentali che i protagonisti si sentono porre in continuazione: Who are you? What do you want? E non per nulla queste sono le due domande fondamentali da cui parte necessariamente ogni etica, religiosa o laica che sia.

Ma al di là di questo Stracchino (come lo chiamano affettuosamente i fan italiani) ha il coraggio di porre da protagonista il Cristianesimo nella costruzione della società futura.

Mi sono sempre chiesto perché nel futuro immaginato dalla maggior parte degli autori sopravvivano fedi che già ora sono poco più che sopravvivenze folcloristiche (come il culto degli sciamani pellerossa di cui è devoto Chakotey, uno dei personaggi di Star Trek-Voyager) e spariscano invece le più antiche e consolidate fedi religiose come appunto il cristianesimo e l’Islam o l’ebraismo. Immagino che sia per la paura degli sceneggiatori di andare a toccare qualche sensibilità, ma in questo modo l’immagine del futuro che si presenta è del tutto insufficiente.

Nella maggioranza dei casi l’uomo futuro presentato dalla FS è un uomo ad una dimensione, interamente orizzontale, senza alcun orizzonte trascendente, al massimo con una vaga concezione teista o panteista, come in star wars, ma questa immagine dell’uomo è troppo riduttiva per essere vera. L’uomo è un animale orante, il desiderio naturale di Dio, il senso religioso che lo anima nel profondo ne fa un essere naturalmente incline alla preghiera ed è perlomeno bizzarro che i protagonisti della FS non vengano mai mostrati in preghiera.

Tutto il contrario in B5, non solo perché spesso e volentieri assitiamo alle liturgie e ai riti religiosi dei personaggi, non solo perché (caso più unico che raro) la stazione spaziale ospita tra gli altri una comunità di monaci cattolici (direi cistercensi dall’abito) guidati da un simpaticissimo brother Theo, non solo perché di ogni protagonista conosciamo l’eventuale fede (Ivanova è di tradizione ebraica, sebbene non molto osservante, Delenn è addirittura una sacerdotessa e nel corso della storia G’Kar diventa per i suoi una vera icona religiosa…), ma molto spesso la domanda su Dio viene posta nel corso del racconto, e spesso i protagonisti sono ritratti in preghiera. Addirittura alcuni episodi sono dedicati solo ad esplorare la fede dei protagonisti, come quello della prima stagione tutto incentrato su un festival in cui ogni razza presenta la sua propria fede.

Ora, la domanda è “funziona”? E’ sufficiente mostrare personaggi in preghiera per dire che una storia è una storia religiosa?

La domanda merita un’analisi attenta. Il SdA, la saga più religiosa della FS, del cattolicissimo Tolkien, non mostra mai i personaggi in preghiera né c’è il minimo accenno esplicito al cristianesimo, eppure al tempo stesso si può addirittura utilizzarlo nella catechesi, tanto i riferimenti cristiani impliciti sono forti ed evidenti. Tutto il contrario in B5: moltissimi riferimenti cristiani espliciti ed impliciti, ma rimane il sospetto che alla fine dei conti la concezione religiosa generale sia quella della civil religion, dove ciò che conta non è cosa si crede, ma il mero fatto di credere, visto di per sé utile alla società, ma non importante in se stesso.

E’ la concezione religiosa di Scalfari per capirci: puoi anche credere nel Grande Tritacarne Galattico o nel Sublime Carciofo, basta che non rompi le scatole a nessuno e che buono buono ti accodi alle forze del progresso sociale, fornendo la stampella etica alla politica, dove naturalmente l’etica non dipende dalla religione, ma è basata su criteri a monte (che non si capisce bene quali siano).

Grande apprezzamento quindi per il coraggio con cui Stracchino e soci pongono la domanda, ma al di là della soddisfazione per il fatto di vedere finalmente gente che prega in TV, come prete cattolico (pur apprezzando molto la serie, che, lo ripeto, resta la mia favorita) consentitemi di essere un po’ deluso dalla risposta, che sembra inevitabilmente banale e stereotipata, un po’ appiattita sul comune sentire americano. Francamente era lecito aspettarsi qualcosa di più viste le premesse.

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