La profezia deve far casino

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La profezia deve far casino, dice Papa Francesco nella sua bellissima intervista alla Civiltà Cattolica, e indubbiamente dal giorno dell’elezione lui di casino ne ha fatto parecchio! Casino nel senso romanesco di chiasso, forte rumore. Non direi invece che abbia fatto “casini”.

In romanesco c’è differenza: “far casini” significa agire in modo maldestro, fare sbagli gravi di disattenzione o leggerezza. Ecco, finora il Papa è riuscito a “fare casino” senza “far casini”.

Questa frase sulla profezia, ignorata da tutti, secondo me è la vera cifra interpretativa non solo dell’intervista, ma del personaggio-Bergoglio.

Nell’intervista padre Spadaro pone molto l’accento sul fatto che questo è il primo Papa gesuita e il primo religioso dopo 182 anni. Giustamente Bergoglio rivendica il suo essere gesuita, sottolinea molto la sua fedeltà al carisma e alla spiritualità della Compagnia, spiega bene come questo influenzi e determini il suo stile di governo.

Solo chi conosce poco la Chiesa potrebbe non cogliere la grandissima rilevanza di questo dato: la spiritualità del clero secolare infatti è molto diversa da quella del clero religioso, più orientato al governo quello, più incline alla profezia questo. Non per nulla il Papa identifica esplicitamente la profezia come il carattere specifico dei religiosi.

Fin da S. Paolo la Chiesa ha accuratamente distinto la funzione profetica dalla funzione di governo, non perché siano in contraddizione, ma perché sono complementari. Tra l’una e l’altra ci deve essere una polarità feconda: chi governa, anche se è un uomo illuminato come certamente sono stati gli ultimi pontefici, deve sempre agire in base alla virtù della prudenza (intesa nel senso tomista, non come paura cioè, ma come discernimento) mentre il compito del profeta è quello di essere un pungolo, un martello, una tromba (sono immagini tratte dall’AT) e quindi deve spingersi in avanti, forzare le cose, rischiare… far casino appunto. È un po’, se si vuole, la distinzione tra forma petrina e forma paolina della Chiesa, cara a Von Balthasar

Certo la distinzione non va forzata: proprio Papa Benedetto in un celebre discorso (pronunciato quando era ancora cardinale per la verità) sottolineava come il governo della Chiesa è un governo carismatico e quindi anche profetico; ma se estremizzo in questa sede lo faccio sapendo di fare approssimazioni grossolane, inadatte ad un consesso teologico, ma forse sufficienti per una chiacchierata tra amici intorno alla fontana del villaggio.

Si può essere contemporaneamente Papi e profeti? Si può far casino senza fare casini? Usando un paragone laico, che molti immagino troveranno indigesto, può esistere un papato “di lotta e di governo”? Tutta la nostra esperienza in realtà sta lì a dire che no, non si può. Che il carisma deve essere libero, che nessuno può contemporaneamente essere Pietro e Paolo. Ed è ben per questo che Francesco (quello di Assisi) non volle mai neppure essere prete!

Eppure lo Spirito Santo ha scelto un profeta per governarci. Ha scelto dopo 182 anni un religioso, ha scelto per la prima volta un gesuita (che tra i religiosi sono sempre stati un po’ come il battaglione San Marco o la Folgore), ha scelto un uomo che certamente sa “far casino” molto bene, nel senso che sa comunicare non solo con le parole, ma con il tono di voce, con i gesti, con il sorriso, con tutto il corpo.

Questo soprattutto mi fa pensare: immagino che lo Spirito Santo sappia ciò che fa, e quindi che questa scelta significa innanzitutto che la Chiesa ha bisogno, come prima cosa, di profezia più che di prudenza e chi sono io per dire a Dio cosa deve fare e di cosa la Chiesa ha bisogno?

Finora come uomo di governo Papa Francesco in realtà è stato prudentissimo, ai suoi discorsi esplosivi (che poi esplosivi non lo sono affatto nei contenuti, ma lo sono nella forma: quest’uomo ha il dono raro di dire banalità deflagranti, di rendere innovative e audaci frasi consumate dall’uso) non hanno corrisposto fatti.

Al di là della nomina di un paio di commissioni che non hanno quasi incominciato ancora a lavorare e della scelta di alcune persone “fuori dal solito giro” in posti chiave (una per tutte quella di Francesca Chaouqui, che nonostante un curriculum stellare è riuscita subito a star sulle balle a un sacco di gente, forse perché donna, forse perché laica, forse perché giovanissima, forse perché un po’ avventata) non ha fatto praticamente nulla che non sia l’ordinaria amministrazione o il proseguimento di cose già avviate da Benedetto XVI.

Una cosa è certa: dal punto di vista dello stile e del linguaggio la novità portata da Francesco è dirompente, anche se in molte cose riprende lo stile di Giovanni Paolo II, un altro che non amava il protocollo e desiderava invece un contatto diretto con la gente.

Francesco estremizza e completa il riavvicinamento del Papato alla gente che GPII aveva iniziato e che un uomo schivo come Benedetto invece aveva interrotto, pur sforzandosi moltissimo di non farlo. Non si può proprio dire che Benedetto abbia voluto essere un Papa lontano, anzi, visibilmente molte volte è andato contro la sua natura per andare incontro alle folle, ma se uno certe cose non ce l’ha nel sangue gli vengono in modo faticoso e un po’ forzato, è inevitabile.

Tuttavia in certe cose lo stile è più dello stile e come diceva McLuhan il mezzo è il messaggio.

Perché lo stile di Papa Francesco è la sua stessa carne e il suo messaggio è che il Vangelo non può essere semplicemente predicato, deve essere incarnato, deve diventare gesti, abbracci, sorrisi, altrimenti non possiamo più presentarci al mondo e dire che portiamo la Buona Notizia.

Questo pontificato è una gigantesca chiamata alle armi: è l’ora dell’incarnazione, ovvero della concretezza, dell’immediatezza, della semplicità dell’amore, che non significa ovviamente dar ragione a chi non ne ha (e chi l’ha mai fatto?), ma dare sempre credito, fiducia all’altro. È l’ora della gioia semplice del bambino che si rallegra di ogni cosa perché in ogni cosa vede un dono, è l’ora della tenerezza del Padre che si fa carico di tutto perché “è più forte di tutti” (Cfr. Gv.10,29).

Se si può rimproverare qualcosa al Santo Padre non è che questo: di aver preso sul serio quell’uomo che diceva “Tutto crede, tutto spera” (perfino la conversione di Scalfari) e che tenta l’impresa di governare con questi principi.

Qualcuno forse dirà che è impossibile, ma per citare Chesterton “qualcuno ci ha mai provato sul serio?”

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1 Commento

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Una risposta a “La profezia deve far casino

  1. Mi sono imbattuto in questo blog in modo casuale e altrettanto casualmente ho letto questo post di oggi, su cui mi permetto intervenire.
    Che Papa Francesco sia stato,sinora e nei fatti, “prudentissimo” è opinabile; lo è stato nei confronti di alcuni e non certo di altri. Chiedere ai Francescani dell’Immacolata per eventuali conferme sui più recenti atti di governo dell’Ecclesia.
    In secondo luogo – ma è una mia impressione personale che ha il valore di un’impressione, ovviamente – che questo Pontificato sia “una gigantesca chiamata alle armi” la trovo azzardata come affermazione.
    Io propenderei, piuttosto, per un gigantesco disarmo rispetto ai valori centrali della dottrina e del Magistero, almeno sinora e allo stato degli atti.
    Essendo tuttavia un semplicissimo errante alla ricerca di risposte e significati, sarei davvero interessato ad un suo parere più esplicito (e meno cerimoniale) di quanto già espresso nell’articolo.
    E’ davvero convinto che il Papato debba essere riavvicinato alla gente (neanche si trattasse di un fenomeno di marketing) o non debba esserlo, piuttosto, la retta dottrina?

    Mi piace

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