L’uomo del sì (remastered)

Quanto mi pesa dover dire di no!

Il dramma della mia condizione di parroco è che mentre vorrei essere l’uomo del sì, l’uomo che accoglie sempre, la mia posizione di presidente della comunità, di responsabile dell’ortodossia, di maestro della fede mi costringe invece a correggere ed orientare ed a volte purtroppo a dover vietare e questa è la cosa più pesante.

Questa fatica si esprime soprattutto nella pratica quotidiana dell’ufficio parrocchiale.

Ogni giorno in ufficio si giocano partite mortali. Quando una persona entra di solito lo fa perché ha una richiesta specifica da fare: vuole un battesimo, o iscrivere un bambino al catechismo, o chiede un funerale o mille altre cose.

Si comporta in genere come chi va in un’agenzia a comprare un servizio: sa già cosa vuole e non è lì per ascoltare lezioni (c’è già così poco tempo nella vita, ci sono i figli da andare a prendere a scuola, la spesa da fare…), alla fine dei conti quello che mi domanda è semplicemente un sì o un no.

E qui comincia la lotta.

Già, perché di solito chi chiede non ha la minima idea di cosa sta chiedendo, anche se crede di saperlo, ed io allora in due o tre minuti mi trovo di fronte alla fatica improba di riorientare le sue scelte, ridefinire i suoi parametri, in sostanza di annunciare il Vangelo a chi non ha nessuna voglia di sentirselo annunciare, perché è convinto di conoscerlo già.

Li capisco, poveracci.

Dal loro punto di vista è come se uno andasse dal fruttivendolo a comprare un chilo di arance e si sentisse fare una lezione sulle proprietà mediche dei limoni o dal concessionario per comprare, che so, una mercedes e si sentisse fare una lezione di guida. Che vuole ‘sto prete qua? Cosa sta dicendo? Che devo cambiare vita? Che non sono cristiano? Ma come si permette? E poi che c’entra? Io gli ho chiesto di battezzare mio figlio e lui vuole che vada alla messa io?

Solo che accettando le loro richieste, quando non sono davvero convinte, farei un danno molto peggiore, perché accettare, ad esempio, di amministrare un sacramento a persone che non hanno la minima idea della serietà di ciò che chiedono significa di fatto confermarli nella loro convinzione non detta che la Chiesa, e quel che peggio la fede, non sono poi cose tanto serie.

La ragazza è giovane e carina, più vicina ai trenta che ai quaranta, avrebbe un viso simpatico se sorridesse, invece è palesemente a disagio, si vede subito che non entra in chiesa da parecchio.

La faccio aspettare un attimo fuori dalla porta mentre risolvo un’altra questione (trovo da mangiare e da dormire a una poveraccia), è una scelta voluta, lascio la porta aperta in modo che possa ascoltare la mia conversazione con quella donna sfortunata, anche questo è un modo di evangelizzazione (a cui peraltro quella giovane e carina non dà segni di aver abboccato), un modo per dire: “vedi cosa fa la Chiesa?”, dopo cinque minuti la ricevo, la sua richiesta è semplice, vuole fare la Cresima. Motivo? Gli è nato un nipote e vuol fare da madrina.

E qui comincia la partita.

Sono perfettamente consapevole che questo è probabilmente l’unico contatto che questa ragazza avrà con la Chiesa per parecchio tempo, almeno fino al matrimonio (se non è già sposata) o al funerale di qualche persona cara, quindi in questi pochi minuti devo mettere dentro tutto, devo farla sentire amata innanzitutto e poi devo suscitare in lei un desiderio vero di Gesù, qualcosa che vada al di là del puro e semplice affetto per il nipote che le fa desiderare di fargli da madrina, per elevarla un minimo nello spirito, il tutto mentre lei è lì per tutt’altra ragione e da me vuole solo un sì o un no.

Ok la partita comincia, servo io. Prima domanda: “dove abita? Ah dunque non è mia parrocchiana e come mai viene qui?” Ha difficoltà con il suo parroco ovviamente, ahi ahi ahi brutta storia, quindi è anche probabilmente prevenuta verso i preti in generale, il che spiega il suo disagio.

Ho sbagliato, avrei dovuto offrirle il caffè (nel mio ufficio c’è una macchina del caffé sempre calda esattamente per questo motivo) e cercare di stabilire un rapporto più empatico, magari dandole del tu. Un servizio maldestro e mi ha infilato con una voleé, 0-15.

Ora tocca a lei servire: “il problema è che il bambino nascerà a Settembre”, rapido calcolo mentale, significa che abbiamo a disposizione non più di sei mesi.

Che botta! Corro come un pazzo a fondo campo e riesco a recuperare, ma la mia risposta è fiacca: “Di per sé non è un ostacolo questo, la vera domanda è: lei sa che cosa mi sta chiedendo? Cosa significa far la cresima?”

Lo sguardo vuoto che ricevo in risposta è ambiguo, potrebbe significare totale disinteresse, oppure anche che ho fatto centro cercando di deviare il discorso dal nipote a lei (che è la sola che mi sta davvero a cuore) e che lei si sente spiazzata.

Tento di incrociare il gioco: “Lei capisce che fare la cresima significa confermare la propria volontà di essere cristiani. Del resto ciò che si chiede a un padrino è appunto di essere un esempio di vita cristiana. Sia sincera, da quanto tempo non va in Chiesa?”

Maledizione che attacco goffo! Subito si chiude a riccio: “parecchio tempo, ma che c’entra? Mica per questo si può dire che non sono cristiana!” Colpa mia, sono stato troppo aggressivo e lei si è chiusa sulla difensiva, non sentendosi amata, ma giudicata, fallo di fondo 0-30

Ora servo io: “vede il punto è che per fare la Cresima è necessario che ci sia una volontà autentica di vivere da cristiani e la motivazione che lei mi ha portato non è sufficiente” ecco, penso, questo è l’approccio giusto, non parlare mai di essere cristiani, ma di vivere da cristiani, pochi accettano di sentirsi dire a brutto muso che non sono cristiani, sono molto più disponibili invece (anche perché è difficile negarlo) a sentirsi dire che non vivono da cristiani, “perché lei possa fare la cresima deve dimostrare la sua volontà di cambiare vita”, non è un ace, ma un buon servizio.

La sua risposta, “che cosa devo fare?” mi offre la possibilità di attaccare ancora: “fare non deve fare molto, certo frequentare la messa domenicale è il minimo sindacale e poi un minimo di catechesi, ma ciò che conta è che cambi il suo atteggiamento verso la fede”.

Accidenti, aveva solo finto interesse! Mi ha attirato sotto rete e ora mi infila con un lob perfetto: “Sì va bene, ma ho la garanzia che a Settembre potrò fare la Cresima?”. Il lob è irragiungibile: 0-40

Ultimo disperato tentativo, gioco definitivamente a carte scoperte: “guardi, il problema è che lei deve desiderare di fare la Cresima per se stessa e non per sua nipote, fintantoché lei vede nella Cresima solo lo strumento necessario per poter essere madrina, in realtà è fuori dalle condizioni spirituali richieste. Non è una questione di tempo, Dio può cambiare una vita in un giorno, è una questione di atteggiamento mentale” E lei: “capisco, le farò sapere”.

Game over, set e partita.

Ho perso miseramente, non sono stato capace di amarla abbastanza, né di mostrarle la verità di ciò che dicevo, ma in realtà ha perso anche lei, è convinta di aver trovato un altro prete burocrate e “cattivo”, adesso chissà quando avrà una nuova opportunità e intanto io resto ore a macerarmi nell’inquietudine e nel rimorso del “se avessi fatto, se avessi detto”.

Intendiamoci, quella ragazza non ha colpa di questa situazione, è la conseguenza di secoli di pastorale assurda, basata sulla sacramentalizzazione di massa, che ha prodotto una Chiesa praticamente atea, però intanto siamo noi, soldatini di prima linea, a portare il peso della battaglia e lei e tanti come lei ad essere di fatto respinti dalla Verità.

Quando, quando riusciremo a cambiare tutto questo?

Stamattina è successo un fatto piuttosto sgradevole in ufficio parrocchiale che mi ha fatto ripensare a questo episodio e a questo articolo che pubblicai originariamente due anni fa sul blog di Costanza Miriano . Ve lo ripropongo quindi con qualche minimo adattamento.

19 commenti

Archiviato in Umorismo, Vita da prete

19 risposte a “L’uomo del sì (remastered)

  1. Ricordo quando scrivesti questo post sul blog di Costanza… al tempo mi colpì molto la frase (che, per quel che può valere, condivido appieno) “Intendiamoci, quella ragazza non ha colpa di questa situazione, è la conseguenza di secoli di pastorale assurda, basata sulla sacramentalizzazione di massa”… Oggi la rileggo dopo varie vicissitudini personali nel frattempo intercorse e mi colpisce ancora di più. Non ho mai voltato le spalle alla Chiesa, ho studiato Scienze Religiose, insegno religione, ma ancora fatico a capire certe scelte ecclesiali in fatto di sacramenti, perché mi sembra che l’andazzo sia quello di proseguire per la strada che porta frutti come quello da te magistralmente descritto nel post: chiedere un sacramento ad un sacerdote come si chiede un certificato ISEE ad un CAF… Don Fabio, dov’è l’inghippo? Cosa dobbiamo fare perché le persone si re-innamorino di Dio? Perché mi sembra che la chiave sia questa: amare Dio e sentirsi amati da lui, credo che questo porterebbe ad una purificazione del desiderio di ricevere un sacramento. Questo è quello che mi sembra di percepire, sarei felice di avere la tua opinione in merito.

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    • Dov’è l’inghippo? Avessi una risposta facile!
      Quello che so è che siamo intrappolati in una paradossale oscillazione, in un ossimoro se vuoi: il Cristianesimo è una fede che vuole essere contemporaneamente personale e popolare, se oscilla troppo verso l’individualismo diventa protestante e non incide più sulla società, se invece si sbilancia troppo sull’aspetto popolare finisce con il non provocare più la vita delle persone…
      Mantenere l’equilibrio (ma un equilibrio verso l’alto, non verso il basso) è la difficoltà di fronte a cui ogni fondatore di comunità si è trovato. E forse la risposta sta proprio qui: il Cristianesimo sta nelle comunità, in quei luoghi in cui le persone si riuniscono spontaneamente perché desiderano farlo: ordini religiosi, società di vita apostolica, movimenti, associazioni…
      E le parrocchie? Possonoi essere comunità le parrocchie? Francamente non lo so. Ci sto provando, è la mia scommessa pastorale, ma non so se sia effettivamente possibile o se mi sto illudendo

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      • Difficile per una parrocchia essere realmente Comunità…
        Al di là dei nostri umani limiti e del nostro peccato che tendono a dividre più che a unire (e con cui bisogna realisticamente fare i conti), non sono le parrocchie spesso l’insieme di tanti singoli gruppi, gruppetti, esperienze, movimenti, da quello del “gnocco” o pizza sino a quello dell’Adorazione Eucaristica?
        Certo che se tutti (gruppi e singoli) avessere in comune la sola cosa importante che si ha da avere in comune, le Parrocchie diventerebbe in qualche modo espressione di Comunità… una sorta di struttura “atomica”.

        Forse la sfida più grossa e proprio mantenere sempre viva e presenta la Figura di riferimento, il Faro illuminante, la Stella Polare… che non è neppure il sacerdote/parroco, ma Cristo stesso.

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        • Io ho visto delle Parrocchie/Comunità, so che ci vogliono anni e forse delle condizioni anche esteriori particolari, ma non credo che sia impossibile.
          La domanda resta sul come: come portare quel modello che nella mia mente è così chiaro nella concretezza delle nostre parrocchie?
          Certo, la conversione, l’incontro personale con Cristo, è il punto di partenza necessario, senza quello non c’è comunità, non credo però che sia sufficiente…
          Penso che ci deve essere anche la condivisione di un progetto, la voglia di costruire qualcosa insieme, da cui nasce poi un senso di identità, di appartenenza reciproca.
          Di sicuro non si può fare con numeri troppo grossi però: una parrocchia di trentamila persone non sarà mai comunità!

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          • Ne convengo.
            Certo la sfida è: quale progetto? Come rederlo comune e condivisibile? Quali i momenti “aggregativi”?

            Su quest’ultimo punto certo ci potrebbero essere i “consigli pastorali”, che ahimé, troppo spesso mi sembra si trasformino in un “questo orticello è il mio” o «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo»…
            Qui deve essere grande la capacità e il “carisma” del parroco, che dovrebbe trarre da un cacofonia di suoni e voci, un’unica sinfonia, come un grande direttore d’orchestra.
            Ogni momento anche pratico/tecnico dovrebbe poi essere – sempre – preceduto da una breve riflessione da un momento di preghiera, da un’invocazione allo Spirito, perché anche il “lavoro di Marta” sia fatto “con lo spirito di Maria” 😉

            Poi non possono mancare i momenti di “aggregazione dello Spirito”, che sono ritiri parrocchiali, catechesi, momenti di preghiera comune, condivisione anche del proprio pensiero “spirituale”…
            Certo, idelamente tutto questo dovrebbe ritrovarsi e scaturire dalla Celebrazione Eucaristica Domenicale, ma anche qui dobbiamo essere realistici verso i nostri umani limiti.

            Buon lavoro, Don Fabio! 😉 🙂

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          • Da 14 anni frequento la Comunità Missionaria di Villaregia (la quale, per inciso, sta uscendo da un momento molto difficile…), che ha nella vita comunitaria un pilastro del suo carisma. Lì ho visto concretamente proprio ciò che hai appena ricordato, cioè “la condivisione di un progetto, la voglia di costruire qualcosa insieme, da cui nasce poi un senso di identità, di appartenenza reciproca”. E mi sono reso conto che la vita comunitaria cristianamente intesa è possibile. Ma stiamo parlando di un cosiddetto “Nuovo Movimento Ecclesiale”. Non so se il modello sia esportabile nelle parrocchie, forse queste realtà possono essere di aiuto sia con l’esempio, sia con le loro iniziative specifiche per risvegliare il senso comunitario. La CMV stessa organizza varie attività nelle parrocchie per sensibilizzarle sotto il profilo della vita comunitaria, credo che altrettanto facciano altre realtà. Ma credo che tu, Don Fabio, già ne sia a conoscenza…

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            • Si, conosco di fama la CMV e io stesso ho esperienza di movimenti dopo vent’anni nel Rinnovamento, ma una parrocchia è un’altra cosa, ha dinamiche diverse, la sfida è tenere le due cose insieme, et-et non aut-aut

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  2. Francesca

    Ciao, mi ricordo anch’io il nostro primo incontro, per il battesimo di Marco, e io che ti esprimevo i miei dubbi sulla mia fede cristiana. E mi ricordo che tu mi proponesti di battezzarlo la notte di Pasqua, e io, al terzo figlio, piena di fatica, sonno arretrato, lavoro da smaltire, come prima cosa pensai: questo è matto, non si rende conto; e chi ci arriva sveglio, e capace di intendere e di volere, dopo le 22? Questo per dire che il primo approccio è difficile per tutti. Però, se si è in buona fede, magari si sbaglia un punto, ma poi la partita si vince, almeno spero. Magari basta fare un bel respiro prima di rispondere alle domande più strane che ti vengono fatte, e vedrai che la risposta la trovi, sono certa che la trovi

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    • 😉 Qualche volta si vince…

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    • …Perché vedi, avrai anche pensato “questo qui è matto”, ma di sicuro hai capito subito che il Battesimo era una cosa seria, una cosa che ti chiedeva di metterti in gioco, che non potevi dare per scontata e quindi una storia è potuta iniziare.
      Il più delle volte la storia non inizia nemmeno perché dall’altra parte non si accetta questo minimale punto di partenza (altre volte, come diceva Mariella, la colpa è del parroco, ma spero che questo non sia il mio caso)

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  3. Bella questa telecronaca Don Fabio…

    Io sono una schiappa con la racchetta (come per tante altre cose…), ma mi pare che per quanto tu abbia cercato di adattare il tuo gioco al terreno (erba o sintetico in questo caso?) e all’ “avversario” (strano avversario e strana partita che dovrebbe volere vedere vincitore chi? 😉 ), la tua strategia di gioco sia destinata nel migliore dei casi ad un “pari e patta”.

    Non sto giudicando la tua abilità nel servizio o nella volè, ma si gioca su un terreno reso quasi impraticabile da anni di… cattiva manutenzione? Incuria?

    Il “servizio” che riporta a “…che ci sia una volontà autentica di vivere da cristiani”, è un servizio fiacco, lento, rischia di procurare un “net”, di rimbalzare sulla rete…
    Perché mai si dovrebbe avere una volontà a vivere da cristiani? (che è pure faticoso…) Che come prima cosa, mi richiede di andare a Messa tutte le Domeniche!
    “…certo frequentare la messa domenicale è il minimo sindacale”. Qui Don si è quasi mancata la palla… uno scivolone da cadere faccia a terra!

    Scusami, non voglio infierire, né giudicare – come fossi un tecnico – il tuo “stile di gioco”, sto solo utilizzando la metafora per arrivare ad un punto…
    E il punto è che nei lontani, si dovrebbe far nascere il DESIDERIO di “vivere da Cristiani”, insinuare il dubbio che sia sommamente conveniente “essere Cristiani”, il massimo della Vita, l’apoteosi della Gioia, il non plus-ultra del sentirsi Amati, il solo ed unico vero senso della Libertà!
    Perché io semi-agnostico, o fedele delle sole Sante (mega) Feste, dovrei sobbarcarmi altri impegni, costrizioni, timbrature di cartellino o scelte di appartenenza “sindacale”?
    Ma questo tu lo sai bene, ed è evidente nella tua analisi critica dove dici: “Ho perso miseramente, non sono stato capace di amarla abbastanza, né di mostrarle la verità di ciò che dicevo…”

    Certo difficile farlo in un “set” di due minuti, in due incroci di racchetta, eppure, eppure per alcuni è stato possibile.
    Cristo poi ci riusciva con la sua sola presenza… ed ecco forse il nocciolo del problema. Non tanto e non solo il nostro singolo “modo di apparire”, ma spesso il modo di apparire di tutta una Comunità.
    Perché io girando per la strada o semplicemente incontrando persone, devo faticare tanto a comprendere se ho di fronte un Cristiano? Perché o meglio, in base a cosa, un “lontano” dovrebbe rimanere affascinato a tal punto di correre non a chiedere un certificato, ma ad implorare di venir catechizzato o ricevere un Sacramento?
    “Guardate come si amano…” dovrebbero dire! Ed ecco che il problema non starebbe tutto sulle spalle del singolo sacerdote e di come “giocarsi la partita”. Fosse pure una “schiappa”, avrebbe vinto in partenza…

    Lo so, queste riflessioni, ammesso abbiano un valore, certo non risolvono la contingenza, la “scaramuccia” che si innesta in un caso come quello che ti ha visto e ti vede, immagino, spesso protagonista… che ti obbliga quasi d’ufficio, ad una risposta, ma anche alle volte ad un diniego (e ci sta, ci sta senz’altro…), ma questo mi è venuto alla mente leggendo la godibile metafora di un fatto senz’altro reale.

    Concludo restando nella metafora: che l’incontro sia poi preannunciato, atteso, Grande Slam o partitella di fine giornata, sempre sempre, rivolgersi prima di tutto all’Allenatore (per assicurarsi i “trucchetti” dello Spirito Santo…), cosa che certamente farai, ma che è bene tutti ci si ricordi di fare, anche se alla fine, invece che a Wimbledon, siamo su un improvvisato tavolo per un’altrettanto improvvisata, partitella di ping-pong.

    Un abbraccio.

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  4. Mi piace molto il tuo stile! Asciutto, amabilmente ironico, efficace.
    Le partite che si giocano in ufficio parrocchiale davvero diventano dirimenti per molte persone. Capisco il rammarico, anche per una sola persona rimasta “non accolta”. Non è facile farsi capire quando chi ti interpella vede solo un burocrate. Tempo fa ho letto la risposta di un parroco, sempre a proposito della richiesta di “erogazione” di sacramenti, che mi era piaciuta per il buon senso. http://www.diopadremisericordioso.it/index.php?option=com_content&view=article&id=133:un-corso-matrimoniale-concentrato&catid=87&Itemid=521
    Difficile il vostro compito: accogliere ed orientare, incoraggiare e correggere, ….e non sono più i tempi di un don Camillo che magari chiariva la dottrina anche sventolando in aria le panche ….

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  5. E’ difficile rispondere,quando ti trovi davanti persone che non vogliono capire e non intendono capire.Ti sei risposto comunque da solo,perche’ non ci frasi fatte, non ci sono regole,non ci sono sermoni che tengano.
    Ti sei risposto da solo quando hai detto “dovevo amarla di più”.
    Oggi c’è tanto sesso nel mondo ma c’è poco amore,e allora i cuori inaridiscono e non è facile far germogliare una pianta dopo che si è seccata. il miracolo dell’amore è sempre valido, trovare le parole giuste non è sempre facile ,fai un profondo respiro la prossima volta prima di rispondere perchè tu le parole se vuoi le sai trovare.

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  6. Mariella

    Questo articolo mi ha toccata perché qualcosa di simile è successo a me (ed, evidentemente, non ero nella parte del parroco), quindi voglio raccontare la mia esperienza.
    Circa un anno fa io ed il mio ragazzo abbiamo deciso di sposarci. Lui, cattolico e con un passato nell’oratorio, ci teneva a farlo in chiesa; io, cattolica molto tiepida, ero attraversata da molti dubbi: nel mio passato una frequentazione dei sacramenti cattolici dettata più da tradizione familiare che da convinzione autentica, in seguito un allontanamento dalla Chiesa e poi vari tentativi di riprendere il contatto mai andati del tutto a buon fine. Un corso prematrimoniale mi è parso una buona occasione: per capire cosa fosse un matrimonio cattolico e se facesse per noi; per darmi la possibilità di riavvicinarmi alla mia parte religiosa, della quale sentivo la mancanza. All’incontro col parroco con il quale avremmo dovuto fare il corso ci siamo presentati per quello che eravamo: due persone con qualche dubbio, che erano lì per saperne di più sul matrimonio e magari anche per capire qualcosa in più su loro stessi.
    E’ vero che spesso quando ci si avvicina ad un sacerdote si proiettano su di lui aspettative di accettazione e comprensione non commisurate alla realtà, e forse siamo stati un po’ ingenui pensando che noi e i nostri dubbi saremmo stati accolti a braccia aperte (probabilmente ci ha tratto in inganno il gran parlare che si fa della parabola del figliol prodigo), ma la realtà ha superato di gran lunga le più fosche previsioni: le impressioni che ci siamo portati a casa da questo primo (e unico) incontro sono state di estrema freddezza, di disinteresse, quasi di fastidio. Ci siamo sentiti il classico cane in chiesa (o Oliver Twist che chiede la seconda razione di minestra). Ed è stato l’ennesimo incontro mancato.
    Alla fine abbiamo deciso di sposarci civilmente. E in questa partita hanno perso tutti: il mio ragazzo che avrebbe voluto sposarsi in chiesa, io che continuo a mancare un importante appuntamento e il parroco che non ha voluto conoscerci.
    Io credo che il peccato più grande sia che un incontro non si realizzi per mancanza di braccia che accolgano e orecchie che ascoltino.

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    • Cara Mariella,
      la tua è certo un’esperienza che lascia l’amaro in bocca, ma la cosa bella è che non c’è una “scadenza” per accedere al Matrimonio Cristiano (più che Cattolico), né lo impedisce il fatto che ora abbiate alle spalle il solo matrimonio civile che già è un’assunzione di responsabilità e denota una precisa intenzione.
      L’errore sarebbe secondo me, lasciar cadere la cosa, lasciare delle domande ed una ricerca in sospeso… se veramente avete (o anche solo hai) questo desiderio, bussa a qualche altra porta… intendo presso qualche altro bravo sacerdote, o magari presso qualche coppia che sai essere esempio di una Fede adulta, perché in ballo non c’è solo il Sacramento del Matrimonio, c’è in ballo l’incontro con chi veramente può cambiarci la vita… l’incontro con Gesù Cristo.

      I sacerdoti sono tutte persone in generale splendide, ma il loro esserlo viene dalla loro intima unione con Cristo e con la Chiesa. Alcuni lo sono meno, non si può negarlo, perché tolto questo legame, sono creature fragili e limitate come siamo tutti.

      Non ti fermare per un “incidente di percorso”, per la delusione di un incontro e la tua ricerca non resterà delusa.
      Anzi magari la ricerca non finalizzata allo scopo immediato di “ottenere” qualcosa, porterà maggior frutto…
      Solo ti ripeto, non ti fermare a quello hai ora, perché quello che potreste scoprire singolarmente e come coppia, non ha valore.

      Un valore che si farà concreto nei momenti di difficoltà, di dubbio e di smarrimento che ogni coppia inevitabilmente incontra nel suo cammino.

      Ricorda “chi cerca trova” non è un detto popolare, e scritto nella Bibbia. 😉

      Luca 11,10
      Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.

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    • Cara Mariella, grazie innanzitutto perché scrivendo questa testimonianza sul blog di un parroco ti sei nuovamente messa in gioco e questo è molto bello da parte tua. Mi fa venire in mente il S. Agostino delle Confessioni: “tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”.
      Che posso dire? Onestamente mi sono guardato dentro e mi sono chiesto se forse quel parroco da cui ti sei sentita respinta non fossi proprio io. Non sono sicuro di non esserlo, perché conosco bene la mia fragilità e so che anche se il mio desiderio generale è quello di accogliere e capire tutti e dialogare con tutti (anche se non a tutti si può dir di sì) a volte non ci riesco. Stanchezza, magari una lite o una situazione difficile che assorbono la nostra attenzione (siamo come Figaro noi parroci, sai? Siamo costretti a saltellare tra situazioni diversissime il più delle volte senza un attimo per rifiatare ed è davvero duro a volte scrollarsi tutto di dosso e concentrarsi sulla persona che hai davanti), o anche semplicemente un’emptia che non scatta, possono essere mille i motivi per una mancata accoglienza e non tutti sono necessariamente riferiti a voi.
      Quello che posso dirti è solo quello che già ti ha detto Bariom: non mollare, riprovaci, ricorda la Parola del Signore: “a chi bussa sarà aperto”. Magari non subito, ma infallibilmente.

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  7. Lidia

    donF, io devo dire che sto (ahimè stavo, ora sono in esilio lontana, buahhah!) in una parrocchia splendida splendidissima – almeno per me…mi sembra che siamo parecchio comunità, abbiamo superato bene anche il cambio di parroco e viceparroco (dopo rispettivamente 17 e 12 anni!), l’unica cosa è che attraiamo relativamente poco i “lontani” e i fedeli che vengono solo per la Messa. Noi “impegnati” però stiamo bene in parrocchia. Ma penso tu ti riferissi all’insieme dei parrocchiani, non solo quelli impegnati in parrocchia, vero? Io credo che ce la si possa fare, ma certo è difficile. Ciao!

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  8. Ho letto con curiosità, don Fabio e anche con qualche perplessità. La più grossa resta quella del considerare l’incontro con l’altro come una partita da giocare. Vincere, perdere? E il volto del prossimo è una “sfida”, una competizione?
    Tu dici che le persone che vengono in ufficio parrocchiale non hanno la minima idea di quel che chiedono. Non hai tutti i torti, se con questo ti riferisci a quel che è il senso profondo della vita sacramentale, dell’appartenenza ecclesiale, etc… Ma io, quando come te me li trovo davanti, cerco sempre di comprendere qual è il desiderio che sta oltre la richiesta concreta.
    In quella giovane non c’era il desiderio di essere vicina alla propria nipote. Desiderio superficiale, immaturo, “leggero”, serio, profondo… Chi lo sa? Ma c’era o no? E se c’era? Non era un germe di prossimità all’altro presente in lei?
    Forse il modo giusto – che cerco di imparare tutti i giorni da “disavventure” simili alla tua – è quello di non metterci a battagliare, credendoci soldatini di prima linea, ma di farci alleati compassionevoli di quei granelli di senapa che sono seminati nel cuore di ogni uomo.
    L’Alleanza è categoria biblica altissima, non devo insegnartelo io. Mi chiedo se pensare l’incontro col prossimo come una partita da giocare ne sia l’annuncio più vero.
    Grazie della tua riflessione, mi ci sono “riletto”.

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  9. Errata corrige: «In quella giovane non c’era il desiderio di essere vicina alla propria nipote?»
    (mancava il punto di domanda…)

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