La sindrome di father McKenzie (Reprint)

In una delle loro canzoni più belle (Eleanor Rigby) i Beatles tratteggiano in due versi una storia esemplare, quella di father McKenzie, “writings the words for a sermon nobody will hear, no one comes near” (scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà, nessuno gli viene vicino) che mi sembra una perfetta metafora della solitudine maschile.

Già, perché esiste una solitudine maschile e una femminile, come quasi per ogni cosa del resto, e se la forma femminile della solitudine mi sembra molto ben espressa dall’ansia di abbandono che mirabilmente Costanza descrive in un suo articolo (Adele ma che stai a dì?), quella maschile è invece del tutto differente.

Naturalmente, come in ogni cosa, c’entra il sesso, perché la sessualità della donna è fondamentalmente recettiva mentre quella dell’uomo è oblativa. Per questo la natura offre alla donna un vantaggio scandaloso rispetto all’uomo, visto che ogni donna ha una conferma mensile della sua fertilità, mentre un uomo ha continuamente bisogno di essere rassicurato in materia. Sarà per questo che l’uomo può illudersi di essere virile cambiando molte donne, quando invece l’essenza della maschilità è tutt’altro, è la paternità, che porta inevitabilmente con sé la fedeltà.

Così se la paura della donna è fondamentalmente quella di essere abbandonata, quella dell’uomo è fondamentalmente quella di essere inutile, come father McKenzie appunto. Questo è talmente vero che se una donna perde il lavoro la cosa può essere grave dal punto di vista del menage economico della famiglia, ma di solito non ha contraccolpi esistenziali, mentre se un uomo perde il lavoro molto facilmente con esso perde anche l’autostima e finisce in genere con il cadere in una spirale depressiva da cui è molto difficile riprendersi.

La paura di essere inutile, come la conosco bene! E quanti amici sacerdoti ho visto buttare alle ortiche la loro vocazione, sia lasciando di fatto il sacerdozio, sia anche impiegandolo in progetti e attività che ben poco hanno a che fare con il sacerdozio stesso, per “fare qualcosa di utile”, come se le attività istituzionali del ministero (la predicazione, la celebrazione dei sacramenti, la direzione spirituale) fossero improvvisamente divenute inutili alla società.

La paura di essere inutile è quella che, inutile negarlo, prende ogni uomo quando arriva il momento della pensione, specialmente se è ormai un “empty nested”, come chiamano gli americani i genitori dei figli che sono ormai usciti di casa, e forse l’innegabile mammismo dei nostri ragazzi si spiega anche così, con la paura dei padri di diventare inutili una volta che essi spiccheranno il volo.

Ogni uomo, sotto sotto, sogna di morire in modo eroico, per non dover invecchiare carico di ricordi e nostalgie, come un ferrovecchio messo da parte. Purtroppo, come canta Gaber, “l’occasione di morire simpaticamente non capita spesso” e così va a finire che si muore dove capita e per lo più neanche troppo convinti, vale a dire che si può attraversare tutta la vita sentendosi ancora, fino alla fine, come un progetto incompiuto, un Cassano a caso, una grande promessa mai maturata.

Ma allora, se il terrore di un uomo è non servire a niente, la risposta sarà una sola: la vita è servire, servire, servire. Chi non ha mai servito nessuno è come se non avesse mai vissuto.

2 commenti

Archiviato in Reprint, Spiritualità, Vita da prete

2 risposte a “La sindrome di father McKenzie (Reprint)

  1. 61Angeloextralarge

    Quanto soffe il popolo di Dio per i sacerdoti che stanno dietro le opere e non dietro alle anime! C’è una sete incredibile, anche se non lo si ammette, di sacerdoti. Solo voi potete fare per noi quelle cose che Dio ha stabilito. Senza di voi, che facciamo? Nulla di più che sospirare?
    Hai ragione su tutto e la frase finale mi tocca nel profondo: servire!

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  2. a 65 anni non so quasi nulla dell, uomo e del suo essere e sentire. Forse se tante donne sapessero di più , capirebbero di più il loro uomo e credo che sarebbe un bene.

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