Del bello e del buono (e della morte dei cantanti) – remastered

Nel Greco classico, e parimenti in Ebraico antico, gli aggettivi bello e buono erano praticamente sinonimi. Se un gesto era eticamente buono era anche esteticamente bello e viceversa. Se un artista produceva un opera di valore questa era percepita come buona, poiché elevava l’animo alla bontà.

Non so esattamente quando questa percezione del mondo sia andata in pezzi, ma l’immagine simbolo di questa frattura tra etica ed estetica è chiarissima ai miei occhi e la identifico con il famosissimo quadro di Munch “l’urlo”, quel volto umano che si liquefa nella disperazione mi ha sempre impressionato moltissimo.

Da allora in poi l’arte, ogni arte, non ha fatto altro che riproporci lo stesso urlo. È come se la nostra estetica, sganciata dall’etica, non fosse stata più capace di avanzare di un passo, congelata in quella disperazione esistenziale.

I quadri di Andy Warhol (penso alla famosissima Marylin), la musica rock in tutte le sue derivazioni, dai Doors ai Talking heads, ma anche il cinema, l’architettura, i fumetti, la letteratura e ogni altra arte non hanno fatto altro che celebrare l’estetica del disagio, come se prendere atto della disperazione e proclamarla fosse un modo di superarla.

Forse è per l’insopportabile narcisismo che sembra aver colpito la maggior parte degli scrittori, dei cantanti, dei pittori, degli artisti in genere, ma oggi ogni artista non fa altro che parlarci di sé: è morta l’oggettività e trionfa il soggetto, l’io si è piazzato saldamente sul trono e pretende tutta l’attenzione.

Ma l’io non sopporta di stare sotto i riflettori, se lo fissi troppo a lungo, se lo sganci dal tu, se non lo inserisci nella sua realtà lo vedi perdere identità, sparire in una serie di dissolvenze incrociate, liquefarsi e sciogliersi tra le mani, proprio come il volto del capolavoro di Munch che si dissolve nell’angoscia.

Non voglio fare il moralista, ogni epoca ha l’arte che si merita, ma semmai notare che se la nostra società è incapace di creare una nuova estetica è probabilmente perché ha completamente perso l’ethos.

Siamo tutti narcisisti, gli artisti non fanno che proiettare in cielo il male di tutti noi.

Il problema nasce quando non ci si rende conto che è un male, quando anzi l’autocelebrazione del proprio ego viene assunta a regola. Come quando Scalfari intervista se stesso che intervista il Papa e si permette perfino di vantarsene di fronte alla stampa internazionale, assumendo la cosa come ovvia e scontata.

Nel libro dell’Apocalisse è contenuta una profezia folgorante: “in quei giorni gli uomini… brameranno di morire, ma la morte fuggirà da essi” (Ap. 9,6). Quando il narcisismo trionfa la sola estetica che rimane è quella dell’urlo, la celebrazione del disagio, e la morte viene cercata e desiderata come una sposa, come la sola via di fuga che resta ad una follia collettiva a cui non ci si riesce a ribellare, tanto è pervasiva e totalizzante.

In sé il suicidio è una resa, non una ribellione, il fatto che i comportamenti autodistruttivi dei divi del rock (ultima la povera Winehouse) vengano presentati come ribellione è il sintomo più chiaro di una colossale resa collettiva.

Gli artisti sono più sensibili e quindi più vicini alla disperazione, sono una categoria a rischio, per così dire, ma la responsabilità di queste morti è in una società incapace di etica.

Ecco qual’è il problema. Quale ethos resta a quest’occidente sazio e disperato? Cosa resta da celebrare oltre alla dissoluzione? Cosa canteremo dopo aver cantato il nulla?

Non per niente in tempi recenti la sola arte che mi sembri capace di dire qualcosa di nuovo è quella rivoluzionaria, dalla Cina all’Iran, dove il bisogno di libertà dà all’artista la capacità di distogliere lo sguardo dal suo proprio ombelico ed elevarlo a qualcosa di più grande, verso un guizzo, un’eco, un’ombra, sia pur lontana, di trascendenza.

Ma l’ethos non è lontano, “non è al di là del mare da dover dire chi lo prenderà per noi?”, l’ethos è accanto a te, è il volto dell’altro, è la solidarietà umana coniugata in ogni forma, è l’incanto del viso che ti viene incontro come un oasi in un deserto.

Ripartiamo da qui, da un’arte capace di solidarietà e d’amore, di innamorarsi ancora del volto umano. Centrata non più sul bisogno soggettivo, ma sull’esuberanza del dare.

—————————————

Mi sono permesso di riprendere in mano e rielaborare un mio articolo precedentemente pubblicato qui, sulla Fontana del Villaggio, il 5 Febbraio 2012. Non per autocitarmi e cadere così nel peccato che denuncio, ma perché penso che quell’articolo abbia ancora molto da dire.

Annunci

1 Commento

Archiviato in Filosofia

Una risposta a “Del bello e del buono (e della morte dei cantanti) – remastered

  1. Giampiero

    La dissoluzione è una attività maligna di ogni tempo e ha sempre avuto la sua “arte” mortifera a rappresentarla e promuoverla.
    Da Shiva in Oriente a Dioniso in Occidente, agli Atzechi nelle “Americhe”, fino ai giorni nostri attraversando i territori “in ombra” di tutti gli gnosticismi e gli esoterismi antichi e moderni, dove Dio,se mai ci fosse, sarebbe cattivo o indifferente verso le sue creature. Penso spesso che questo esistere parallelo dell’arte della Luce con l’arte dell’Ombra c’è stato finché l’arte della Luce è stata Sacra, finché rispondeva ad una visione del mondo Cristocentrica, con il suo contenuto di Amore e Pietà, che si esprimeva nella bellezza. I “numina” delle ombre in passato hanno avuto “la fortuna” di potersi mimetizzare usando della bellezza che era nelle mani, nei cuori e nelle menti di molti artisti- artigiani di valore immenso. Ora non più. L’omologazione in basso, dagli anni ’50 in poi,ha tolto all’umanità il bello, che non ha resistito neanche in forma di minoranza parallela dell’arte dei cantori dell’ombra. Resiste l’archeologia del bello, svuotato dei significati propri e caricati di valori “civili”, che coprono l’ethos che contengono, offrendosi spesso come un peso insopportabile per la loro custodia e conservazione, che ancora trova (scarse)risorse solo perché materia prima “turistica” da “valorizzare”, raccontata da incredibili addetti dai quali ho ascoltato balle indicibili.
    Sono d’accordo con te perché hai voglia di ricordare che il buono deve essere anche bello. È l’inizio di una catechesi importante, che ha a che fare con quello che non c’è più ma dovrebbe assolutamente esserci nella nostra vita.
    Grazie.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...