Le mura di Gerusalemme

Questo articolo era già stato pubblicato il 12 Gennaio 2012 sul blog che raccoglie tutte le idee collaterali che mi venivano mentre andavo scrivendo il mio libro sull’Apocalisse. Questo spiega i molti riferimenti esegetici e il tono vagamente didattico che spero nessuno trovi irritante. D’altra parte oggi è il 25° anniversario della caduta del muro di Berlino e quindi mi sembra interessante contribuire alla riflessione immaginando anche un “muro” diverso.Tour-from-Damascus-Gate-to-the-Nea-Church-harli

Quando Solimano il magnifico nel 1540 ordinò la costruzione delle mura di Gerusalemme (quelle che ancora oggi si possono ammirare attorno alla città vecchia) sicuramente non pensava al libro dell’Apocalisse, e tuttavia ogni volta che le guardo non posso fare a meno di pensare al libro di Giovanni.

Le mura di Solimano sono del tutto inadatte a sostenere un assedio: troppo sottili (solo un metro e mezzo di spessore), progettate con una tecnica già vecchia a quel tempo, sono incapaci di sostenere un cannoneggiamento.

La leggenda narra che Solimano non ne fu felice e i due architetti che le progettarono furono per questa ragione giustiziati, ma a me piace pensare che la loro non sia stata una svista, ma una scelta intenzionale; che quelle mura cioè siano state progettate non per escludere, ma per delimitare, che abbiano una funzione estetica più che difensiva. E in effetti chi le guarda non può sfuggire al fascino di una costruzione tanto delicata a tratti da sembrare un merletto.

Mi piace pensare alle mura della Gerusalemme dal Cielo, descritte nel libro dell’Apocalisse, allo stesso modo: come mura che riescono a delimitare senza chiudere.

Infatti, nonostante le dimensioni imponenti, necessarie per mantenere le proporzioni simboliche (Giovanni immagina la Città a pianta quadrata, con un lato di 2400 Km. circa!), anche le mura della Città Nuova hanno la funzione di delimitare senza escludere, tanto è vero che in esse si aprono dodici porte che non chiudono mai.

L’assurda struttura architettonica immaginata da Giovanni ovviamente non può essere intesa in senso letterale (se così fosse la città avrebbe una superficie pari a metà dell’Europa!), ma è essa stessa un insieme di simboli.

La pianta quadrata, ad esempio, parla di stabilità, di fermezza. Il quadrato nel mondo greco è simbolo di equilibrio e la Città Nuova è un quadrato… al quadrato! Infatti è tanto alta quanto larga (altro dato assurdo, se arrivasse a 2.400 km. di altezza sarebbe ben oltre la quota orbitale della maggioranza dei satelliti!), questo serve a Giovanni a dire che la Città è tanto città di Dio quanto degli uomini.

Ma torniamo alle mura e alle dodici porte che in esse si aprono: le mura sono fatte interamente di diamante e questo per due ragioni: innanzitutto perché il diamante è la più luminosa delle pietre e quindi le mura servono a riflettere ed amplificare lo splendore che emana dal centro della città e poi per dire, implicitamente, che queste mura sono trasparenti, appunto perché non hanno la funzione di chiudere o nascondere.

Le dodici porte che si aprono nelle mura sono composte da dodici perle, ogni porta un’unica immensa perla. La perla, fin dai primi padri della Chiesa, è stata spesso accostata a Gesù, perla preziosa di Israele formatasi nell’ostrica Maria.

Non so se fosse un’allusione intenzionale in Giovanni, ma le porte sempre aperte fanno pensare irresistibilmente al Pastore che nel Vangelo di Giovanni definisce apertamente se stesso “la porta” (Cfr. Gv. 10,7.9).

Si entra nella Chiesa passando per Gesù. Qualsiasi altro accesso (per convenienza, per opportunità politica, perfino per filosofico ragionamento) è esplicitamente vietato, sono ladri e briganti quelli che cercano di entrare nella Chiesa senza passare attraverso l’incontro con Cristo (Gv. 10,1)! Tantopiù che la porta/Cristo è sempre aperta!

Lo splendore della Città Celeste non è autoreferenziale, non brilla per la sua propria gloria, ma per essere un faro nelle tenebre, un modello e un punto di riferimento dove possano rifugiarsi tutti coloro che lottano contro la Bestia e per questo le sue porte devono essere aperte, perché tutti possano entrare.

Vorrei ora prolungare questa riflessione sulle mura della Città Nuova estendendola ad una riflessione sulla Chiesa di oggi.

Innanzitutto anche alla Chiesa delle mura sono necessarie.

Per troppo tempo l’abbiamo pensata come una città senza mura né limiti, ma in questo modo in realtà è diventata una città senza identità. La funzione del muro anche in questo caso (ovviamente metaforico, le mura sono i dogmi in teologia e i cosiddetti principi non negoziabili in politica) non è quella di difendere, ma di delimitare, è necessario cioè che sia tracciato un confine netto per distinguere ciò che è Chiesa da ciò che non lo è, perché l’identità sia custodita.

Per raggiungere questo scopo, però, è anche necessario che le mura siano trasparenti, come quelle descritte nell’Apocalisse, che non nascondano, ma semmai esaltino lo splendore della città e mostrino i suoi tesori. Troppe volte abbiamo affidato la difesa delle “mura”, cioè della teologia o della morale, alla rigidità dell’ipse dixit, nascondendone così la ragionevolezza e la bellezza, finendo con il respingere quelli che si avvicinavano.

Infine in queste mura devono essere aperte dodici porte (come la bellissima porta, detta “di Damasco”, qui rappresentata).

Le mura non hanno senso senza le porte, come le porte non possono esistere senza le mura. Porte sempre aperte, come quelle della Città dell’Apocalisse, e che lo siano verso i quattro punti cardinali, cioè verso ogni uomo, perché tutti coloro che cercano una casa o un rifugio possano entrare.

Per questo sopra ogni porta Giovanni immagina un angelo.

La sua funzione infatti è quella di accogliere nel seno della Chiesa, così come ognuno di noi in fondo è entrato nella Chiesa grazie alla mediazione di qualcuno (un prete, un catechista, un amico, o anche semplicemente i propri genitori) che è stato per noi un angelo da ricordare con gratitudine.

La Chiesa in sintesi non deve essere una fortezza, chiusa in se stessa, arroccata sulla difensiva, ma piuttosto una città ospitale, in cui identità e accoglienza coesistano armoniosamente, così che ogni uomo in essa possa sentirsi a casa.

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9 commenti

Archiviato in Attualità, Bibbia

9 risposte a “Le mura di Gerusalemme

  1. Giancarlo

    Con tutta la buona volontà, non mi pare che l’emergenza e l’urgenza della chiesa di oggi sia di aprirsi al mondo.

    Secondo recenti indagini l’80 per cento delle vittime, per discriminazioni religiose, nel mondo, sono cristiane. Inoltre, la crisi della fede è sempre più acuta; lo scollamento tra la dottrina ed il comportamento dei “fedeli” diventa sempre più palese; i nostri pastori divisi e distanti anni luce gli uni dagli altri e la maggioranza di loro, come sembra di capire dai risultati del sinodo, su posizioni differenti, per usare un eufemismo, rispetto a quelle caldeggiate da papa Bergoglio; lo stesso papa Bergoglio in clamorosa, plateale, fragorosa rottura con i suoi predecessori, tanto che può “vantare” consonanze con gente come Fausto Bertinotti, Toni Negri, i giovani dei centri sociali, associazioni lgbt; una deriva no- global che, sempre più, sembra caratterizzare la nostra chiesa; purghe, defenestrazioni, incomprensibili commissariamenti sono, ormai, pane quotidiano per chi è fedele alla dottrina ed alla tradizione.

    Prima di aprirsi al mondo, forse, sarebbe il caso di fermarsi un attimo a domandarci Chi siamo e qual è il nostro mandato.

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    • Gli “incomprensibili” commissariamenti sono tali, nella stragrande maggioranza dei casi e della storia, perché non abbiamo quasi mai – come giusto che sia – i parametri per renderli a noi comprensibili… 😉

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      • Giancarlo

        Forse, dopo oltre un anno di commissariamento (parlo dei FFI), una parola per spiegare, non tanto e non solo ai frati ma, almeno, ai tanti fedeli che hanno imparato a conoscere ed amare questi meravigliosi frati e suore, andrebbe data, non ti pare? Quando è scoppiato il casino dei Legionari di Cristo, quello si davvero uno scandalo vergognoso, nessuno si è sognato di mettere in questione il commissariamento. Nel caso dei FFI invece, l’unico motivo addotto è il non sentire “cum ecclesia”. Sa un po’ di “attività antisovietica”, ricorda un po’ Stalin, se vogliamo. La Russia dei bei tempi andati…

        Insomma, dico, a parte il commissariamento incomprensibile, tutti gli altri problemi? Me li sono inventati io? L’urgenza, ora, è quella di “aprirsi al mondo”? A parte il fatto che, secondo me, la chiesa è sempre stata apertissima al mondo.

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        • La mia era un’osservazione di carattere generale… poi se tu sei così ben informato…
          Dati gli aggettivi che usi, cmq hai già preso posizione e quindi qualunque parola fosse data, temo servirebbe a poco.

          Ripeto NON entro nel merito perché non conosco nessuno di quei “meravigliosi” frati. Sul caso ho letto anche poco “meravigliosi” giudizi, ma mi astengo proprio per non smentire quanto sostengo in via di principio.

          Commissariamenti a parte non ho commentato su altro, non perché “te li sei inventati”, ma per il semplice fatto che non condivido la “chiave di lettura”… (e la chiave di lettura come ben sai, non è sempre la realtà delle cose…).

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          • Giancarlo

            Non capisco di quale chiave di lettura parli. La linea del governo di papa Francesco, ormai, è chiarissima e non lascia spazio a chiavi di lettura. Raymond Leo Burke, Mauro Piacenza ed Antonio Cañizares Llovera sono stati defenestrati; si dice che il prossimo sarà Gerhard Ludwig Müller. I motivi di queste “promozioni” sono evidenti: hanno una diversa visione della chiesa e… mi fermo qui. Altrettanto evidenti sono i motivi che hanno portato alla promozione Nunzio Galantino, Bruno forte, Walter Kasper, Enzo Bianchi. Evidentemente il papa si sente ben rappresentato da questi ultimi e non in sintonia con i primi.

            Naturalmente, il papa è il papa e può fare quello che vuole. Solo che il clima è diventato molto pesante ultimamente e stride parecchio con la misericordia annunciata e promessa ad ogni piè sospinto.

            Non oso immaginare cosa sarebbe successo se papa Benedetto XVI avesse adottato la stessa linea intransigente con i suoi oppositori.

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  2. Quando si è stanchi non si dovrebbe mai intervenire su una materia così controversa. Lo faccio cercando quindi di mantenere lucidità e ispirazione.
    Credo che la tensione tra identità e apertura non possa mai essere risolta una volta per tutte, visto che anche Gesù per affrontarla è ricorso ad un delizioso paradosso (siate “nel” mondo e non “del” mondo), difficilissimo da declinare nella pratica (non difficile da praticare, non troppo almeno, proprio difficile da applicare ai casi concreti).
    Quello che mi premeva sottolineare nell’articolo, prendendo lo spunto dalle mura di Gerusalemme e dalla poderosa immagine dell’Apocalisse è che entrambe le cose vanno tenute.
    Sono necessarie della mura, perché senza di esse non c’è identità e sono purtuttavia necessarie delle porte, e che siano aperte, perché la vocazione, la natura della Ekklesia è quella di chiamare, cioè di invitare gli altri ad entrare.
    Se alla fine dei conti nella Chiesa rimanessimo quattro gatti, purissimi nella loro dottrina, ma orgogliosamente separati dal resto del mondo credo proprio che non avremmo adempiuto il mandato del nostro Maestro, così come, ovviamente, se (per citare la pagina di S. Paolo della seconda lettura di oggi) avessimo sostituito il fondamento che è Cristo con qualcos’altro.
    Non mi intendo molto di storia della Chiesa, ma mi pare che questa tentazione ritorni a galla periodicamente con diversi nomi (Donatismo, Catarismo, Giansenismo) e sia stata sempre respinta dalla Chiesa, così come del resto torna periodicamente a galla la tentazione del pelagianesimo o americanismo o modernismo etc etc.
    Riusciremo mai a tenere la barra al centro? Attaccare il Papa francamente non mi sembra un buon indizio della volontà dio cercarlo questo equilibrio

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  3. Lidia

    d’accordissimo….comunque sai che il mio PC al lavoro ha proprio la porta di damasco come foto di sfondo?? Quando sono triste (per vari motivi, ultimamente mi capita spesso; come mi capita di essere tanto felice per altre cose, eh) mi immagino di entrare in Gerusalemme per la porta di damasco, passare nel quartiere arabo, arrivare alla quinta stazione, fare la strada in su fino ad arrivare al Santo Sepolcro…meravigliosa città, davvero città della nostra gioia (ahimé meno gioia dei gerosolimitani attuali…)!

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