due parole sul celibato

10369725_10152415394957937_6016279468862630324_n

La cronaca di questi giorni riferisce di una lettera scritta da ventisei donne che si definiscono coinvolte sentimentalmente con sacerdoti che si rivolgono al Papa chiedendogli di rivedere la disciplina ecclesiastica sul celibato sacerdotale.

La notizia non è nuova, è dagli anni settanta che ogni tanto si ripetono iniziative di questo genere, con toni più o meno patetici. Ma la fresca umanità e la tenerezza pastorale di Francesco sembrano accendere nuove speranze in chi auspica un cambiamento in questo senso.

Mi permetto allora di mettere anche io i miei due cent sul piatto, senza avere la pretesa di dire alcunché di conclusivo, ma solo portando la mia testimonianza di uomo che si sforza di viverlo e lo paga caro ogni giorno e purtuttavia resta convinto che sia un grande dono di Dio e non vorrebbe mai che fosse cambiato.

In linea teorica, come ogni disciplina ecclesiastica, anche quella sul celibato non è immutabile. Non è cioè una dottrina di fede, ma una prassi che si è stabilita attorno all’anno mille e già adesso del resto conosce alcune eccezioni. D’altra parte mille anni di tradizione hanno un certo peso e non si possono sicuramente buttar via a cuor leggero né sull’onda dell’emozione scatenata da questo o quel fatto di cronaca, occorre invece chiedersi cosa è più utile al Regno di Dio? Di cosa ha veramente bisogno l’uomo di oggi?

Attenzione non di cosa ha bisogno il prete. Impostare la questione in questo modo è falsarla. La vocazione sacerdotale è vocazione di servizio, il nostro è sacerdozio ministeriale, si esprime cioè interamente nel servizio alla Chiesa, la questione quindi non è cosa fa più felice il prete, ma se sia meglio per la Chiesa avere preti celibi o preti sposati.

Secondo me ci sono molte cose che dovrebbero cambiare nella vita del prete diocesano, che per molti aspetti oggi è una vita di grande solitudine, ma non credo che il celibato sia tra queste. La forma-parrocchia scaturita dal Concilio di Trento è piuttosto obsoleta ed andrebbe ripensata in maniera piuttosto radicale, anche a fronte del calo delle vocazioni, in modo soprattutto da facilitare nel clero diocesano la vita comune, così da creare delle vere comunità di vita tra i sacerdoti, ma non toccherei la disciplina del celibato che invece mi sembra essere un dono di Dio grandissimo.

Io sono felice di avere una spina nella carne che mi ricorda quotidianamente che non sono mio, che appartengo ad un Altro che ho scelto di servire con tutto me stesso, al punto di avere addirittura la presunzione di identificarmi con Lui. Sono felice di essere costretto a purificare la mia affettività da ogni desiderio di possesso, sono felice di non appartenere ad una persona sola per poter essere di tutti.

Ma voglio dire anche che so quanta fatica costa questa apertura del cuore e che proprio per questo non vorrò mai giudicare chi non ce la fa, troppe volte non sono stato all’altezza di questo dono per permettermi di condannare chiunque e se non ho mai fatto nulla di irreparabile è solo per fortuna o meglio per la Grazia di Dio e non certo per una mia virtù.

E tuttavia la Grazia deve entrare nel quadro come un elemento essenziale, non si può parlare dell’argomento senza coinvolgerla. Se si cercasse di capire il celibato solo in termini umani o lo si volesse vivere solo basandosi sulla forza di volontà sarebbe una follia.

Il celibato, come la verginità consacrata, è uno stile di vita soprannaturale, è amare come Gesù, in una perpetua e totale donazione, senza chiedere nulla in cambio per sé. Nasce dal desiderio di fondersi con Lui. Fusione che per le donne assume la forma psicologica e sentimentale delle nozze mistiche (di cui parlano tanto S. Teresa e tante altre mistiche), mentre per noi maschi ha più un carattere di identificazione.

Detto in forma più semplice e diretta: io voglio essere celibe perché voglio essere Gesù. E in questo sogno non c’è spazio per una donna. Non voglio essere semplicemente un brav’uomo, né mi accontento di essere un bravo cristiano, ma voglio proprio essere Gesù. Per questo sono entrato in seminario trentadue anni fa. Come il ragazzino che si iscrive alla scuola calcio non perché sogna di essere un bravo giocatore e magari fare tanti soldi, ma perché vuole essere Totti.

Quel sogno non si è ancora spento, anzi, cresce giorno dopo giorno. E se continua a crescere è anche perché il celibato mi aiuta a tenerlo vivo. Per questo credo che resterei celibe anche se la Chiesa togliesse l’obbligo del celibato per il clero secolare, però spero che non lo faccia, perché so che la mia volontà è fragile e la norma mi aiuta a mantenerla ferma nelle tempeste emotive che tutti attraversiamo.

Naturalmente questo non significa essere anaffettivi. Come dicevo il celibato è a servizio dell’amore, non è certo roba per tacchini surgelati! Quei preti, ne conosco anche io, che per paura non si mettono in gioco nelle relazioni, non corrono il rischio sublime dell’amicizia, mi fanno tanta pena in effetti e penso che si perdono proprio il bello del celibato che invece serve a potenziare le relazioni, non a reprimerle, a renderci capaci di una tenerezza universale.

Per questo vorrei concludere questo piccolo contributo con una pagina di Romano Guardini che medito spesso in cui appunto si parla di come Gesù viveva il suo celibato. Quello è il mio modello! E’ ciò che vorrei essere io, è ciò che chiedo ad ogni prete.

Gesù non ha paura della sessualità, non la disprezza né la combatte. Non si trova mai neppure un segno che possa indicare che abbia dovuto reprimerla a forza. Perciò potrebbe sorgere spontaneo l’interrogativo se egli sia stato insensibile, come certe persone che non conoscono né lotta né superamento, perché sono in realtà anaffettive e indifferenti. Certo no! L’essere di Gesù è pieno di profondo calore, tutto in lui vive. Tutto è sveglio e colmo di energia creativa. Con quale partecipazione si accosta alle persone! Il suo amore per loro non viene da dovere o volontà, ma si effonde di per sé. L’amore è la forza fondamentale del suo essere. (…) Ma nessuno scoprirà in questi rapporti qualcosa come un legame segreto o delle brame rimosse. Sono espressioni di una limpida e calda libertà. Quando riflettiamo su Gesù troviamo che in Lui tutto è ricco e vivo, tutte le sue energie però sono assunte dentro il cuore, sono diventate forze dell’amore, volte a Dio ed in un costante fluire verso di Lui (…) Ciò che appunto costituisce la dimensione inafferrabile della persona di Gesù sta nel fatto che la pienezza delle sue energie vada così, senza alcuna forzatura né violenza, senza distorsione, senza aggiramento malizioso verso Dio e da Dio poi vada verso l’uomo. Che tutto dunque sia così puro e trasparente. Da lui, che ha parlato così poco della sessualità, emana una forza che pacifica, purifica e domina queste potenze come nessun altro. (Romano Guardini)

 

37 commenti

Archiviato in Attualità, Vita da prete

37 risposte a “due parole sul celibato

  1. maria giovanna

    bellissimo articolo! solo una cosa:”assume la forma psicologica e sentimentale delle nozze mistiche (di cui parlano tanto S. Teresa e tante altre mistiche)” anche no! anche per una donna è desiderio di identificazione con Cristo, in Cristo e per Cristo. Non siamo delle femminucce isteriche in preda a romanticherie! facciamo anche noi una scelta volontaria accompagnata e sostenuta dalla grazia, perché non ci basta essere buone cristiane, ma vogliamo ripercorrere la vita di Cristo, essere Lui! mettetevelo ben in testa miei cari preti!

    Mi piace

    • Bhe, femminuccia isterica lo dici tu, non io… a meno che non intendi comprendere nella categoria S. Teresa, ma non credo 🙂
      In realtà la maggior parte della letteratura spirituale sul celibato ruota proprio intorno all’idea delle nozze mistiche dell’anima con Cristo, tanto che io, sentendomi maschio, per un sacco di tempo ho faticato ad appropiarmene e a sentirla mia.
      Quanto all’identificazione con Cristo quella riguarda in una certa misura ogni cristiano, in quanto tutti siamo chiamati all’imitazione di Cristo, ma noi preti di più, perché nellordinazione abbiamo ricevuto il dono/responsabilità di agire “in persona Christi” nella celebrazione dei Sacramenti, che porta con se la tensione a non solo agire, ma anche vivere in persona Christi, come si evince dalla promessa che facciamo nell’ordinazione stessa di conformare tutta la nostra vita ai misteri che celebriamo.
      E’ più chiaro così?

      Mi piace

      • penso che le nozze mistiche dell’anima con Cristo non hanno niente a che vedere con il fatto se si è maschi o femmine. E’ l’unione di due cuori e i cuori non hanno sesso. Vivere come Cristo, sentirsi Cristo è una grande responsabilità….Padre Pio si era talmente immedesimato nel Cristo da ricevere le stimmate che lui all’inizio rifiutò proprio perchè non si sentiva degno di essere come Cristo, perchè in effetti può essere inteso anche come atto di presunzione essere Cristo…infatti penso che un sacerdote può imitare il Cristo, ma poi a decidere se è diventato davvero come Gesù lo decide solo Dio mandando segni tipo le stimmate o altro.

        Mi piace

  2. giorni fa ho trovato sulla bacheca di una mia amica di facebook un link in cui si parlava della lettera inviata al Papa da parte di 26 donne amanti di preti e, dopo essermi chiesta come hanno fatto a conoscersi queste donne sparse per tutta Italia e quindi pensare che sia una cavolata quest’articolo, ho commentato così:”Se il prete è davvero innamorato di una donna, gli riuscirà naturale lasciare il sacerdozio, trovarsi un lavoro e sposare l’amata e continuare a servire il Signore da laico….ci sono donne che si innamorano di uomini sposati e fanno di tutto perchè costoro divorzino dalla moglie e si risposino con loro….ma molte volte questi uomini sono solo invaghiti dell’amante ma innamorati della moglie ed è bene per loro fare una scelta e non tenere il piede in due scarpe..e la stessa cosa vale per un prete..se egli si è invaghito di una donna ma è innamorato della sua vocazione sacerdotale, eviti di essere ipocrita e faccia una scelta”.

    Liked by 1 persona

  3. Salvatore Di Fazio

    Grazie per il post. Aggiungo questo link che potrebbe tornare utile:
    http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_24061967_sacerdotalis_en.html

    Una domanda, la vita del diocesano la vedrebbe vissuta oggi piu’ come una vita religiosa?

    Mi piace

    • E’ una domanda interessante.
      Quello che posso dire è che storicamente tutte le riforme del clero sono passate attraverso riforme della vita comune. La vita comune tra l’altro è essenziale proprio per lo stesso celibato che, già difficile di per se, diventa eroico nella condizione di solitudine in cui la stragrande maggioranza dei preti diocesani vivono, specialmente perché non essendo eremiti non sono chiamati a viverla quella solitudine.
      Per il resto non mi azzardo a proporre io una soluzione, io sono un soldatino al fronte, non un generale al tavolo di comando, e non è mio compito pensare strategie, non ho il quadro generale.
      Certo che senza l’amicizia con tanti religiosi e religiose che nutrono la mia spiritualità (dai monaci Cistercensi alle Apostole della Vita Interiore) mi sarebbe molto più difficile vivere la mia vocazione

      Mi piace

      • Salvatore Di Fazio

        Sinceramente a me fa paura, pur cosciente della Grazia, vivere la castità da solo. Per questo la vita religiosa fa più al mio caso. Grazie per la condivisione

        Mi piace

  4. giuliana75

    Grazie grazie grazie. Soprattutto per essere andato oltre le banalità dei giornaletti vari che danno spazio alla bufala inacidita delle 26 donne amanti. Mi chiedevo, ma avranno costituito una associazione? Un gruppo fb? O per caso sono tutte innamorate dello stesso prete?!
    Invece qui abbiamo un bellissimo post che ci rinfresca la memoria sul nocciolo della questione. Cosa sia il celibato, se sia un dono o un di meno.

    Mi piace

  5. Belle parole Caro Don Fabio… ricche di senso e di significato.

    Mi permetto di dire che anche l’uomo sposato deve in qualche modo trovare un sua dimensione di… “celibato”.

    Lo ritrovo molto in questo tuo concetto: “Io sono felice di avere una spina nella carne che mi ricorda quotidianamente che non sono mio, che appartengo ad un Altro che ho scelto di servire con tutto me stesso, al punto di avere addirittura la presunzione di identificarmi con Lui. Sono felice di essere costretto a purificare la mia affettività da ogni desiderio di possesso, sono felice di non appartenere ad una persona sola per poter essere di tutti.”

    In fondo io non sono mio, sono anch’io come Cristiano pur sposato, primariamente di Dio. Sono io non-mio, perché appartengo alla mia Sposa come Lei a me.
    Io come te, devo tendere ad essere Cristo e, come lui ha amato la sua Chiesa, io amare la mia Sposa.
    Devo “costringermi” a purificare la mia affettività da ogni desiderio, per andare sempre incontro all’altro, ma soprattutto all’altra come ad una sorella, ad un’altra persona, per non trovarmi a “desiderarla”, ma ad amarla come persona, quindi slegato da ogni valenza di ordine sessuale.

    Di questo esercizio, beneficia anche il rapporto con la propria Sposa, perché anche lei ci si può trovare a desiderare in una dinamica che appartiene più all’Eros che all’Agape, sino a snaturare il rapporto stesso.

    Insomma, quanto hai scritto, vale la pena applicarlo un po’ a se stessi, indipendentemente dal proprio “stato”…

    Poi, al di là delle belle intenzioni, ognuno sa di sé e conosce le proprie debolezza, per cui, nel caso, SANTA PRUDENZA e… meglio evitare, che fidarsi delle proprie forze 😉

    A buon intenditor…

    Mi piace

  6. Scusate il “grassetto” che doveva limitarsi alla parola “altra” 😐

    Mi piace

  7. Patrizia

    Bellissimo post (che mi ha rimandato di rimbalzo agli altri) che ho letto con piacere. Mi ha aiutato a cogliere aspetti che non avevo mai considerato e mi trovo d’accordo con tutto.
    Vorrei aggiungere solo una cosa, forse se ne parlava in altro post, non so, ne ho letti tipo cinque di fila: non solo tanti sacerdoti sono in imbarazzo ad avere amicizie femminili, ma spesso si allontanano anche dai bambini e dai ragazzi per non essere additati e penso che questo sia una perdita grave. Per esperienza personale ne ho visti che fanno andare avanti “gli educatori” o i seminaristi e non provano nemmeno a mettersi in gioco (con i bambini) e ascoltare e discutere (con i giovani) con soggetti che pure fanno parte della loro parrocchia. Capita poi che vogliano riprenderli più tardi, quando sono già adulti, per riavvicinarli, ma è difficile che si fidino se non ti sei mai fatto vivo, se non hai fatto loro da guida negli anni dell’infanzia/adolescenza e gli oratori si svuotano. Non so se questo è un vissuto solo mio o qualcun altro ha conosciuto realtà simili.

    Spendo solo due parole sulle donne della lettera. Ammettiamo che si siano conosciute (il gruppo su facebook si chiamerà “io sto con un prete”?). Ammettiamo che non sia tutto nella loro testa, visto che ci sono anche persone di questo genere. La domanda è: perchè io, in partenza, devo andare a “dare fastidio” a qualcuno che è già impegnato? Non concepisco proprio l’idea di voler stare per forza con uno che ha già preso un impegno con qualcun altro, che sia un prete o una persona sposata, tengo proprio così tanto a farmi del male? Ma probabilmente sono inesperta delle “cose del mondo”…

    Mi piace

    • @Patrizia, mi permetto di citare un mio commento su altro blog (Costanza Miriano) alla questione donne innamorate di preti partendo da un virgolettato della lettera in oggetto (vera o presunta…) e riallacciandomi alla tua conclusione.

      “…ma forse ben poco si conosce della devastante sofferenza a cui è soggetta una donna che vive con un prete la forte esperienza dell’innamoramento. Vogliamo, con umiltà, porre ai tuoi piedi la nostra sofferenza affinché qualcosa possa cambiare non solo per noi, ma per il bene di tutta la Chiesa”.

      Prendo per vero questo virgolettato, giusto per farne il punto di partenza per un breve commento…

      Se questa “forte esperienza dell’innamoramento (che sia forte non ne qualifica la bontà) viene vissuta traducendola in atti e atteggiamenti che sono gli stessi di chi vive questa esperienza con la mentalità del mondo, la “devastante sofferenza”, le donne in questione (e ahimè anche i preti coinvolti) se la sono decisamente auto-inflitta, non credo glielo abbia “ordinato il medico” – come si usa dire in linguaggio spiccio – né, mi auguro, possono credere di star compiendo la Volontà di Dio.

      Insomma, una sofferenza che viene dal peccato e la “retribuzione” che dallo stesso viene.

      Si cade poi – come succede a tanti di noi anche per cose apparentemente buone – nel trasformare la propria particolarissima esperienza, visione o sofferenza, in qualcosa che trovando un personale beneficio (è da vedere poi se lo sia realmente), diverrebbe un “bene di tutta la Chiesa”… 😐

      Ora, se questa “sofferenza” è invece vissuta offrendola a Dio, vagliando questo sentimento reciproco in tutti i modi possibili, imponendosi la non-frequentazione e – ovviamente – sempre nella castità assoluta, qualora questo sentimento, che in prima analisi dovrebbe essere sempre considerato una tentazione, non mutasse e perdurasse, certo si potrebbe cercare una strada sottoposta al consiglio e al discernimento dei superiori preposti (credo…). Strada che potrebbe però portare solo all’abbandono “della veste” da parte del religioso/sa, non certo all’accrocchio (o come lo si voglia definite) di religioso/sa cattolico/a sposato o peggio “convivente”.

      Nell’un caso o nell’altro, non vedo cosa dovrebbe mutare nella prassi e nella Tradizione della Chiesa o il motivo di rivolgersi al Santo Padre, se non per implorare (in un caso o nell’altro) le sue preghiere.

      Mi piace

  8. Noto con molto piacere che il desiderio di perfezione e la radicalità che devono necessariamente accompagnare la scelta celibataria sono comuni anche a molte persone sposate. Del resto non avevo dubbi in proposito.
    Voglio quindi precisare un po’ meglio quanto ho detto e lo faccio copincollando un commento che ho scritto su FB (scusate ma il tempo è tiranno).
    E’ vero, tutti i cristiani sono chiamati, ciascuno secondo il suo stato di vita, all’imitazione di Cristo, questa è la regola fondamentale, anzi l’unica regola del Cristianesimo. Era proprio il Vangelo di Domenica a dirlo (Io sono la Via, la Verità e la Vita, ricordate?).
    Ma il prete lo è in un modo diverso e tutto particolare.
    Il carachter ricevuto nell’ordinazione (cioè l’impronta indelebile posta in lui dallo Spirito Santo, che ne ha modificato la stessa natura antropologica… mica il carattere in senso psicologico) ne ha fatto uno che nella celebrazione dei sacramenti agisce “in persona Christi”, cioè che, letteralmente, è Lui.
    Questo condiziona inevitabilmente tutta la spiritualità sacerdotale, che a quel punto non si accontenterà più di impersonare saltuariamente Gesù nella confessione o nell’Eucaristia, ma vorrà VIVERE in persona Christi, ogni giorno della vita. Come del resto promettiamo il giorno della nostra ordinazione, quando promettiamo di conformare tutta la nostra vita ai misteri che celebriamo.
    Lo so che esistono anche preti uxorati, ma infatti confesso candidamente che fatico a capirli, nel senso che davvero mi chiedo come facciano a vivere una spiritualità sacerdotale. Non è solo una questione di avere a disposizione più tempo per il ministero (perché allora non si capirebbe nemmeno perché i medici, per dire, si sposano), ma è proprio una questione che va a toccare lo status antropologico… celebrare l’Eucaristia, sedersi al posto di Gesù ti cambia dentro, ti cambia così tanto che proprio non lo puoi descrivere

    Mi piace

  9. martina

    Grazie per questa bellissima pagina!

    Mi piace

    • martina

      Non riesco ad immaginare un sacerdote con moglie e figli, alle prese con i problemi quotidiani di una famiglia, proprio perché non riesco a vedere Gesù in questo ruolo!

      Mi piace

  10. 61angeloextralarge

    Arrivo tardi e me ne dispiace perché questo post e alcuni commenti sono veramente interessanti. Condivido ciò che hai scritto, carissimo Don Fabio. Nella tua freschezza hai usato le parole giuste per questo delicato argomento.
    Mi viene in mente che ho conosciuto anni addietro, almeno due casi di matrimonio tra una parrocchiana ed un sacerdote. La cosa che più mi dava fastidio era sapere che entrambe le parrocchiane si erano appiccicate come una ventosa al sacerdote. L’altra cosa che mi da fastidio ancora è vedere come uno dei due ex sacerdoti sia una persona acida, attaccabrighe con tutti, arrogante e prevaricatore. Mi vine da pensare sempre che voglia scaricare sugli altri quelle colpe che sa di avere ma non ammetterà mai, a meno che non scenda una bomba d’acqua spirituale sul suo capo.

    Mi piace

  11. Bess

    Anche io non riuscivo ad immaginare un sacerdote sposato con moglie e figli, finchè non ho conosciuto un sacerdote ortodosso e la sua famiglia. All’inizio mi sembrava veramente strano, però sono una bellissima famiglia, essere moglie di un sacerdote deve essere una chiamata particolare e comunque si sposano prima dell’ordinazione.
    Dio stesso dice “non è bene che l’uomo sia solo” secondo me una donna può fare molto per un sacerdote con la sua “sorellanza”, maternità, amicizia, sostegno morale, però se “porta via” al sacerdote il sacerdozio che amore è?

    Liked by 1 persona

  12. Anche io sono convintissimo che le donne possano fare molto per i sacerdoti. Ho ricevuto moltissimo da diverse donne che ho conosciiuto nella mia vita sacerdotale e sono profondamente convinto che, come diceva Giovanni Paolo II, una serena ed equilibrata amicizia femminile sia il miglior aiuto per vivere il celibato

    Mi piace

  13. Bess

    Nella mia vita ho avuto la Grazia, perchè tale la considero, di incontrare due sacerdoti che per me sono stati importantissimi, per la mia vita, per la mia crescita.Tutto questo bene che ho ricevuto vorrei e cerco di renderlo, perchè il sacerdozio è così “speciale” che solo Gesù poteva inventarlo.

    Mi piace

  14. Pingback: Meglio celibi | Milocca - Milena Libera

  15. Bess

    Spero non abbia interpretato e frainteso il mio commento che è stato pubblicato e poi tolto. Grazie lo stesso

    Mi piace

  16. Bess

    Grazie, è stato molto gentile, non per l’importanza del commento in sè, avevo paura di avere scritto qualcosa di sconveniente o fraintendibile. Buona giornata e buona domenica

    Mi piace

  17. Antonio Mussi

    Grazie per questa tua testimonianza osì ricca e profondamente umana. Puoi indicarmi l’opera di Romano Guardini in cui si trova il passaggio citato. Grazie. Ho avuto la fortuna di incontarti traite ‘ALETEIA’. Dalla Costa d’Avorio…

    Mi piace

  18. Giampiero Cardillo

    Ieri sera ho rivisto su Rai 5 la “fiction” alcuni brani di vita di Paolo VI.
    In una scena riceve un prete, destabilizzato dal ’68 e, dice il prete,dalla “Populorum progressio”, il quale, oltre a partecipare alla lotta politica “de sinistra”, voleva anche sposare la sua amante. Nel film il Papa si fa duro e lo caccia fuori dalle sacre stanze, rimproverandogli il grave, multiplo, tradimento del suo giuramento, mascherato vigliaccamente da sballate sociologie anti-cristiane. Proprio quelle che avrebbe dovuto combattere.
    Sarà pur vero che il popolo di Dio è sempre “puro e duro” con gli “altri” e con i preti in particolare, ma è anche certamente vero che il popolo di Dio e non da oggi e non solo in questi secoli moderni, è molto confuso da una realtà educativa ostile a Cristo, che ha sconfitto sul piano mediatico una debole Chiesa post- post-conciliare, la quale sembra aver perso la capacità di indicare, ogni giorno, il centro di gravità permanente “culturale” immutabile che la sostiene da duemila anni: ” la Chiesa speranza che non finisce”, come diceva Papa Benedetto ai preti della diocesi di Albano nel 2006. Un prete cui viene tolto, o messo in ridicolo, o in discussione, tutto ciò che lo rende “diverso”, unico e sacro agli occhi del popolo, assomiglia alla mistificazione di voler fare di S. Francesco un ex play-boy convertito all’ambientalismo e al pacifismo ( ibidem, Papa Benedetto).
    Non sono i preti i soli confusi, è il popolo di Dio che sembra non avere armi sufficienti per arginare nella propria mente gli insulti di un neo-paganesimo incolto, tendente all’ateismo materialista, alla speranza che muore di continuo, alla delusione cronica globale. I preti assieme al popolo sono la Chiesa. Le responsabilità dei disastri nella Chiesa sono proporzionali ai talenti dati dal Signore a ciascuno. Ai preti, si suppone, ne sono stati donati di più. Ma non proprio tutti i talenti. “La Chiesa vive e vivrà nonostante tante sofferenze e fallimenti” aggiunse il Papa. E io, modestamente, aggiungo ” vivrà anche in forza di tante sofferenze e fallimenti”, se i preti, sempre fedeli o anche fedeli a corrente alternata, nei loro momenti migliori non si faranno sfuggire l’occasione di chiarire al popolo come stanno le cose e indicare di continuo, con la propria vita vissuta, quel centro di gravità permanente che consente alla Chiesa, popolo e preti, di rimanere più o meno sempre al centro della Via indicata da Cristo, senza perdere l’equilibrio e senza vagare, barcollando, lungo sentieri laterali che portano inevitabilmente alla morte. Dove non c’è vita c’è morte. Dove non c’è verità c’è menzogna. E non solo tra preti. Già, perché dietro queste didattiche discussioni, che questo sito offre, ognuno di noi si confronta con quanto sa, è, e rappresenta socialmente come cristiano, su quella Via, Vero e unico percorso di Vita.
    Grazie don Fabio, perché sai spesso cogliere queste occasioni di educazione e formazione cristiana, rappresentando i pensieri con la tua vita vissuta, difficile per tua adesione alla scelta di Dio.
    Ci fai vivere, anche in forma informatica, una specie di esercizi spirituali permanenti.
    Una occasione per conoscere, certo, ma anche per conoscerci e valutarci come cristiani autentici, che, più che giudicare e consigliare, debbono interrogarsi su quanto sanno in genere e delle “cose” di Dio, e su quanto fanno in concreto, senza contraddizioni, nelle loro vite.
    Più si sa più si sente l’esigenza di confessare le proprie debolezze.
    Più si sa, più si è.
    Uomini, donne e preti cristiani.

    Mi piace

  19. Grazie per queste testimonianze….a parte il sapere che i sacerdoti non possono sposarsi, vorrei chiedere gentilmente se anche i diaconi non possono sposarsi . Grazie

    Mi piace

    • Don Fabio è sicuramente più addentro, ma per quel che so il Diacono permanente può tranquillamente essere un uomo sposato (direi lo siano la maggioranza), come può essere un Diacono che fa voto di celibato, quindi per sua propria scelta, che corrisponde ad una precisa chiamata del Signore, non è e ha precisa intenzione di non sposarsi.

      Vi è poi il diaconato di chi è in cammino per il presbiterato, perché prima di divenire Sacerdoti, si diviene Diaconi.
      Anche qui va da sé che più che “possono o non possono” è la precisa scelta a seguire un precisa vocazione. 🙂

      Mi piace

    • Diciamo che il diaconato, primo grado del sacerdozio, non dimenichiamolo, fissa in modo definitivo lo stato di vita. Quindi se se sei celibe non ti puoi più sposare, se sei sposato resti tale. Tanto è vero che se il diacono sposato resta vedovo non può poi risposarsi.
      Questo è vero anche nella tradizione orientale, che infatti non è proprio corretto dire che permette ai preti di sposarsi, quanto più esattamente che ammette al sacerdozio anche uomini sposati.

      Mi piace

      • Ecco c’è sempre da imparare… non sapevo che il Diacono che resta vedovo non potesse risposarsi.

        Nella Tradizione Orientale poi (correggimi se sbaglio), chi accede al sacerdozio da sposato, non può comunque “assurgere” al titolo di “Archimandrita” (Superiore di un Monastero o di una Congregazione).

        Mi piace

  20. Johnd592

    Im thankful for the post. Great. dggfekceadkk

    Mi piace

  21. Nel bel libretto “I baci non dati”, padre Ermes Ronchi che rinunciare ad avere una donna significa amarne cento senza possederle. E credo proprio che San Bernardo sarebbe stato d’accordo con lui:
    http://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/2012/01/05/le-lettere-di-bernardo-a-ermengarda-quando-la-carita-governa-il-mondo/

    Liked by 1 persona

  22. sonjab.

    bell’articolo. In effetti, vorrei dire semplicemente che la solitudine è una dimensione anche fin troppo ordinaria specie nelle metropoli,e che non ci si sposa per ovviare a questo “vuoto”. Dal mio punto di vista constato amaramente che c’è una totale indifferenza al valore dell’amicizia e che si scambia l’empatia o la tenerezza con l’amore sponsale che è invece “altro” e che anch’esso richiede sacrificio e di sopportare silenzi anche lunghi di solitudine. Non sono sposata ma ho l’esempio reale, concreto e illuminante dei miei genitori come pietra di paragone. L’amicizia non ha le forme dell’amore. Perché non ne scrive un articolo su questo?ne sarei davvero contenta! grazie per il bell’articolo, l’ho letto molto volentieri!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...