Normali e strani

7km_da_gerusalemme300

di Sabina Nicolini

L’identità cristiana è sempre vocazionale, protesa al futuro, al compimento di chi siamo e di chi siamo-continuamente-fatti, perché l’identità cristiana non proviene dal nostro sforzo principalmente, anche se chiede in ogni istante la nostra adesione, ma dalla Grazia, che “ci fa”.

La domanda sull’identità, infatti, in san Francesco nasceva in questo modo, tra i boschi della Verna: “Chi sei tu? E chi sono io?”. Posso scoprire chi sono, ricevere il mio significato, soltanto se Tu, Signore, me lo riveli, rivelando te stesso a me. Solo nella preghiera dunque posso attingere alle sorgenti del mio essere, che non sono in me ma in Te. «Attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza» (Is 12,3). Suggestivo il collegamento con l’acqua viva che Gesù offre alla samaritana e che «diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 14).

L’identità cristiana nasce quindi dalla relazione con Gesù: questo vale anche per l’identità di una famiglia, di un gruppo, di un movimento, della Chiesa stessa che non sta in piedi da sola ma è costituita dalla relazione di amore con Cristo, come sua sposa. E il beato Charles de Foucauld affermava: «Non so concepire l’amore senza un bisogno, un bisogno imperioso di conformità e di rassomiglianza».

Lasciamo affiorare allora il nostro bisogno di rassomiglianza con Gesù, chiediamo allo Spirito Santo di far crescere in noi questo desiderio, fino a renderlo imperioso, irresistibile.

Il nostro carisma di Apostole della Vita Interiore ci fa puntare lo sguardo, come in un ideale specchio, sulla vita pubblica di Gesù: Gesù che chiama i Dodici, che annuncia la Parola del Padre, che incontra le folle, che avvicina le persone, che guarisce nel profondo, che ama fino a dare la vita. Questo è Colui al quale desideriamo rassomigliare, e cerchiamo di farlo attraverso una vita di preghiera, attraverso le relazioni con gli altri e una certa vita comune, attraverso la formazione che riceviamo, e l’apostolato che iniziamo a vivere spesso senza accorgercene.

Ma dobbiamo renderci conto che questa identità pubblica di Gesù non nasce come un fungo in una notte. Quello stesso Gesù che vediamo percorrere instancabilmente le strade della Galilea è lo stesso Gesù che per trent’anni ha vissuto a Nazareth la vita più ordinaria che ci sia: la vita di famiglia, la vita di artigiano nella bottega di Giuseppe, la vita di paese. O questi trent’anni sono una parentesi di poco conto, se non addirittura imbarazzante da giustificare, o hanno qualcosa di essenziale da rivelarci sul mistero dell’identità di Gesù. C’è un brano del Vangelo che mette a fuoco con grande efficacia proprio lo sbocciare del ministero pubblico di Gesù colto a partire dalla sua vita ordinaria, come attraverso un liquido di contrasto:

“Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». E si scandalizzavano per causa sua.” (Mt. 13,53).

L’identità di Gesù, a cui noi vogliamo attingere, emerge in questo brano come un’identità misteriosa e paradossale, per accostarsi alla quale sono altrettanto necessari i lunghi anni di Nazareth e il tempo della vita pubblica.

Da una parte, Gesù è conosciuto, familiare, ordinario. La vita a Nazareth lo ha formato in questo modo: ad essere un uomo, il figlio del carpentiere, un ebreo ordinario, che parla la lingua del posto, mangia il cibo che mangia la gente, si veste allo stesso modo dei giovani ebrei, porta i capelli secondo l’uso del tempo. Lavora, frequenta la sinagoga, si vede con gli amici. Così la gente di Nazareth lo conosce, come uno di loro.

Ma dall’altra parte, questo giovane ebreo inizia ad un certo punto a compiere cose che nessun altro fa. Inventa una nuova predicazione, fatta di parabole, con un tono diverso da tutti gli altri Rabbi. Parla del Padre con una familiarità inaudita. Compie segni potenti e miracoli. Il Gesù conosciuto e ordinario è al tempo stesso lo sconosciuto, il misterioso, l’imprevedibile. Il nuovo.

“Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!»” (Gv.7,44-46).

Gesù è allo stesso tempo vicino e lontano. Resta vicino, anche nel suo ministero, perché conosce gli uomini e le donne e il loro cuore, si sa relazionare con loro, si fa immediatamente percepire come “uno di loro”. E insieme, proprio una tale capacità di vicinanza desta stupore. Che cosa fa presagire che Gesù è Dio? Il fatto che è talmente uomo, talmente bello come uomo, talmente pieno come uomo che non può essere solo uomo. E Gesù vive in questo continuo paradosso: uno di noi, e uno che ci supera. Uno familiare, e così tanto da diventare sconosciuto.

Proprio in virtù di questo paradosso, la persona di Gesù si fa indizio.

Pensate ai film gialli, o ai racconti. L’enigma ruota intorno alla presenza di un indizio, di un oggetto capace di rimandarci alla soluzione, di svelare qualcosa. Un oggetto che si carica lungo la storia del potere di parlare, di indicare qualcuno come se fosse dotato di parola. Che cosa rende un oggetto un indizio? Due aspetti, presenti insieme: da un lato è familiare, riconoscibile; dall’altro è strano, così da suscitare sorpresa, come può suscitare sorpresa un oggetto familiare trovato fuori posto. Un artefatto misterioso, di cui non si conosca la funzione, trovato in un salotto, non provoca uno shock, ma al massimo un po’ di curiosità. Un semaforo lampeggiante posto in una sala da pranzo invece ci farebbe gridare dalla sorpresa.

Se Gesù fosse stato semplicemente un estraneo, caduto da un altro pianeta, sarebbe stato accolto come si accolgono i pazzi, e cioè con una certa indifferenza mista a compassione. Sarebbe stato solo “strano”, e la stranezza provoca paura, o lontananza, o non provoca nulla, perché non dice niente alla mia vita, non mi interpella.

Se Gesù fosse stato semplicemente “uno di noi”, sarebbe stato accolto come un compagno, uno dei tanti, il figlio del carpentiere, un bravo ragazzo, chissà perché ancora non si è sposato. Con il tempo sarebbe diventato ciò che diventa chiunque sia “uno di noi”: insignificante, banale, mischiato nella folla. Uno che non ha nulla in più da darmi.

Attenzione: questo è un richiamo forte per la nostra identità.

Se l’essere cristiani ci rende semplicemente diversi dal mondo, distanti, estranei, tipi un po’ strani, disadattati, non avremo nulla da dire, nulla da offrire. Saremmo semplicemente evitati, o ascoltati con un sorrisetto di compatimento, come gente un po’ esaltata, che vabbè ha trovato consolazione nella fede, buon per lui, ma irrilevante per il mondo.

Ma se l’essere cristiani ci rendesse semplicemente uguali alla massa, brava gente che si adegua a tutto e che in nulla differisce dagli altri, che segue le mode, che non dà fastidio mai a nessuno, allora saremmo quel sale che ha perso il sapore e a nulla serve se non ad essere gettato.

Se i cristiani intorno a loro generano indifferenza, sono caduti nel guaio peggiore. Vuol dire che hanno spento in loro quel paradosso infuocato che è la persona di Gesù. «Almeno tu fossi caldo o freddo! Ma sei tiepido, e io ti vomito» (cfr. Ap 3, 15-16). Almeno la tua persona suscitasse odio, persecuzione, fastidio – oppure gioia, stupore, richiamo alla fede! Ma la tua persona non suscita nulla, non rimanda a nessuno, non è indizio di nessun mistero.

Quanti cristiani, quanti consacrati, quanti sacerdoti hanno tenuto vivo in sé il paradosso di Gesù? Significativa a questo proposito la testimonianza di uno dei giovani del gruppo che Karol Wojtyla, giovane sacerdote, accompagnava: «Don Karol era diverso da quei sacerdoti che fanno di tutto per essere uguali ai giovani. Eravamo noi che volevamo essere uguali a lui». Don Karol era riconoscibile, perché mostrava un cuore pienamente umano, amante del bello, dell’arte, della natura, capace di relazioni profonde, di empatia, di gioia e di tristezza. Ma al tempo stesso, era diverso, e quella diversità si faceva pungolo, stimolo, fascino.

Chi è indizio, chi porta il paradosso di Gesù, è pietra di inciampo, scandalo (quella la reazione della gente di Nazareth!), ma anche segno vivente di grande libertà, richiamo ad altro, al Mistero che vive in lui. Una persona così è una finestra spalancata verso l’Assoluto, promessa di vita e umanità piena. Chi lo incontra pensa: “Oh, se fossi anche io come lui!”

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Questa meditazione è stata scritta originariamente come un testo interno alle AVI, ma con il permesso di Sabina ho pensato di diffonderla, perché mi sembra particolarmente bella e dotata di un respiro universale.

Se qualcuno vuole conoscere le AVI qui c’è il loro sito:
http://www.apostolevitainteriore.it/Apostole/index.html

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3 commenti

Archiviato in Sabina Nicolini, Spiritualità, Teologia

3 risposte a “Normali e strani

  1. Hai fatto benissimo, don Fabio, è davvero un’articolo attuale e ricco! Grazie e così ho conosciuto una realtà come le AVI, non ne avevo mai sentito parlare.

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    • Le AVI sono un ordine nuovo, ancora in via di approvazione.
      Mi sento legatissimo a loro, sia per motivi di amicizia sia perché ne apprezzo moltissimo il carisma e anche se sono troppo vecchio per farne parte (esiste anche un ramo maschile) mi onoro di collaborare spesso con loro.

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  2. Pingback: Il Gesù della porta accanto | La fontana del villaggio

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