Una fede luminosa

bendata1Ho scritto questo commento all’enciclica Lumen Fidei per la rivista della Comunità Maria, dove uscirà ai primi di ottobre. Ho chiesto agli amici della redazione il permesso di anticiparlo qui per voi

Quella vecchietta cieca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse: – Se la strada nun la sai,
te ciaccompagno io, ché la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò ‘na voce,
fino là in fonno, dove c’è un cipresso,
fino là in cima, dove c’è la Croce…
Io risposi: – Sarà … ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede … –
La cieca allora me pijò la mano
e sospirò: – Cammina! – Era la Fede.”

Sua Santità Giovanni Paolo I criticò questa poesia di Trilussa definendola graziosa dal punto di vista poetico, ma carente come teologia. Eppure questi versi riportano quello che è certamente un sentire comune a proposito della fede: chi non ha mai usato l’espressione “fede cieca”? Chi non ha mai pensato che credere significa fare un salto nel vuoto, fidarsi senza dimostrazioni, rinunciare a voler capire?

Nella sua bellissima enciclica “Lumen Fidei” Papa Francesco parte dall’idea diametralmente opposta: la fede non solo non è cieca, ma è la luce senza la quale tutte le altre facoltà dell’anima sono cieche. Se tolgo la fede dal mio orizzonte esistenziale divento incomprensibile a me stesso, se spengo la luce della fede il mondo sprofonda nel buio e perde di unità, così che tutta la realtà non appare più come un disegno armonico, ma come un caos di frammenti senza ordine né senso.

La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino.” (LF 3)

In quest’ottica la fede è stata relegata all’ambito del sentimento, fino ad essere contrapposta alla ragione, come se fossero due cose alternative e antagoniste. È vero invece il contrario: come sottolinea il Papa la fede illumina anche la ragione e senza di essa la stessa ragione alla fin fine è cieca.

La prima cosa che il Papa sottolinea è che la fede è un dono gratuito e che nasce da un incontro, cioè da un’esperienza vitale, esistenziale. Questo vuol dire che non è il termine di un ragionamento filosofico: al centro della fede non c’è l’uomo che cerca la verità e indaga per capire, ma il Dio che gratuitamente e liberamente dona se stesso e si lascia incontrare nell’amore. Credere quindi è innanzitutto ascoltare. Questo comporta che la fede è sempre un processo personale, che coinvolge l’uomo in una chiamata e una promessa che lo riguardano esistenzialmente, concretamente.

La fede non è la conclusione di un ragionamento astratto, anzi è nemica di ogni astrazione e sempre riporta l’uomo alla concretezza della realtà perché non nasce dal ragionamento, ma dall’incontro, dall’esperienza, che precede il ragionamento e ne è il presupposto, perché non c’è ragionamento valido sulla realtà se non a partire dall’esperienza.

La fede è un dono gratuito di Dio che chiede l’umiltà e il coraggio di fidarsi e affidarsi, per vedere il luminoso cammino dell’incontro tra Dio e gli uomini, la storia della salvezza.” (LF 14)

C’è anche una componente di precarietà nella fede, un umile affidarsi che sa percepire il mondo come mistero e in questa umiltà che si affida supera il dubbio, che non è quindi contrario alla fede, ma anzi in un certo modo potrebbe essere definito come il primo passo del credere. Contrario alla fede è l’orgoglio, la presunzione di possedere se stessi e la propria vita che ci porta ad irrigidirci nel dubbio anziché affidarci all’Amore, ma quando partendo dal dubbio ci mettiamo nell’atteggiamento di chi umilmente chiede la risposta di Dio non si fa attendere: “Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto” (Mt. 7,7).

Rinunciando a possedere interamente se stesso e la propria vita l’uomo comprende che può fidarsi di quel Volto che gli ha rivelato il senso della vita rivelando se stesso e non ha bisogno di irrigidirsi nella presunzione di sapere, appunto perché sa che la vita, la realtà stessa, è dono e quindi può riceverla costantemente nuova. Il dubbio, il non sapere, non è nemico della fede, anzi, è quella componente di mistero che fa apparire chiaro che il dono della vita sempre mi supera da tutte le parti, che io stesso sono infinitamente più grande di quanto potrei mai pensare o dire, appunto perché affondo le mie radici nell’eternità. Come acutamente nota il Papa il nemico della fede non è il dubbio, ma semmai l’idolatria, che è poi la presunzione di sapere, di ridurre la realtà a una misura che rientri nella mia capacità e quindi di eliminare da essa ogni mistero.

La fede quindi alla fine dei conti è fiducia: fiducia nell’Incontro, fiducia in Dio che si fa conoscere a noi in Gesù e nella Chiesa, al di fuori della quale la conoscenza di Gesù è impossibile. “La fede ha una forma necessariamente ecclesiale, si confessa dall’interno del corpo di Cristo, come comunione concreta dei credenti.” (LF 22). La fede in Cristo comporta quindi anche l’adesione alla Chiesa, non solo perché essa ci trasmette autenticamente la verità su Cristo, ma soprattutto perché la comunità cristiana è il corpo vivente di Gesù e fuori da questa comunità non si può fare un’esperienza di Gesù vivo.

Questa accentuazione della dimensione ecclesiale della fede porta con sé anche la sottolineatura della sua dimensione sociale e comunitaria. Viviamo in tempi di grande individualismo, in un mondo che ci vorrebbe tutti soli, dove il massimo della socializzazione è l’iscrizione a facebook, al contrario la fede ci fa entrare in una comunità di persone, crea intorno a noi una società e getta le basi di qualsiasi possibile convivenza umana.

(la fede) non si configura solo come un cammino, ma anche come l’edificazione, la preparazione di un luogo nel quale l’uomo possa abitare insieme con gli altri.” (LF 50)

Si potrebbe dire che senza una fede comune, cioè senza un comune sentire, un insieme minimo di valori morali condivisi, la stessa convivenza umana diventa impossibile. La legge non può normare i comportamenti umani fin nelle minuzie quotidiane. Per poter vivere insieme allora gli uomini hanno bisogno di una morale che detti regole alla coscienza e la fede è il presupposto della morale. Per questo stiamo assistendo oggi alla follia di uno stato che in molti campi si arroga il diritto di stabilire per legge cosa le persone devono pensare, per questo si propongono oggi al dibattito leggi che a detta di molti rappresentano veri attentati alla libertà di opinione. Dove la morale, e quindi la fede, non è più norma della società si crea un vuoto che la legge è incapace di riempire a meno di non rovesciarsi in una dittatura. Con un paradosso si potrebbe dire che la democrazia (almeno nell’Occidente che affonda la sua cultura e la sua storia nel Cristianesimo) o è cristiana o non è.

Senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura, ma non sulla bontà di vivere insieme, non sulla gioia che la semplice presenza dell’altro può suscitare. La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l’arte dell’edificazione, diventando un servizio al bene comune. Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza.” (LF 51)

In altre parole la fede ci fa comprendere che il bene della società non può scaturire dal bilanciamento degli egoismi contrapposti nel libero mercato o dalla lotta di classe, ma dalla scoperta della fraternità resa possibile unicamente dalla certezza di avere un Padre comune. Il tentativo di sganciare l’idea di fraternità umana dal riferimento alla paternità di Dio è ormai giunto al capolinea. Come scrive T. S. Eliot nei “Cori della Rocca”: “Avete forse bisogno che vi si dica che perfino quei modesti successi/ che vi permettono di essere fieri di una società educata/ difficilmente sopravviveranno alla fede a cui devono il loro significato?”.

Il Papa sottolinea come una società senza fede può essere unita solo dalla paura o dall’interesse e diventa quindi una non-società, in cui sparisce l’allegria e la gioia dell’incontro umano, della comunione tra fratelli.

E tuttavia la lucidità e l’accuratezza dell’analisi non devono indurre allo sconforto, “Non facciamoci rubare la speranza, non permettiamo che sia vanificata con soluzioni e proposte immediate che ci bloccano nel cammino” (LF 57). Proprio perché il mondo generato dal rifiuto della fede è con sempre maggiore evidenza un mondo disumano ci sarà sempre spazio per una buona politica, per una visione del mondo che mette al centro il Dio Creatore e Padre che ama i suoi figli e quindi l’uomo come destinatario privilegiato di questo amore.

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