Compiacersi

bacio-dolce

Cos’è l’amore? Parafrasando Agostino (che però parlava d’altro) si potrebbe dire: se non me lo chiedi lo so, ma se me lo chiedi non lo so più, nel senso che ognuno di noi ha, o crede di avere, una certa esperienza dell’amore, ma se prova a riflettere sulla sua esperienza allora i concetti si fanno sfuggenti e sembra assai più facile descrivere l’amore per ciò che NON è, piuttosto che per ciò che è. In effetti conosco un sacco di libri dottissimi in cui si spiega cosa non è l’amore, ma pochi in cui mi si dica cosa effettivamente è.

Forse è anche giusto così, forse il tentativo di concettualizzare l’amore lo ucciderebbe, forse l’amore può essere descritto solo con dei verbi (come fa S. Paolo  nel celebre “inno all’amore”) e non con dei sostantivi; come dire che l’amore è movimento, azione, processo e non un essenza statica da definire con il linguaggio formale della metafisica o della logica. Forse dell’amore non si può parlare, si può solo viverlo, forse per questo i manuali (almeno quelli che valga la pena di leggere) sono così pochi.

Tra questi verbi uno mi ha affascinato nella preghiera di stamattina, il verbo compiacersi. Il Padre si compiace nel Figlio, così dice il Vangelo, così ripete la teologia trinitaria. Quindi l’amore trinitario, che è il modello di ogni amore, è essenzialmente un compiacersi del Padre nel Figlio e viceversa.

Se questa è la natura dell’amore trinitario allora dovrebbe ritrovarsi in ogni amore: nell’amicizia, nel fidanzamento e nel matrimonio, nella vita comunitaria e nei conventi, nell’assistenza ai poveri, nella paternità e maternità, in ognuna delle mille categorie in cui suddividiamo l’amore, che però deve restare essenzialmente se stesso in tutte le sue forme.

Compiacersi vuol dire provare piacere insieme. Questa semplice considerazione ribalta secoli di moralismo sull’amore: prima di essere opere e gesti l’amore è provare piacere insieme!

Ogni piacere alla fine dei conti richiama il primo piacere, quello fontale, il piacere di esistere, il gusto di essere. Compiacersi nell’altro allora è godere della reciproca presenza, è dire: è bello che tu ci sia, sono felice del fatto che sei qui con me.

Quante volte invece ho sentito parlare dell’amore in maniera moralista, come se in primo piano fossero le opere dell’amore, come se a contare fosse ciò che io faccio, come se l’amore fosse reso autentico dalle opere e non viceversa.

Le opere sono importanti, chi può negarlo? Ma rispetto all’amore sono come gli accidenti rispetto alla sostanza. S. Paolo è molto chiaro in proposito: “se anche dessi tutte le mie sostanze ai poveri, ma non ho l’amore niente mi giova!” Come dire che posso anche consumarmi nel volontariato o nell’evangelizzazione o in qualsiasi altra attività, ma se poi non sono felice di stare con il povero, di chiacchierarci, di perderci tempo insieme, insomma se non provo piacere per la sua presenza in realtà non ho fatto nulla!

E che dire dei nostri conventi o dei nostri presbitéri che troppo spesso assomigliano a “fabbriche di apostolato”, o peggio a caserme, piuttosto che a famiglie? Si è mai sentita in un convento o in una canonica la semplice frase: “che bello che tu ci sia”?

Anche in quei contesti dove il godimento reciproco dell’esserci dovrebbe essere più scontato, come l’amicizia o il matrimonio, spesso non è così e ad essere in primo piano invece sono le opere, il fare, l’agenda familiare o il lavoro da compiere insieme. E quanti padri o madri anziché compiacersi dei figli permettono che tutto il loro amore sia assorbito ed espresso solo dal fare?

Ma le opere dell’amore devono fluire dal centro vitale che è il piacere dell’essere-uno-per-l’altro, piacere che deve essere sempre rinnovato, altrimenti anche le opere perderanno presto la loro magia e la loro ricchezza e si ridurranno ad un semplice fare che inaridisce invece di arricchire.

Vedendo così le cose si capisce anche perché l’autocompiacimento è un pericoloso veleno dello spirito. L’autocompiacimento è il piacere non dell’essere di un altro, ma dell’essere proprio, è una forma di narcisimo, è come una masturbazione, snatura la relazione, è un movimento centripeto anziché centrifugo, ci porta a ricadere in noi stessi anziché rivolgerci all’esterno, nei casi peggiori ci porta ad usare l’altro come un oggetto da usare, anziché compiacersene.

Compiacersi in un altro invece è profondamente liberatorio, ci spinge a desiderare che l’altro sia, che compia se stesso. Se siamo credenti ci conduce a desiderarne la santità. E’ un movimento centrifugo, in cui l’io tende a sparire, assorbito dal tu che gli dà gioia. Compiacersi nell’altro significa a livello profondo liberare le sue energie migliori, significa renderlo libero di essere se stesso, perché sa di non dover far nulla per piacere se non esserci.

E’ vero che si corre il rischio del romanticismo e del sentimentalismo percorrendo questa via, ma non è meglio correre questo rischio piuttosto che quello di trasformare l’amore in una povera e rinsecchita cosa, senza sangue né carne? Non sarà meglio rischiare il troppo che il troppo poco? A difenderci dal sentimentalismo penserà la vita. La vita e la consapevolezza che la tenerezza va sempre associata al servizio. La tenerezza senza servizio è una melensaggine insulsa, invece il servizio reciproco renderà vero il reciproco piacere dell’esserci.

Perché è così raro, così difficile, trovare persone che abbiano questa freschezza, questa capacità di mettersi in gioco e condividere apertamente i propri sentimenti? Forse perché bisogna avere un anima molto libera per poterlo fare, bisogna essere molto sicuri dell’amore dell’altro, in modo da essere certi di non aver nulla da perdere… però bisogna ricordare che il sentimento nel condividerlo si rafforza, viceversa un sentimento che non è mai detto rischia di spegnersi, di perdersi addirittura, quindi occorre anche prendere il coraggio a quattro mani e rischiare, se si vuole che l’amore cresca!

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2 commenti

Archiviato in Etica & morale, Letture, Spiritualità

2 risposte a “Compiacersi

  1. Pingback: Amare è compiacersi | Luca Zacchi, energie rinnovate e rinnovabili

  2. L’ha ribloggato su Matrimonio Cristianoe ha commentato:
    E’ vero che si corre il rischio del romanticismo e del sentimentalismo percorrendo questa via, ma non è meglio correre questo rischio piuttosto che quello di trasformare l’amore in una povera e rinsecchita cosa, senza sangue né carne? Non sarà meglio rischiare il troppo che il troppo poco? A difenderci dal sentimentalismo penserà la vita. La vita e la consapevolezza che la tenerezza va sempre associata al servizio. La tenerezza senza servizio è una melensaggine insulsa, invece il servizio reciproco renderà vero il reciproco piacere dell’esserci.

    Perché è così raro, così difficile, trovare persone che abbiano questa freschezza, questa capacità di mettersi in gioco e condividere apertamente i propri sentimenti? Forse perché bisogna avere un anima molto libera per poterlo fare, bisogna essere molto sicuri dell’amore dell’altro, in modo da essere certi di non aver nulla da perdere… però bisogna ricordare che il sentimento nel condividerlo si rafforza, viceversa un sentimento che non è mai detto rischia di spegnersi, di perdersi addirittura, quindi occorre anche prendere il coraggio a quattro mani e rischiare, se si vuole che l’amore cresca!

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