Datevi la pace

sanpietroepaolo

Credo che uno dei motivi per cui il Messale cosiddetto “di Paolo VI”, quello cioè che usiamo attualmente nella celebrazione della Messa, risulti così incapace di generare emozioni sia anche una traduzione tanto sciatta da risultare superficiale. Il che in un messale che dovrebbe nascere per facilitare l’uso della lingua “volgare” nella liturgia è una mancanza gravissima.

Un esempio lampante di questo pressapochismo è nel gesto cosiddetto dello “scambio di pace”.

In sé il rito sarebbe bellissimo ed estremamente significativo, ma il modo con cui viene celebrato nella grande maggioranza delle parrocchie fa quasi gridare allo scandalo, tanto è privo di spirito e ridotto ad uno sdolcinato scambio di saluti baci ed abbracci che niente hanno a che fare con la preghiera.

Non sono un liturgista e nemmeno uno storico, quindi sono ben consapevole di avventurarmi in un terreno minato, ma vorrei spendere i miei due cent di pastore per dire due parole su questo argomento e vedere se posso contribuire a far compiere un passo avanti nella comprensione e nella pratica della nostra celebrazione.

Il rito è mutuato dalla liturgia ambrosiana, dove però è posto all’inizio della liturgia eucaristica, prima dell’offertorio, ed ha la funzione di ricordare quella frase del Vangelo che dice: “vai prima a riconciliarti con il tuo fratello”.

In quella posizione sottolinea come solo una comunità riconciliata può celebrare l’Eucaristia ed è un richiamo forte e vigoroso che andrebbe preso molto sul serio, come un ammonimento a non “mangiare la propria condanna”, cioè a non accostarsi all’altare se non si è in comunione con la Chiesa.

Nel rituale romano, invece, è stato spostato dopo il Padre Nostro, prima dell’invito alla Cena dell’Agnello che dà inizio alla distribuzione del pane eucaristico. In quella posizione mantiene ancora il significato ambrosiano, ma lo arricchisce di un significativo sviluppo.

Nel rito romano infatti prima dell’invito del diacono “scambiatevi un gesto di pace” c’è una bellissima preghiera: Domine Iesu Christe, qui dixisti Apostolis tuis: Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis: ne respicias peccata nostra, sed fidem Ecclesiae tuae, eamque secundum voluntatem tuam pacificare et coadunare digneris. (Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi Apostoli: vi lascio la pace, vi dò la mia pace: non tener conto dei nostri peccati, ma guarda alla fede della tua Chiesa e degnati secondo la tua volontà di ricolmarla di pace e riunirla insieme) Che si conclude con la formula Pax Domini sit semper vobiscum. (La pace del Signore sia sempre con voi)

Si comprende molto bene a questo punto il senso del gesto: non è solo un gesto orizzontale, cioè lo spontaneo avvicinamento reciproco dei fedeli che celebrano la loro amicizia e la loro unità, ma c’è invece un doppio movimento, che parte innanzitutto da Dio ed è quindi prima verticale che orizzontale: solo dopo che abbiamo ricevuto la pace da Dio possiamo scambiarci la pace tra noi!

Proprio per questo l’orazione sottolinea la differenza tra la pace che viene da Gesù e quella che viene dal mondo, riprendendo il testo evangelico di Gv. 14,27 piuttosto che quello di Mt. 5,23-24 che invece è quello alla base del rito ambrosiano.

Come potrei dare la pace ad un altro, io che in me stesso sono tutto fuor che un uomo pacificato?

Vivono in me mille tensioni, mille contraddizioni: sono santo e peccatore, giusto e maledetto, vivo e morto ad un tempo, come potrei avere la presunzione di essere per qualcuno la pace?

Già, perché la pace è tutto fuori che un vago sentimento di bontà, la pace è scelte coraggiose, è lotta, è radicalità e integrità di vita e richiede uomini e donne che si facciano casa e porto sicuro per gli altri, come l’albero in cui si muta il granellino di senape, fino ad ospitare “tutti gli uccelli del cielo”.

Insomma, per dare ad un altro la pace dovrei essere un altro uomo, dovrei essere Gesù.

Ma questo è proprio ciò che la liturgia compie per me. Dopo aver ricevuto la pace di Gesù, “non come la dà il mondo”, e quindi nello Spirito, allora sono reso capace di pace e posso a mia volta diventare un pacificatore

Allora, e solo allora, una volta che ho ricevuto la pace di Cristo, ha senso l’invito del diacono, che a quel punto diventa un comando divino: offerte vobis pacem (Datevi la pace).

Allora, e solo allora, attraverso il mio gesto può fluire lo Spirito Santo e risanare i cuori feriti e ricostruire la comunione e pacificare et coadunare la Chiesa.

Allora, e solo allora, è Dio stesso che attraverso di me pacifica il fratello a cui mi rivolgo ed in quel momento il fedele diventa, per così dire, “sacerdote della Pace”.

Rimane dunque il senso mutuato dal rito ambrosiano: la necessità cioè di ristabilire l’unità della Chiesa prima di accostarsi all’altare, ma viene arricchito di una dimensione pneumatologica, viene sottolineato con forza come il primato resta di Dio, perché la pace non è frutto della mera buona volontà, ma della nostra cooperazione alla Grazia.

Fin qui tutto bene: teologia ricchissima, parole belle e solenni, tanta storia e tradizione… e allora come si può produrre il carnevale a cui tocca a volte assistere?

Credo che molto in realtà dipenda appunto da un clamoroso errore di traduzione, la traduzione italiana dell’offerte vobis pacem suona infatti “scambiatevi un segno di pace”. Pessima scelta!

Innanzitutto l’attenzione viene indebitamente spostata dal dono della pace al suo segno, cioè al centro dell’attenzione misteriosamente non c’è più il dono di Dio, ma il gesto che compie il fedele. E poi si spezza il legame tra la pace che viene da Dio e quella che i fedeli si donano l’un l’altro.

In questo modo anziché la pace di Gesù ciò che cominciamo a scambiarci è il nostro affetto umano, proprio quella pace del mondo che volevamo evitare, ed ecco quindi, coerentemente, tutto quel fiorire di ammiccamenti, corsette, pacche sulle spalle e quant’altro che vanno benissimo in una piazza, quando si incontrano degli amici, ma decisamente stonano in una Messa.

Badate non ne faccio una questione di sobrietà, cioè non ho niente contro l’esuberanza e la vitalità che in genere a questo punto della Messa si producono. Quello che mi dà fastidio non è l’allegria, ma la mancanza di congruità del gesto con la preghiera che lo precede e con il significato che dovrebbe esprimere: siamo certi che per indicare la pace che riceviamo da Dio quei gesti siano i più adatti?

Ad esempio a me sembra assai più appropriato il “bacio santo”, gesto antichissimo, testimoniato nella liturgia cristiana già da S. Giustino nel II secolo D.C. e raffigurato nella bella icona che ho posto nel titolo.

Bacio che veniva dato (udite udite) rigorosamente sulla bocca, perché deve indicare la trasmissione del soffio, cioè dello Spirito, e in ordine gerarchico dal celebrante al diacono e poi via via ai fedeli.

Certo, molto meglio di un’asettica stretta di mano che non è mai stato un gesto liturgico e in sé richiama un sacco di cose che cristiane non sono, dalla stipula dei contratti al patto di fraternità massonico.

Meglio della stretta di mano l’abbraccio, anche se temo che sia troppo facile da ricondurre a gesti più amicali che liturgici, mentre il vantaggio del bacio santo sarebbe quello di essere ristretto proprio all’ambito della Messa (mica vado a baciare sulla bocca tutti quelli che incontro!).

Insomma non voglio dire niente di conclusivo, come ho detto non sono un addetto ai lavori, ma stimolare una riflessione, innanzitutto personale, perché al di là delle forme e delle parole usate possiamo recuperare la ricchezza di questo gesto.

4 commenti

Archiviato in Spiritualità, Teologia

4 risposte a “Datevi la pace

  1. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energie rinnovate e rinnovabilie ha commentato:
    Condivido parola per parola…

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  2. Bellissimo post Fabio, una volta feci una riflessione ai seminaristi su questo tema, usando i tuoi stessi concetti. Buon Giorno del Signore!

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  3. Chi ti scute la mano due volte, chi ti da la punta delle dita chi ti da la mano morbida, chi fa finta di non vederti anche se stai a due passi ma hai un po discusso con lei, allora che pace è più che pace sembra una umiliazione

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  4. Normalmente tratto con le pinze le rivelazioni private, ma ci sono due che descrivono esattamente che cosa sta succedendo durante la Santa Messa, con approvazione ecclesiastica. Don Fabio, tu hai messo il dito in una piaga grande, e hai fatto bene. Grazie, è prezioso questo articolo, collabora alla salvezza eterna.

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