Il torto di Dio (un paradosso)

Sinceramente non conoscevo Faletti, ho letto solo un suo romanzo, Io uccido, molto bello comunque. Ma saltellando qua e la tra i vari necrologi mi sono imbattuto in una sua bellissima poesia/preghiera, tratta da una canzone (musicalmente mediocre peraltro).

Eccola:

Benedetto tu sia per quel ciuffo di pelo nero
Che se l’hai fatto tu non è cosa brutta davvero
E per le storie eterne dei cartoni animati
Per quei pazzi o quei saggi che li han disegnati
E per quel che si mangia si respira e si beve
Per il disegno allegro della pipì sulla neve
E per le cose tonde e per le cose quadre
Per le carezze di mio padre e di mia madre
Per il futuro da leggere invano girando i tarocchi
Per le linee della mano diventate rughe sotto gli occhi
Perché tutto è sbagliato ed è così perfetto
Per ciò che vinco e ciò che perdo se scommetto
Tu sia benedetto.


Benedetto tu sia
Per avermi fatto e messo al mondo
E per quel che ho detto prima ti perdono
Di non avermi fatto alto e biondo
Ma così stupido e così vero
Con l’eterna paura dell’uomo nero
E del viso bianco come calce
Di quella sua signora con la falce
Che come tutti prima o poi mi aspetto
E per cui altri ti han benedetto
Ma io no
Mi dispiace ma sono solo un uomo e non ne son capace
Ma c’è una cosa che ti chiedo ed è un favore
In cambio del bisogno del dottore
Mentre decidi ogni premio e ogni castigo
Mentre decidi se son buono o son cattivo
Fa che la morte mi trovi vivo
E se questo avverrà io ti prometto
Che mille e mille volte ti avrò benedetto
E se per caso non ci sei come non detto
.

Questi versi mi han fatto pensare, mi son sorpreso a chiedermi: “E se Dio non ci fosse?”.

Non vi stupite, ad ogni uomo di fede capita ogni tanto di aver pensieri così, altrimenti la fede sarebbe ideologia e noi non saremmo più uomini, ma macchine.

Ecco, se Dio non ci fosse, se in punto di morte qualcuno con perfetta evidenza mi dimostrasse che ho sbagliato a puntar tutto su questa ipotesi, che tutta intera la mia vita è stata una scommessa perduta, non avrei alcun astio né malanimo, nessun rimpianto, no.

Al contrario, penserei che ho vissuto una vita bellissima e piena di senso, che ho amato ogni singolo istante ed ogni cuore che ho incontrato, che esistere è un’avventura bellissima in ogni sua piega, che tutti gli attimi di dolore e le sconfitte e i no ricevuti mi hanno fatto più vivo, più forte, più capace di amare e godere.

Penserei che il mondo è un capolavoro sorprendente e viverci dentro un privilegio incommensurabile, che se Dio non c’è il torto non è mio nell’aver pensato che esistesse, ma Suo nel non esistere.

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2 commenti

Archiviato in Attualità, Poesia

2 risposte a “Il torto di Dio (un paradosso)

  1. Il dubbio è Dio è stato scritto…
    Come anche è stato detto che tutto sommato vivere cose se Dio esistesse anche qualora non fosse è sempre conveniente (e così la penso anch’io guardando a com’era la mia vita vivendo senza Dio – senza coscienza che esiste – e come è ora, avendolo – a torto o a ragione – come Padre).

    Ma questa poesia di Faletti, mi piace moltissimo…
    Umana, vera, dissacrante forse, ma sincera. Sincera anche nel suo porsi la domanda assoluta, la domanda troppo volte taciuta, la domanda che sopraggiunge al sopraggiungere dell’unica certezza “certa” (che preferiamo considerare procrastinabile)… la Morte.

    Chiedere che la “morte ci trovi vivi”, non è un semplice gioco di parole, non è un artificio letterario, una “licenza poetica”… è realmente un privilegio, un dono. E’ anche un segno di coraggio (riconosciamolo questo coraggio umano, talvolta sganciato dal divino…).
    Troppo spesso la Morte ci trova “già morti”, già arresi, sconfitti… così che quel “annuncio di morte”, che può essere una malattia (ma anche altro… dipenda da cosa è capace di ucciderci), ci fa vivere in una stato di pre-morte che già ci corrode e dà inizio alla naturale, inevitabile decomposizione del nostro vivere materiale, non quello connaturale al nostro invecchiamento, ma quello che, ahimè… “puzza di cadavere”.

    Nulla posso sapere della fede di quest’uomo, né mi interessa giudicarla (ho troppo da preoccuparmi per la mia), ma il suo bel dubbio, che non è negazione, ma apertura, speranza, preghiera in fondo, mi fa per lui sperare che la morte l’abbia colto vivo, con gli occhi aperti sulla scommessa che è il futuro eterno. Con la fedeltà alla promessa espressa: “Che mille e mille volte ti avrò benedetto” che il Signore della Vita e della Morte non mancherà di ricambiare.

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  2. Mannaggia la deformazione professionale che ti fa sempre chiedere “chi l’ha detto?”.
    «L’importante è che la morte ci trovi vivi» io l’avrei attribuita a Tiziano Sclavi (di quando lavorava al Corriere dei Ragazzi) e invece ho appena scoperto che è di Marcello Marchesi
    http://www.tempi.it/marcello-marchesi-centanni-fa-nasceva-il-grande-umorista-di-carosello
    Se ne impara sempre qualcuna nuova 🙂

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