Il mestiere di attore

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Ieri abbiamo fatto una cosa bella: siamo riusciti a far soffiare il Gran Vento di Beacon nell’Aula Magna dell’università di Roma. In questa circostanza ho passato tutta la giornata insieme agli attori che hanno rappresentato lo spettacolo e, forse per questo, d’istinto mi veniva di paragonare la mia vita alla loro.

Preti ed attori hanno molte cose in comune. Anche io come loro vivo per far vivere una parola. E come un attore so che la Parola a cui presto la mia voce, la mia faccia e i miei gesti mi precede e mi supera da ogni parte.

Che sia la Parola Sacra della Bibbia o quella altrettanto sacra della liturgia, la sfida è sempre la stessa: incarnarla fin quasi a sparire, quasi come se non esistessi più io, ma solo quella Parola che intanto che la dico mi dice.

Nell’immaginario collettivo l’attore è uno che finge, tanto che a volte il suo nome viene usato come sinonimo di ipocrita, ma solo uno che non ha mai recitato può pensare una cosa simile di un attore. Recitare è tutto fuori che fingere. Quando un attore interpreta un testo, quando incarna un personaggio, non finge affatto, anzi: meno finge, più è bravo come attore; quanto più egli diventa realmente il personaggio che interpreta tanto più è convincente.

Così i sentimenti che prova in scena sono veri sentimenti, nella misura in cui è vero il mondo che egli ha creato, o subcreato, come direbbe Tolkien. L’arte dell’attore consiste nell’essere un uomo che appartiene a due mondi, un essere anfibio che sa entrare ed uscire nell’uno e nell’altro, nel mondo delle banche, del traffico e degli ospedali da una parte e nel sub-mondo ospitato dalle quattro tavole di un palco dall’altra.

Per questo ci incantiamo a Teatro, perché per un momento smettiamo di vivere la nostra vita e ci lasciamo portare per mano in un mondo nuovo, più vivo, più luminoso, più ventoso, l’attore, come un sub-Creatore, ci porta a vivere un altra vita. Attraverso i suoi occhi, la sua voce, le sue mani, cessiamo per un attimo di essere noi stessi e diventiamo un altro. E com’è bello diventare un altro quando quest’altro è quel personaggio incredibile che è l’Innocenzo Smith creato da GKC!

Si, ieri sera tutti e 750 noi che eravamo nell’Aula Magna della Sapienza per un po’ siamo stati Uomini Vivi… ora è il momento di ricordarsene, di riportare nel nostro mondo quotidiano quella bizzarria, quella fanciullezza, quel candore che caratterizzano il personaggio chestertoniano.

Quanto simile alla loro è la vita mia! Anche io devo far vivere una parola che non è la mia: indossare, addirittura incarnare i sentimenti di Dio come fossero i miei, vivere e far vivere la vita di Dio in me stesso e diventare così una porta attraverso cui gli altri possano entrare in un mondo alternativo, far vivere attraverso i miei occhi, la mia voce, le mie mani questo mondo nei loro cuori.

Con la sola differenza che il mio “mondo alternativo” non è un sub-mondo, un mondo creato da me, ma un supra-mondo, in cui io non interpreto più una mia creatura, ma piuttosto il mio stesso Creatore.

È come se fosse questo mondo, quello delle banche, del traffico e degli ospedali, la finzione scenica, mentre il mondo, quello vero, è quello della Parola e della Liturgia; è come se un personaggio teatrale avesse la facoltà di interpretare il ruolo di Colui che ha scritto il dramma!

Ma la divina e demiurgica capacità di interpretare, di uscire ed entrare nei due mondi ed essere credibile in entrambi, la follia di de-personalizzarsi per incarnare un altro la conosco bene.

O non è questo l’agire in persona Christi?

 

N. B. Un amico mi fa notare che non si dovrebbe parlare tanto di de personalizzazione, ma piuttosto, per usare un linguaggio Paolino di essere sopra vestiti. Nel senso che la mia personalità naturale non è abolita dalla nuova, nè sostituita, ma piuttosto assunta e ricompresa, come se nella nuova trovasse la sua verità e una sorta di autenticità superiore.
In effetti questo corrisponde anche alla mia esperienza, accetto quindi volentieri questa correzione, che dice assai meglio ciò che io stesso volevo dire.

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3 commenti

Archiviato in Vita da prete

3 risposte a “Il mestiere di attore

  1. Piero B.

    Ciao Don Fabio, ieri ero lì. Ti ho visto in un frangente sopra il palco qualche minuto prima dell’inizio. Al termine dello spettacolo avrei voluto salutarti di persona, ma sono un pendolare che deve attenersi alla ferrea tabella orari dei mezzi pubblici…davanti alla quale non sempre ho la grazia di commuovermi. 🙂
    Sarà per la prossima chestertonata a Roma.
    Arrivederti!

    PS: ero il blogger de “Il cielo sotto la terra” che si firmava Uomovivo.

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  2. Giampiero Cardillo

    Quando mi capita di parlare in privato e in pubblico di grandi risorse che la Chiesa possiede e non sempre offre alla comunità come potrebbe e dovrebbe e la comunità non pensa di dover utilizzare per orrida stupidità, ho indicato, perché ne conosco esempi luminosi straordinari, le competenze organizzative, didattiche,scientifiche, letterarie, politiche, artistiche fino alla musica, alle arti grafiche, escludendo poco, come la scultura e la recitazione. Mi sbagliavo, evidentemente.
    Ma non sbaglio, ne sono convinto, nel ritenere quell’universo talare e monastico una ricchezza sociale incommensurabile, nel senso che ne intuisco la dimensione e il peso e l’addestramento all’amore, ma non ho strumenti e luoghi per misurali.
    Dalle tue parole, don Fabio, traggo la convinzione che i talenti nascosti per opportunità, per una sorta di castità estesa per prudenza, sia ora di liberarla accettandone i rischi, anche gravi che siano.
    Riappropriarsi dello spazio scenico, ad esempio, da parte del mondo cattolico attraverso l’esercizio delle arti troverebbe senza dubbio talenti nascosti da decenni come il tuo, che sconfina da una esegetica viva, che hai esercitato in scritture difficili come l’Apocalisse, vincendone le criticità con didattica maestria, che diffondi in pillole nelle Omelie, alla Radio e nei convegni. Ma non basta un evento o un ciclo di radio eventi, un sito di scambio per duecento fortunati. Occorre un movimento culturale a più voci e più muse, che rioccupi propriamente molti spazi scenici ed editoriali ora rimessi ad affitti per riunioni di condominio o esercizi di yoga per sostenere le spese parrocchiali o d’istituto. Don Maurizio Mirilli e i suoi giovani hanno coagulato a Roma un nutrito gruppo di artisti, cantanti ed attori. Ha inventato anche un festival di musiche liberate dalla banalità e dalla disperazione relativista e gossipara. Lui stesso, come te, ha provato a scrivere ed editare due libri da leggere in tram. Un discreto successo.Non sei solo, non siete soli. Ma siete disorganici. Come per i pellegrinaggi suggerisco la nascita di un punto di riferimento organizzativo efficace come l’Opera. Aggiungo altri episodi che conosco. Chi mi legge potrà aggiungerne altri.
    Una parrocchia del nord ha prodotto, con raccolta fondi randomica su web e poi realizzato un bel film in tre anni, premiato pochi giorni fa a Venezia ( ” E fu sera e fu mattina).
    Io c’ero a Roma, anni or sono, per la Giornata della gioventù, dove sul palco ho visto arte intelligente e vera in azione.
    Questo ed altro io conosco per esperienza diretta. Le suore e i preti nei film, nei romanzi e in TV, misconosciuti nipotini di Chesterton e del suo prete investigatore, il loro indiscusso successo popolare, ci dice che uno spazio grande da riempire c’è. Ma se questo lo sai, come immagino, non sembra saperlo ancora la Santa Gerarchia e il laicato cattolico attivo, influente e spesso ricco di mezzi che è rimasto fedele alla Chiesa.
    Occorre avere la determinazione di rischiare il gossip Madonna- suor Cristina, non tanto difendendo l’immagine della suorina dalla voce incantevole, ma moltiplicando mettendo a disposizione come fai tu pezzi da novanta come Chesterton, sconosciuto ai più da un secolo, ma di sicuro fascino al solo più lieve contatto.
    Grazie don Fabio.

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