Noi discutiamo (Ancora sul Sinodo)

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Si, noi discutiamo, parliamo, conversiamo, ci confrontiamo, litighiamo perfino. Si fa in ogni famiglia, si fa quando ci si vuole bene, quando si sa che ci si può dire le cose in faccia senza paura di arrivare per questo ad una rottura, ché ciò che divide non è la franchezza della discussione, ma la pugnalata alle spalle, l’inganno, la slealtà.

Ogni tanto ci stanno anche quelli per carità; siamo peccatori costretti a fare un lavoro da santi noi, nani che devono indossare vestiti di giganti. E così mica siamo sempre all’altezza di ciò che dovremmo essere… qualche caduta di stile, qualche colpo basso sono inevitabili, ma, alla fine dei giochi, tutti, ma proprio tutti, sappiamo che l’unità è il valore più importante.

E’ il mondo che non sa più discutere, sarà per questo che, come dice Chesterton, non si fa altro che litigare. Perché se viene meno la certezza di una verità oggettiva e superiore, indipendente da me e te e da cercare insieme, ciò che rimane è solo lo scontro frontale, la lotta al coltello per far prevalere un’idea sull’altra. E’ stato detto che il monoteismo è il padre del totalitarismo, è vero esattamente il contrario: se non c’è una verità oggettiva discutere è solo una perdita di tempo, si va alla conta dei voti e chi è più forte vince…

Il fatto è che il mondo ormai conosce solo lotte di potere, e infatti nessuno discute più.

Non si discute più nei parlamenti (e c’è chi propone perfino di abolirli), che se non ci si parla più bisognerebbe chiamarli zittimenti; non si discute più nei consigli di amministrazione, nelle case, negli uffici… manco più alle panchine nel parco. Le sedi di partito sono diventati desolanti scuole di ballo latino, i talk-show sono ormai shout-show e i circoli culturali sono ridotti a triangoli visto il numero dei partecipanti.

Che paradosso che l’unico luogo dove ancora si possa fare una discussione franca e accesa sia proprio la Chiesa Cattolica, che per definizione è una comunione gerarchica, dove il capo è addirittura scelto da Dio e non da un qualsiasi collegio umano. Che paradosso che, proprio perché protetti da un’immutabile dottrina, i Padri Conciliari abbiano potuto confrontare in tutta franchezza tesi anche molto distanti. Ditemi voi quale partito, quale sindacato, quale associazione umana ha al suo interno un dibattito ampio e variegato come la Chiesa Cattolica!

Che tristezza invece lo spettacolo offerto in questa circostanza dal popolo di Dio!

Mi veniva in mente in questi giorni il Concilio di Efeso in cui si discuteva di Maria e del titolo di “Madre di Dio”. In quei giorni, riferisce, mi pare, Cirillo, “si discuteva di teologia perfino nelle taverne” e non di rado le discussioni, forse con l’aiuto del vino, terminavano in sonore scazzottate (quando non uscivano i coltelli). Certo, è bello che ci sia tanta passione, dice di una fede che ancora è viva, che incide nella carne della gente, altrimenti sarebbe stato assai facile commentare, come faceva uno, ma uno solo, sulla mia bacheca di Facebook con un sonoro “macchissenefrega”. Però questa passione può diventare distruttiva e deve essere governata.

Già, perché per essere davvero cattolica, cioè, letteralmente, “secondo il tutto”, una discussione deve rispettare alcune regole. Ne menziono due: è necessario avere un “pregiudizio positivo” verso l’interlocutore, e bisogna discutere con cortesia.

Bisogna avere un pregiudizio positivo, bisogna cioè sempre presumere la buona fede. Se si discute tra credenti non posso mettere in dubbio il fatto che l’altro, come me, sia animato da sentimenti di fede e da Carità Pastorale. In particolare, accusarlo di avere una sorta di agenda segreta per destabilizzare la Chiesa è una cosa terribile, perché mira non al confronto delle idee, per far emergere la verità, ma ad eccitare i propri sostenitori, come se si fosse allo stadio. Non serve all’unità, ma alla conta dei voti, non cerca la verità, ma il potere.

La seconda regola fondamentale per una discussione Katà Holos (= secondo il tutto, da cui appunto, cattolico) è la cortesia. Cortesia significa correttezza, significa non cercare di prevalere con colpi bassi, manovre di corridoio, slealtà dialettiche, ma avere un confronto sereno e sincero, anche duro se necessario, ma corretto, non usare mai le armi del mondo nella discussione, non tramutare la ricerca della Verità in una questione politica o ideologica.

Appartiene all’area semantica della discussione il linguaggio della lotta, “polemica” viene da polemòs (battaglia), e si parla abitualmente di scontro, battaglia culturale eccetera… nulla di male, purché si ricordi sempre che “aver ragione” significa “aver conosciuto la Verità e sottomettersi ad essa”, e non “aver vinto in una discussione”, altrimenti nessuno più vince e la Verità è lontanissima.

Perché lei, la Verità, rifiuta di essere usata come una clava e fugge via rapida da coloro che la brandiscono contro il prossimo. La verità non è mai “contro”.

I Vescovi hanno discusso serenamente, conoscendo ed applicando queste regole. Ed infatti mentre taluni prevedevano una divisione, si è parlato addirittura di scisma, chi gongolando chi temendo, nulla di tutto questo è accaduto, anzi. E’ stato chiarissimo agli occhi del mondo che non è affatto in discussione la Dottrina e che la domanda che agita il cuore della Chiesa non è “come aggirare la legge?”, ma “come consolare il cuore di tanti sofferenti?”

Nessuno, come dice il Papa, ha messo in dubbio “le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita”, si tratta però di lasciarsi interrogare dal dolore del mondo, evitando sia l’irrigidimento ostile che il buonismo distruttivo.

Complessivamente i Vescovi sono stati all’altezza del compito e il Sinodo è stato un esempio formidabile di unità nella diversità e di una vera Comunione. Purtroppo invece il popolo di Dio, spesso fomentato ad arte, è caduto in entrambi gli errori denunciati dal Papa.

Abbiamo pregato tanto per i Vescovi, e lo Spirito Santo ci ha ascoltato. Ora è il momento di pregare per i semplici Cristiani, anche perché il cammino è tutt’altro che concluso, ci aspettano ancora almeno due anni di lavoro.

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11 commenti

Archiviato in Attualità

11 risposte a “Noi discutiamo (Ancora sul Sinodo)

  1. Luca Zacchi

    L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Fabio Bartoli prendendo spunto dal Sinodo riflette sul discutere nella comunità ecclesiale.

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  2. 61angeloextralarge

    Questo post fa bene al cuore.

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  3. giuliana75

    Grazie! come sempre bellissime riflessioni.
    Dovremmo tutti essere non solo più pacati e fiduciosi nel discutere, ma anche concretamente farci domande sul dolore del mondo. Se abbiamo incontrato Cristo vuol dire che ci siamo sentiti, un giorno preciso della nostra storia, presi sul serio nelle nostre domande e nel nostro dolore. Perché ce lo dimentichiamo? e prendiamo a bastonare gli altri come se avessimo risposte pronte che esigono solo di essere fagocitate? A volte anche solo accennare questo tra noi cattolici ci fa accapigliare…

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  4. Giampiero Cardillo

    Mi sposto solamente a piedi e sui mezzi pubblici da una vita e ascolto e a volte partecipo alle pubbliche e rapide discussioni di una umanità varia e in movimento o raccolti in stazione nei pubblici locali, umanità che a volte mi somiglia e a volte no.
    Viaggio spesso per l’Italia per incontri e conferenze in grandi città e piccoli centri.
    Devo dirti, e non sorprenderò nessuno, che il popolo che incontro in queste settimane non parla del sinodo, ma di lavoro, economia, guerre, conflitti, povertà, sanità, servizi pubblici in genere, fisco, delinquenza e….calcio, nonostante o a dispetto dell’interesse mostrato dai grandi giornali e da grandi nomi talari, laici, credenti e non credenti, vicini e avversari della Chiesa di Roma, che hanno tentato di riempire occhi e orecchi sull’argomento in questi giorni.
    Ieri, poi, ho partecipato ad un funerale. Durante la Messa solo quattro o cinque persone su cinquanta, di tutte le età ed estrazione, mostravano di sapere dove si trovassero e che cosa dovessero fare in Chiesa.
    Un popolo di Dio, al di là del mio dilettantismo statistico, temo non ci sia più, se la caratteristica, sebbene non qualitativa, che distingue un popolo è anche l’essere numeroso e non un raro “resto”, delle cui qualità, non meno che di quelle dei “lontani”, vedo tu ti occupi e ti preoccupi da vero pastore d’anime. E anche questo non dovrebbe sorprendere più nessuno, neanche te, don Fabio.
    Poche e povere mie riflessioni e quesiti.
    Che abbia la ” gente ” subodorato esserci in giro una esplosione di “armi di distrazione di massa” rispetto ai temi “reali” che invece caparbiamente resistono nei discorsi comuni pubblici e privati?
    Che all’interno di ciascuna “famiglia” ci sia più di un caso che riguardi i temi trattati dal sinodo, le cui conclusioni o pause di riflessione e, men che mai, le modalità di svolgimento, così come narrate da Magister sull’Espresso, interessino più di tanto, giacché la realtà ha invaso le nostre vite, travalicato e sopravanzato la discussione in modo irreparabile? Quale possa essere il “valore” per la Chiesa universale nella pratica omosessuale diffusa quando fosse “accolta” se non proprio accettata, che la Relatio post disceptationem di S.E. Il Cardinale Kasper ha scovato. Anche se, mi pare, si possa escludere almeno quella “ostentata e lobbistica”. Un “valore”, pur con una riserva di riflessione e giudizio( vedi n. 20), che ci dovrebbe essere anche nello sfascio familiare, nelle unioni civili, nei rapporti occasionali e nelle convivenze temporanee, che potrebbero avere come conseguenza inevitabile la deriva, già in atto nelle solite avanguardie dei Paesi protestanti, della procreazione assistita eterologa e l’affidamento o l’adozione incauta di bambini a “coppie” di fatto dello stesso sesso. Che sia un valore cui possono essere interessate indirettamente già troppe persone, oltre a quelle che compongono i radicali vincenti “circoli” del pensiero positivo, ricchi, potenti e influenti, organizzatissimi, professionisti riformatori del costume, dell’etica e della morale comune?
    Che anche all’interno della Chiesa talare e non, come è già avvenuto fuori di essa da molto, troppo tempo, la tenuta, almeno formale, della moralità privata e pubblica non sia più assicurabile secondo l’anatema paolino di 1Corinzi 6,9, nonostante la “pulizia” che il Santo Padre si impegna a fare ogni giorno: ” Non illudetevi: né immorali, né idolatri,né adulteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il Regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi!”.
    Che la misericordia invocata dal Santo Padre abbia a che fare, con il chiarire a tutti, a me per primo, la necessità di conversione continua, necessaria perché la Grazia del Signore riempia le nostre vite? Che sia un “accogliere per aiutare a sanare” e non un “accogliere per mantenere” uno stato di pericolo per la propria vita eterna?
    Nella Relatio non trovo questo. Ho letto malamente il testo?
    Mi fido da adesso del giudizio che hai già espresso: la Chiesa non é caduta nella trappola tesa dagli avversari velenosi e mortali.
    Sta aprendo le braccia per accogliere e non per tradire il suo mandato, anche se debolissima nella “comunicazione”, che mi giunge alquanto distorta e suscettibile di errore anche dalla lettura diretta degli stessi documenti sinodali. La realtà è che la “comunicazione” veicola ben altro. Temo, però, che, a quanto mi risulta, uno stato d’animo comune prudente e riflessivo, costruttivo e cosciente sia scomparso dagli orizzonti dei più. Forse il Papa cerca di allargare le occasioni di contatto non solo con gli interessati ma con i coinvolti lateralmente nella vexata quaestio.
    I risultati sono per ora contrari alle aspettative, mi pare.
    Eppure la crisi delle famiglie e la crisi morale ha a che fare con la crisi economica: la scarsa natalità, figlia della crisi di speranza di stabilità economica e moltiplicatore infinito della crisi stessa a cominciare dal welfare, sta per essere contrabbandata per necessità del “progresso”, del nuovo che avanza, del desiderio soddisfatto di libertà degli individui. Una aberrazione, una truffa storica del genere già sperimentato molte volte nei secoli. Una comunicazione che tentasse di fare chiarezza su questo aspetto l’aspettavo nella Relatio, ma non ne vedo traccia.

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  6. Giancarlo

    Caro don Fabio, non sono d’accordo con quello che dici.

    Anzitutto una cosa, fondamentale. Mi spiace doverlo rimarcare, ma il valore più importante è la verità, non l’unità. Meglio divedersi, piuttosto che rinunciare alla verità. La chiesa cattolica oggi esiste perché mai ha rinunciato alla verità.

    Del resto, è proprio a causa della verità che s’innalzano, fortissime, certe passioni; perché della verità l’uomo ha bisogno come dell’aria che respira. Normale dunque che intorno alle questioni sollevate dal sinodo ci si accapigli senza tanti complimenti. E condivido in pieno la tua preoccupazione di osservare le due regole fondamentali del “pregiudizio positivo” e della “cortesia”, affinché il confronto non diventi una lotta fratricida.

    Non dire però, ti prego, che “i vescovi hanno discusso serenamente, conoscendo ed applicando queste regole.”. Ma quando mai! Alcuni si, ci credo. Ma altri! Si è tentato in tutti i modi di pilotare il sinodo, di forzarne le conclusioni, di zittire alcuni e lasciar straparlare altri. E quello che più mi dispiace è dover constatare, dati alla mano, la clamorosa, pesante e veramente insopportabile preferenza del papa per una delle due parti che si confrontavano. Spiace dirlo, ma proprio il papa ha dato ampia dimostrazione di essere il primo a non rispettare le regole della correttezza e della trasparenza.

    Hai ragione quando dici che non si è formalizzato uno scisma che, però, è già nei fatti purtroppo, e da molti anni ormai. E più passa il tempo e più questo scisma si allarga ad inghiottire, via via, sempre più cattolici che perdono la loro fede autentica e cominciano a credere a false dottrine. Come quella che si può fare la comunione anche senza confessarci, per esempio. Ti risulta? Ne sai niente? Sei un prete, dovresti avere il polso della situazione: ti pare che tutti quelli che fanno la comunione si preoccupino di essere in grazia di Dio, prima di comunicarsi? Ma, in fondo, dare la comunione ai divorziati risposati non significa esattamente questo? Significa permettere di comunicarsi a chi è in peccato mortale. O no?

    La verità è che i nodi sempre vengono al pettine ed ora è giunto il momento di sciogliere questi nodi. Delle due l’una: o si continua come sempre si è fatto e quindi si richiede al peccatore di CAMBIARE VITA se vuole fare la comunione; oppure si cambia la prassi e si comincia a dare la comunione ANCHE A CHI NON VUOLE CAMBIARE VITA. Quello che dice la dottrina non è un problema, non c’è bisogno di cambiarla: basta tradirla. In fondo ha ragione il papa quando dice che nessuno ha messo in dubbio “le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita”. Non ce n’è alcun bisogno: basta ignorarle. Con tanta misericordia.

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  7. Marco

    Ho letto con attenzione quanto hai scritto, mi piace molto e lo condivido in tutto.
    Io sono uno di questi che ha “il cuore ferito” ma non ho seguito i lavori del sinodo e quanto hanno pubblicato nella speranza che decidessero di dare la comunione ai separati/divorziati/risposati…
    Sinceramente non lo ritengo il vero problema.
    E nemmeno il fatto che siano “allentate” le maglie dei tribunali ecclesiastici, per facilitare gli annullamenti.
    La mia situazione è semplicemente che il mio matrimonio non c’è più, se non davanti a Dio, e che io non sono capace di affrontare il mio futuro immaginandomi una vita da solitario, ho bisogno di una donna che mi ami e che io ami, e con la quale possa condividere la mia vita.
    Allora la vera cosa che mi sta a cuore perchè mi ferisce, è il senso di colpa che mi sento continuamente addosso per la mia situazione “irregolare”, e il sentirmi ai margini di una chiesa per la quale ho dato i miei primi 50 anni, attraverso una militanza e una disponibilità al servizio totale (forse anche una delle cause del fallimento del mio matrimonio). Il giudizio o la compassione che sento da alcuni miei fratelli che un tempo erano quasi familiari, oppure il moralismo che rilevo, o il pregiudizio, anche di tanti preti.
    In questi anni ho “perso” molti amici che un tempo erano sempre con me, sono diventato una pietra dello scandalo per molti, e mi sento additato ed escluso.
    Ecco, questo mi aspettavo dal sinodo e dalle parole del Papa, un pò di misericordia, il riconoscimento che il “giudizio” appartiene a Dio e non agli uomini, che è qualcosa che guarda nel nostro cuore, e non si ferma solo alla somma delle azioni, delle scelte, giuste e sbagliate che facciamo nella vita.
    Se non fosse così, non ci sarebbe Speranza per nessuno!
    Nemmeno per molti che si considerano custodi della dottrina!
    Io desidero essere abbracciato, come sono, con tutti i miei limiti e le mie mancanze, accolto e non discriminato.
    Ma io per primo riconosco il valore unico e insostituibile della famiglia, e sono il primo che soffre per questa mancanza e la distruzione di ciò che avevo e che non avrei mai voluto perdere.
    So bene che ciò che vivo adesso, anche con tutto l’impegno e l’amore che posso riversare nei confronti della mia attuale compagna, non sarà mai la stessa cosa.
    Ma è una circostanza che vivo ora, che non saprei come altrimenti affrontare, perchè sono fragile, peccatore e limitato.

    Io penso (molto ironicamente!) all’assurdità che se avessi ucciso mia moglie, e poi pentito mi fossi confessato e pagato il mio debito con la giustizia degli uomini, avrei potuto poi risposarmi e sarei stato in regola con la dottrina…
    Invece per me, convivente peccatore, non c’è perdono o misericordia finchè non vivrò come fratello e sorella con questa donna?
    Ciao a tutti.

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    • Giancarlo

      Caro Marco, la prima cosa che devi fare è cercare di capire qual è la verità e cosa è giusto fare. Sei cattolico: credi nell’indissolubilità del matrimonio? Credi che tua moglie resterà tua moglie per tutta la vita a prescindere dalle scelte che avete fatto e che farete? Se sei cattolico, queste due domande hanno una sola risposta: SI! Questa è la base di verità da cui partire. Se cambi questa base, se neghi l’indissolubilità del matrimonio o il fatto che tua moglie resterà tua moglie comunque, allora abbandoni la tua fede per abbracciare una falsa dottrina. E’ lo sbaglio più grosso che potresti fare: negare la verità e dire che è bene ciò che invece è male. Rimani nella verità.

      Non sei capace di affrontare il futuro senza avere accanto una donna che ti ami? E allora accompagnati con una donna! Fallo, ma non dire che fai la cosa giusta però. Dì, invece, che sei un misero peccatore che non riesce a fare la cosa giusta, cioè restare fedele alla moglie; per questo stai con un’altra donna, perché sei un peccatore, non perché è giusto, o è un tuo diritto. Non sei un mostro, non sei peggiore di me, sei un peccatore esattamente come me. MA SEI UN PECCATORE, non scordarlo, un adultero per l’esattezza. E fino a quando non rinuncerai all’adulterio, non potrai ricevere il perdono né fare la comunione. Ma questo vale per tutti, non solo per gli adulteri. Se io rubo mille euro e poi voglio confessarmi, devo prima restituire i mille euro per ricevere il perdono. Non posso ricevere il perdono fino a quando mi tengo i mille euro.

      Ti lamenti per il senso di colpa. Dovresti invece ringraziare Dio per il senso di colpa che provi. E’ il primo passo verso la conversione. Ben più preoccupante sarebbe la tua situazione se non avvertissi nessun senso di colpa. Ti trovi in una situazione oggettiva di peccato e la tua coscienza sta facendo il suo lavoro. Ringrazia Dio, vuol dire che non sei ancora indurito nel peccato.

      Chiedi un po’ di misericordia alla chiesa. Ma la chiesa, da sempre, è piena di misericordia per i poveri peccatori, a tutti offre la possibilità del perdono di Dio ma, esattamente come ha insegnato Gesù, chiede ai peccatori di CAMBIARE VITA. Finchè non sarai disposto a cambiare vita, LA CHIESA NON PUO’ PERDONARTI. Certo che il giudizio appartiene a Dio, ma Dio ha dato alla chiesa il potere di perdonare i peccati ed ha detto che “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. Sono parole di Gesù.

      Sicuramente Gesù ti abbraccia e ti ama così come sei, con tutti i tuoi limiti, ma ti chiede di rinunciare al peccato. Lo chiede a tutti, non solo a te.

      Se tu, per assurdo, avessi ucciso tua moglie e poi, pentito, avessi chiesto perdono a Dio, dopo aver pagato il tuo debito di giustizia… avresti potuto poi sposarti con la compagna con cui vivi ed essere in regola con la dottrina. VERO. Ma sei sicuro che saresti stato felice? E sei sicuro che avresti trovato la forza di chiedere perdono a Dio? Credi davvero possibile fondare la propria felicità sulla morte di una persona? Non scherzare su queste cose.

      Voglio dirti una cosa: la vita è una prova per tutti. Prima o poi arriva per tutti la croce. Non fuggire dalla croce. Se non te la senti di salirci, prendi tempo finchè ti è possibile. Ma NON FUGGIRE DALLA CROCE. Non c’è altra strada per il paradiso.

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      • Marco

        Ero ovviamente ironico nell’ipotesi di “eliminare” il problema, spero sia stato chiaro.
        Io ho letto quanto mi scrivi, ma ribadisco che io non mi aspetto di poter fare la comunione o di “piegare” le leggi della dottrina al mio bisogno. So di essere peccatore, so di sbagliare secondo l’insegnamento della chiesa, e vivo il mio senso di colpa.
        Vorrei però anche dirti che il “senso di colpa” non è sempre un bene, nel mio caso si è trasformato in una depressione dalla quale sto uscendo a fatica ora, e che è costata fatica anche ai miei figli…
        Il giudizio e la certezza morale, senza nessuna pietà, l’ho subita da tanti, e io stesso ero sulla barricata a spiegare ad altri tutto quello che era giusto e sbagliato. Ho educato i miei figli a riconoscere il bene dal male, li ho castigati quando necessario, ma li ho sempre amati e non ho cominciato ad amarli ed abbracciarli quando mi promettevano di non sbagliare più oppure quando avevo le prove che non lo facessero più. Sapevo perfettamente che avrebbero sbagliato ancora.
        Io evito di andare a messa con la mia compagna (che è di cultura ortodossa, battezzata, ma abbastanza “atea”…) nei luoghi dove mi conoscono, proprio per evitare di essere scandalo a qualcuno.
        E devo confessarti che lei questa cosa proprio non la capisce… E’ totalmente fuori dalla sua comprensione.
        Quindi, ciò che cerco, non è una scorciatoia per evitare la Croce, ma non ho voluto io quello che ho vissuto, non ho voluto io la fine del mio matrimonio. E, come già detto, non sono capace di stare solo, così come non sono capace di avere mille donne ma nessuna “passeggera” perchè sono stato educato così.
        Vorrei solo essere compreso, vorrei sentire su di me uno sguardo di sostegno, di comprensione, e non un giudizio.
        Che cosa sarà della mia vita, del mio futuro, non lo so, conosco solo i miei desideri, e i miei limiti. Ci ho provato a superarli, ma la testa non regge, la depressione mi assale e la voglia di smettere di vivere diventa più forte, perchè non percepisco più uno scopo per la mia vita.
        Io ero pieno delle tue certezze, posso assicurartelo, avevo anche responsabilità importanti in seno alla mia diocesi. Ma quando è arrivata la prova, dopo aver lottato per due anni, sono crollato!
        Allora mi chiedo: ma se Dio mi conosce, perchè mi dà una prova che non posso superare e mi lascia incontrare una donna (libera, divorziata civilmente (non essendosi sposata in chiesa, lei non è nel peccato…)), della quale mi innamoro e la mia vita riprende colore, ricomincio a vedere il bello, i colori, la passione per le cose, il desiderio di costruire ancora e di andare avanti, ma dovrei buttare via tutto perchè è peccato? Lo so che non hai una risposta, ma di discorsi e di precetti non si vive, come non si vive di solo pane, la realtà e le circostanze sono spesso molto dure e per qualcuno è meglio il male minore che non il nulla assoluto o la morte.
        Forse nella vita, e non giudico te perchè non ti conosco e nemmeno sono più capace di farlo, occorre viverle certe esperienze prima di giudicarle, prima di stabilire dove sia il confine per ciascuno di noi.
        Grazie comunque della tua riflessione.
        P.S. cerco di andare a messa in quelle chiese dove si ricordano (e ci ricordano) che esiste anche la comunione spirituale…

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        • Giancarlo

          Amico, io ti comprendo e non ti giudico. Se può aiutarti, ho un fratello nella tua stessa condizione, anche lui lasciato, anche lui divorziato e risposato. Quello che posso dirti è che io avrei fatto una scelta differente, avrei cercato di rimanere fedele al mio matrimonio ed ai miei figli, alla mia famiglia. Però sono consapevole che forse non ce l’avrei fatta.

          Io non ti giudico, men che meno ti condanno, però la tua scelta è sbagliata e su questo siamo d’accordo mi pare. Che cosa puoi fare? Intanto non devi auto condannarti, perché né Dio né la chiesa ti condanna; non è ancora il momento del giudizio. Poi devi riflettere su ciò che fa di te un adultero: è l’atto sessuale, non la semplice presenza di questa donna nella tua vita. Dio ti chiede di rinunciare all’adulterio, non a quella donna. Non riesci a rinunciare all’adulterio? E allora non ci rinunciare! Ma non puoi chiedere a Dio, o alla chiesa, di ammettere l’adulterio per chi proprio non ce la fa a rinunciare. Se non riesci ad essere fedele al tuo matrimonio, allora attendi che passino gli anni, che venga meno la forza ed il desiderio sessuale; allora potrai davvero chiedere perdono, promettere di rinunciare al peccato e di fuggire le occasioni prossime e ricevere l’assoluzione.

          Stai sereno, perché Dio desidera la tua salvezza più di quanto possa desiderarla tu stesso. Dio ti darà certamente l’occasione propizia per rinunciare all’adulterio e per ricevere l’assoluzione. L’unico PERICOLO MORTALE da cui devi tenerti alla larga è quello di pensare che il tuo comportamento attuale sia perdonabile senza che tu rinunci al peccato. QUESTO E’ FALSO. Dio attende che tu rinunci al peccato e, fino a quando non rinuncerai, Egli non ti perdonerà. Ma stai tranquillo che ti darà modo e tempo per ravvederti e convertirti.

          Continua a crescere nella fede con tutti i mezzi che hai a disposizione, anche la comunione spirituale. Cerca di fare adorazione eucaristica più spesso che puoi, anche pochi minuti, ma tutti i giorni. Oggi pregherò per te. Ciao Marco.

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        • @Marco con tutta la carità possibile e immaginando la tua sofferenza (ho un parente e alcuni amici carissimi che vivono la tua stessa situazione), mi permetto di chiederti: hai la certezza che per il tuo Matrimonio non vi fosse nessunissima speranza… intendo la speranza che si “butta in Dio”… offrendo tutte le sofferenze e le preghiere possibili, perché Dio tocchi il cuore del nostro coniuge. Pur rispettando la libertà di ognuno a volte questo miracolo accade.

          Per il resto pur vivendo tu oggettivamente una situazione di peccato certamente la Misericordia di Dio tiene e terrà in conto il fatto che l’essere stato abbandonato ti ha spinto in una condizione di non piena libertà nel soccombere poi alla tua umana debolezza…, ma su questo un sacerdote preparato su questioni di morale ti può essere d’aiuto, non tanto per dirti “va bene così”, ma per alleviare un senso di colpa che ti macera e certo non ti aiuta.

          Ultima cosa, esendo il tuo Matrimonio ancora valido agli occhi di Dio, hai ancora delle responsabilità sponsali. La cura e il sostegno dell’anima di colei che è tua sposa… voglio dire che se lei ti ha abbandonato ed è a sua volta in adulterio, la sua anima è altrettanto a rischio e maggiormente, dato che ha mancato colpevolemente anche verso di te (questo sempre parlando di fati oggettivi, né giudicando; né presumando della condanna o salvezza di alcuno), quindi prega, offri tutto e abbi sempre a cuore, per quanto a te può essere chiesto, la salvezza dell’anima di tua moglie.
          Se si fosse ammalata de peggiore dei mali certo non l’avresti abbandonata… non c’è in realtà molta differenza.

          Cristo si è caricato di tutti i nostri peccati, caricandoti un poco anche tu sulle spalle il peccato di lei (sapendo che Cristo porta entrambi sulle sue) troverai un senso diverso al tuo dolore e sono certo ne otterrai benefici spirituali.
          Buon camino.

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