Se Dio esiste non può che perdonare

grunewald

Oggi ho aiutato un uomo a morire.

Non è una cosa così straordinaria.

Succede ogni tanto nella vita di un prete.

Non era un uomo buono, anzi. Nella vita ne ha fatte più di Bertoldo, diciamolo. Una volta perfino, tanti anni fa, mi cacciò via da casa con una doppietta in mano.

Ma oggi in punto di morte ha chiesto di me.

E il Signore si è preso cura di lui, ha steso sulla sua paura e sulla sua sofferenza il velo della santa unzione e tutti i suoi peccati sono stati perdonati, ma proprio tutti.

Ed è entrato nella Gloria, e dalla porta principale, come fosse un san Pietro o un san Paolo, come una madonna portata in processione. Portato in processione dagli angeli e dai santi, e da tutti quelli che nella sua vita ha fatto soffrire, e ha umiliato e disprezzato e forse perfino ucciso.

Lo hanno portato loro perché nella comunione dei Santi le cose funzionano così e non c’è tra loro alcun rancore né vendetta, ma solo la gioia del perdono reciproco. E lo stupore di fronte alla manifestazione dell’amore incondizionato di Dio nella vita di uno che li ha fatti morire, eppure era loro fratello.

Oggi ho aiutato un uomo a morire.

Ho recitato su di lui una breve formula, ho steso sulla sua fronte un velo d’olio. Ed è entrato nella Gloria. Con la naturalezza di un “cucchiaio” di Totti, di una “voleé” di Federer, come se fosse nato per quello. Ed era nato per quello in effetti.

Anni ed anni di rancore, di rabbia, di sofferenze subite ed inflitte, di umiliazioni subite ed inflitte, di coltellate date e ricevute. Anni di violenza, di soprusi, di contraffazioni, di meschinità, di bugie colossali, di doppiezza e di inganno cancellati in un giorno, in un’ora, in un minuto.

Tutto così facile? Sì tutto così facile, ed anche di più. Perché la Fatica non l’ha fatta lui, ma un Altro al posto suo e il dolore, la paura, l’angoscia, il male l’ha preso su di sé, tutto su di sé e per lui, e per me, e per te che leggi non è rimasto più.

Non c’è più male, non c’è. Ne resta solo l’eco forse, il ricordo, una cicatrice magari, ma che dopo il perdono non è più memoria di un dolore, ma di una vittoria, non è più il segno di una sconfitta, ma la celebrazione dell’amore.

Tutto così facile? Sì, così. Come per Dizma, quel ladrone che poi non doveva essere tanto buono, visto che in croce andavano i terroristi e gli assassini, eppure con quell’unico e solo gesto di pietà in punto di morte si è guadagnato l’onore di essere l’unico santo canonizzato in diretta. E da Gesù stesso.

Non c’è stato bisogno di complicate penitenze per Dizma, nè per il mio penitente. Nessun percorso di riabilitazione, nessun bisogno di rieducazione, nessuna fatica, nessuna dilazione. Accoglienza piena, perdono totale ed incondizionato.

E pensavo che se Dio esiste non può che agire così.

Se Dio c’è non può che perdonare in questo modo.

Per questo esistono i sacramenti. Questa logica meravigliosa e scioccante di Dio che a un certo punto mette tutto da parte e nella sua fame di salvarti dimentica ogni calcolo che giustamente diciamo umano, ogni ragionamento di convenienza e prudenza, perfino ogni sapienza teologica (e che se ne fa Dio della teologia dopotutto?).

Dio ci ama incondizionatamente e ci perdona sempre, ci perdona prima. Ci ha perdonato ancor prima del nostro peccato. E tutto ciò che dobbiamo fare è accorgercene, e stendere la mano per prenderlo questo perdono e farlo nostro.

Sia pure in punto di morte, sia pure dopo una vita sbagliata dal principio alla fine.

Se non fossi cattolico impazzirei, non potrei vivere senza credere al Dio che ha inventato la confessione. E l’unzione degli infermi.

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8 commenti

Archiviato in Spiritualità, Vita da prete

8 risposte a “Se Dio esiste non può che perdonare

  1. Pingback: Se Dio esiste non può che perdonare | Luca Zacchi, energie rinnovate e rinnovabili

  2. 61Angeloextralarge

    Grazie Don Fabio! E grazie a Dio per aver “inventato” la Confessione e gli altri sacramenti, ma soprattutto voi sacerdoti che potete amministrarli.

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  3. DIO esiste e ci perdona,.ecco le mie lacrime,sono un dono d,amore per Gesù.

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  4. antonia buono

    buon giorno .. sono una timorosa di dio .. ma questo mi rende la vita molto difficile,come poso vivere con piu leggerezza ..a volte mi sento cos’i stanca e,che spesso sono molto triste..

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    • La leggerezza arriva quando viviamo quel timor di Dio come scelta e non come rimprovero, i frutti dello Spirito nella mia esperienza sono stati gioia e serenità, pur nella difficoltà e nella fatica. Puoi osservare con attenzione la tua tristezza per capire da dove viene… cos’è che non vuoi lasciare, di cosa hai paura? Come il giovane ricco che si allontanò da Gesù triste invece che entusiasta della sua proposta di seguirlo, perché non voleva dover vendere i suoi molti beni per farlo. Nella vita scegliamo costantemente, tutto quello che facciamo comporta milioni di altre cose che non faremo in alternativa, siamo quindi avvezzi alla rinuncia, ma allora perché alcune mi pesano più di altre? Perché è così difficile scegliere? La scelta ha molto a che fare con la libertà, con quella che ci sentiamo concessa di indagare su ciò che desideriamo veramente. Da quando mi sono messa alla sequela di Cristo con queste domande nel cuore (ma io cosa desidero? Di cosa ho bisogno veramente? Posso desiderare ciò che è buono per me e per gli altri?) la tristezza si è dissolta perché si è trasformata in piccoli passi, in fatica non più inutile per difendermi dalle intemperie della vita, ma fatica feconda per imparare ad arrampicarmi, e in incontri, perché se alzi lo sguardo alla tua tristezza scopri il volto accaldato di molti fratelli che come te sono sulla stessa via e non c’è gioia più grande che fare anche solo un pezzetto di strada insieme! E camminare con la voglia di andare incontro agli altri anche quando ti sembra di non avere niente da dire o da dare, perché la solitudine resta sterile, invece imparando a chiedere ciò di cui avevo bisogno ho scoperto con gioioso stupore che l’abbraccio chiesto è anche donato allo stesso tempo!
      Abbi fiducia Antonia che quella stanchezza che senti possa trovare in Dio, che è papà, il riposo di cui hai bisogno per cominciare a camminare con Lui e verso di Lui, in compagnia di te stessa soprattutto. Che la Pace del Signore sia la tua forza.

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  5. duxcunctator

    Il pentimento perfetto, di Disma e del figlio di Dio che don Fabio ha visto – con la vista spirituale- nascere al Cielo: è una vera e propria “scorciatoia” per il Paradiso.
    Forse trattasi della “scorciatoia” degli “eletti”, a cui il Re fornisce Lui stesso una tunica candida, in sostituzione della loro tunica sporca e lacera, subito prima di entrare al Banchetto: al quale i molti “chiamati” (che sono molti di più degli “eletti”) hanno invece il dovere “minimale” di chiederla loro, al Re, la tunica candida. E resa tale dal Sangue dell’Agnello Vittorioso: ossia quello stesso Re assiso ab aeterno alla destra del Padre e Figlio dell’Uomo già contemplato da Daniele.

    Ma oltre al pentimento perfetto (che è purissima grazia, e manifestazione della Bontà e Generosità illimitata di quel Padrone che paga gli operai dell’ultima -e ultimissima- ora con la stessa moneta di quelli della prima – o della media), vi è un’altra “scorciatoia” per il Paradiso.
    Ossia strada che “aggira” il passaggio per il Purgatorio, che è un luogo ove viene purificato tutto ciò che, pur essendo già salvato, è ancora impuro (poiché nulla di impuro può entrare nella Gerusalemme Celeste);
    ed è uno stato in cui si vive il progressivo (e tanto più veloce quanto più favorito dalle preghiere della Chiesa militante per le Anime della Chiesa Purgante, che in quel luogo si trovano e che quello stato vivono) abbassamento delle barriere che si erano poste all’efficacia del perdono di Dio durante la vita terrestre.
    Poiché, lo sappiamo, il Perdono di Dio precede persino il nostro peccato.
    Ma sappiamo altrettanto bene che se non Glielo chiediamo, il Suo Perdono: Egli non ce lo impone con la forza, poiché rispetta in maniera integrale la libertà di cui Egli stesso -l’assolutamente Libero- ci ha fatto dono, per Amore.
    E che è effettivamente integrale proprio perché si poggia sulla Sua Liberà assoluta.
    Ma quando Glielo chiediamo, il Suo Perdono (senza trucchi e inganni, come sono i rinvii del pentimento e della conversione al momento della morte terrena: che sono in realtà delle pericolosissime roulette russe giocate con la nostra Anima immortale. Nella stoltezza di poter “governare” o quantomeno riconoscere il momento della nostra morte terrena un istante prima che essa arrivi: manco Gesù non ci avesse avvisato che Egli è il Veniente “nella notte” e “all’improvviso”. Sia nella nostra vita che alla Fine dei Tempi): Egli non manca di farcelo avere, poiché a chi chiede viene dato e a chi bussa viene aperto (a patto, appunto, di farsi trovare “pronto”, nel senso di indossante il “vestito” adatto: poiché, se non si è un “eletto”, ci si trova come colui che viene scacciato dal Banchetto -dove pure era stato invitato con un gesto del tutto gratuito, poiché non faceva parte della “lista d’invitati” iniziale ed era “per natura” un olivastro- nelle tenebre esteriori, lì dov’è pianto e stridore di denti; oppure “pronto” nel senso di “sveglio” e con la Lampada accesa -il che, per coloro che si sono addormentati durante il Ritardo dello Sposo, Veniente sempre “di notte”, è possibile solo a patto di aver fatto l’opportuna riserva di Olio).
    Eppure, questa incrollabile certezza che la nostra richiesta a Dio di perdonarci rende efficace il Perdono che lui ci concede prima ancora che commettiamo il nostro peccato, anzi che ci concede ab aeterno: poiché ab aeterno il Padre genera il Figlio Salvatore e Redentore dell’Umanità universale;
    eppure, dicevo, tale incrollabile certezza convive con le eterne Parole di Gesù circa il fatto che vi è un peccato il cui perdono avviene “in questo secolo” ed uno il cui perdono avviene “nel secolo futuro”.
    Ma può il Perdono di Dio (concesso ab aeterno a ogni uomo che si affida e confida e si fida del Figlio fattoSi Carne nella prima Pienezza dei Tempi) essere “erogato” a s.a.l. (stadi di avanzamento lavori)?
    Ossia in parte durante la vita terrena (per quanto riguarda il Perdono della colpa e il Perdono di una parte delle pene da quella colpa derivanti) e in parte durante la vita ultraterrena (per quanto riguarda il Perdono delle pene residue e che non sono state scontate durante la vita terrena)?
    La risposta alla domanda precedente è: “sì”.
    Ma non perché Dio sia (a mò di “banca”) un erogatore a s.a.l. del Suo “flusso” di perdono.
    Ma perché siamo noi stessi che né ci siamo pentiti perfettamente (e quindi perfettamente purificati: niente di impuro entra nella Gerusalemme Celeste), e fin qui si può ancora dire che non rientrava nelle nostre possibilità in quanto il pentimento perfetto è -come detto all’inizio- purissima grazia; né tantomeno abbiamo evitato di innalzare un argine ed una barriera all’efficacia del Perdono di Dio (efficacia che sarebbe, in assenza della nostra barriera e del nostro argine: INTEGRALE, trattandosi di Perdono da parte di Dio, concesso ab aeterno).

    E quando e come arriviamo a porre un argine ed una barriera all’efficacia del Perdono di Dio, al punto da auto-privarci della possibilità di godere dell’integralità di quel Perdono già in “questo secolo”, e quindi della conseguente possibilità di entrare nel “secolo futuro” direttamente nella Gloria (così come don Fabio sente nel suo cuore essere accaduto al figlio di Dio da lui assistito in punto di morte e che ha quindi beneficiato della grazia del pentimento perfetto dopo una vita terrena mal spesa, al pari di Disma)?

    Ecco qui delineata la seconda “scorciatoia” per il Paradiso, che Gesù ci mostra nella Preghiera da Lui stesso insegnataci.

    “Rimetti a noi i nostri debiti COME noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

    Cosa sono i debiti se non i peccati?
    Ossia il male (che è sempre l’esercizio della libertà che va “fuori bersaglio”. E il più grande ed eternamente tragico “fuori bersaglio” che ci possa essere, per un figlio di Dio, è proprio il non tornare alla Casa del Padre da cui proviene, alla fine del suo transito terreno) che compiamo -fisicamente, psichicamente, spiritualmente- nei confronti di Dio, gli altri, noi stessi?

    Quando commettiamo il peccato (ossia andiamo “fuori bersaglio”) non facciamo altro che contrarre un debito: nei confronti di Dio, degli altri, di noi stessi.
    E quindi se chiediamo diuturnamente a Dio di “abbonarci” i debiti nei Suoi confronti COME noi li “abboniamo” ai nostri debitori: ecco che risulta quindi LAMPANTE la sconfinata necessità ed importanza di perdonare i nostri debitori in maniera INTEGRALE, se aspiriamo a che l’integralità dei nostri debiti (numerosi, numerosissimi) siano “abbonati” (ossia, per-donati) in questo secolo. E non nel secolo futuro.

    Settanta volte sette Gesù ci dice di perdonare la stessa persona che compie il male nei nostri confronti (diventando quindi nostro “debitore”).

    E sempre Lui, nostro Maestro, Signore e Dio, ci dice che con la misura con cui misuriamo saremo misurati.

    Ecco quindi che, per noi che aspiriamo al Paradiso e che sappiamo di non essere Santi: oltre alla “scorciatoia” classica del martirio con l’effusione del sangue (che era la “scorciatoia” che faceva cantare i cristiani che venivano divorati dai leoni o bruciati sui roghi: canti di gioia che derivavano dalla profonda consapevolezza di star abbandonando la vita terrena per accedere direttamente alla Gloria di quella Celeste, senza una sosta più o meno lunga ma certamente dolorosa in Purgatorio) ed oltre la “scorciatoia” del pentimento perfetto (che provoca in molti la stessa reazione che Gesù mostra nel figli maggiore mai allontanatosi dalla Casa del Padre o negli operai che faticano sin dalla prima ora nella Vigna del Padrone);
    ecco che appare anche la terza “scorciatoia” per l’accesso diretto al Paradiso.
    Quella che è forse la più evidente delle tre ma che come tutte le cose poste sotto gli occhi, risulta alla fine quella meglio nascosta.

    “Rimetti a noi i nostri debiti COME noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

    Quando si aprono gli occhi su tale verità, che è una delle gemme più belle del tesoro nascosto nel campo: si arriva a vedere diversamente tutte le occasioni in cui ci si trova ad essere “destinatari” di male.

    Non più come prove da sopportare.
    Non più come croci da accettare e da caricarsi sulle spalle.
    Ma come vere e proprie Grazie (e solo Dio è in grado di trarre Grazie dal male) in quanto occasioni per annullare le nostre barriere ed i nostri argini all’integralità del Perdono di Dio, che il Sangue effuso da Gesù il Cristo ci ha conquistato e ci ha meritato.
    E per poter quindi “conquistarci” a nostra volta (in una maniera indubbiamente “violenta”) il Regno dei Cieli, direttamente e senza “soste” purgative: né in questo secolo né in quello futuro.

    “Rimetti a noi i nostri debiti COME noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

    Eccomi, eccomi Signore… io vengo.
    Eccomi, eccomi… sia fatta sempre la Tua Volontà.

    In Gesù Adveniente e Maria Corredentrice.

    Maranathà

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  6. Non è polemica ma una domanda vera che attende una risposta vera.
    Nel suo post descrive qualcosa che può essere riassunto in questo modo: non importa cosa tu abbia fatto nella vita, se hai arrecato dolore e sofferenza al tuo prossimo, se hai rispettato le leggi di Dio o meno, se la tua condotta abbia offeso il Signore e la dignità umana, se hai seguito il cammino che Cristo ci ha indicato o se hai preso la direzione opposta. Non importa perché basta una formula all’atto finale, magari un improvviso timor di Dio last minute e tutto è risolto.
    La domanda: dunque che ci stanno a fare la dottrina, il Catechismo, i Vangeli, la Parola, le preghiere, gli atti di dolore, i preti, i Vescovi, il Papa, la Chiesa stessa e la Santità se poi tutto è uguale a tutto?

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    • Carissimo, grazie della tua domanda.
      Sbagli innanzitutto a riassumere così ciò che ho detto. Non è vero che non importa ciò che hai fatto.
      Importa invece, importa moltissimo.
      Importa innanzitutto a colui che muore, a colui che si pente, che in quel momento consuma in un lampo tutto il dolore accumulato e rimosso di anni, di decenni di lontananza da Dio.
      Per taluni questo dolore di pentimento si consuma in una vita passata in penitenza, per altri in un istante solo, che però sarà tanto intenso, tanto profondo e ricco da poter contenere in sé tutti quegli anni.
      Quanto al catechismo e alla fedeltà ai precetti della Chiesa la domanda vera è: perché li seguiamo? Non ti sembra meschino l’atteggiamento di chi li segue per volersi sentire a posto?
      Noi siamo fedeli, o ci sforziamo di esserlo, innanzitutto per amore, dunque non per riceverne un contraccambio. Che riceviamo pure, ma come un sovrappiù, come un dono indebito, immeritato.
      O chi potrebbe altrimenti essere mai così fedele e così giusto da poter dire di meritare la Gloria di Dio?
      E’ la prospettiva contrattualistica, giuridica, a sviare la comprensione. Ciò che accade in verità è molto più come l’incontro tra un padre e un figlio, appartiene quindi alla logica dell’amore assai più che a quella dei contratti.

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