Una simpatia immensa

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Il 19 Ottobre il Papa ha beatificato Paolo VI, a conclusione del Sinodo straordinario sulla famiglia. Presi come eravamo dalle considerazioni sul Sinodo abbiamo tralasciato di sottolineare adeguatamente questo evento, che invece è di straordinaria rilevanza.

Mi piace ricordare Paolo VI con quello che è probabilmente il suo più mirabile discorso: l’allocuzione conclusiva del Concilio Vaticano II. Potete trovarla nella versione integrale qui, ma voglio riportarne per voi un passaggio emozionante:

La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà.

Tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze; si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa il «filius accrescens» (Gen. 49, 22); e l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l’uomo individualista e l’uomo sociale; l’uomo «laudator temporis acti» e l’uomo sognatore dell’avvenire; l’uomo peccatore e l’uomo santo; e così via.

L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio.

Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo.

Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo.

Una simpatia immensa. Questa mi sembra essere la cifra più caratteristica di questo pontefice straordinario. Simpatia, cioè etimologicamente, capacità di sentire insieme e quindi capacità di piegarsi sulle sofferenze dell’uomo, sulle sue povertà, tanto più grandi quanto più si crede onnipotente.

Mentre lo scontro tra la religione dell’uomo che si fa dio e quella del Dio fatto uomo giunge al suo parossismo, come è stato drammaticamente evidente nei giorni del Sinodo, ed è sempre più evidente in ogni momento, è questa la parola che non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare.

Noi amiamo l’uomo, tutto l’uomo. L’uomo concreto, non la caricatura ideologica che ci viene propinata. Ed amiamo in primis quelli che si credono nostri nemici. E’ per loro, per il loro bene, che noi prendiamo insulti e sputi e ci esponiamo quotidianamente, perché la visione dell’uomo cattolica è la sola che può rendere felici anche loro.

Se di lotta si tratta si tratta di lotta della disperazione contro la gioia, della rabbia contro l’amore, e in un solo modo possiamo perdere questa lotta, cessando di essere noi stessi. Se l’amore usasse le armi della rabbia avrebbe già perso, se l’amore resta se stesso non può che vincere.

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