Un’amicizia grande: Bernardo ed Ermengarda

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Leggendo le vite dei santi si incontrano numerosi esempi di straordinarie amicizie tra uomo e donna, soprattutto tra i monaci, ed è facilmente comprensibile se si pensa che il voto di celibato o di verginità da una parte li custodisce dalla tentazione di erotizzare l’amicizia e dall’altra rende loro necessario trovare in qualche modo quella complementarietà che gli sposati trovano nel matrimonio. Tra questi esempi mi piace raccontare la storia di Bernardo ed Ermengarda, sia perché è poco nota, sia perché per certi versi mi sembra esemplare.

Ermengarda fu una donna decisamente sopra le righe: bella, colta, di nobili origini, ebbe una vita tormentata e frenetica, con due matrimoni (uno dei quali molto infelice e poi annullato dal tribunale ecclesiastico e l’altro conclusosi in una precoce vedovanza) un’intensa attività politica e una permanenza di sette anni in convento. Alla fine, dopo aver abbandonato il convento, all’età di circa quarant’anni, incontra Bernardo.

Il giovane abate di Clairvaux a questo momento ha circa dieci anni di meno della dama, ma è già un astro nascente nella Chiesa medioevale, ha fama di grandissimo predicatore ed è fortemente impegnato a riportare ordine in una Chiesa squassata da terribili contese dottrinali e politiche.

Appartiene a questo periodo la grande disputa tra Bernardo e Abelardo, quel filosofo che fu chiamato l’Aristotele del XII secolo, senza dubbio il più grande logico del suo tempo. I due furono acerrimi rivali sul piano intellettuale, eppure mai ci fu tra loro nemmeno l’ombra di un’inimicizia personale, anzi, spesso si son trattati con cortesia ed affetto.

È quantomeno singolare che entrambi gli amici/rivali abbiano avuto nella loro vita un incontro formidabile con una donna, uno conclusosi in tragedia, quello di Abelardo ed Eloisa, l’altro, quello di Bernardo ed Ermengarda, sublimatosi fino alle più alte vette della spiritualità.

Tutti conoscono la tragica storia di Eloisa e Abelardo, ma l’amore che unì Ermengarda e Bernardo non fu da meno. Per dare un’idea della ricchezza dei sentimenti di lui voglio copiare un brano di una delle due lettere scritte alla donna che sono giunte fino a noi:

“Piacesse a Dio che tu potessi leggere nel mio cuore come su questa pergamena! Allora vedresti quale profondo amore il dito di Dio ha inciso per te nel mio cuore; e potresti ben presto capire che né la lingua né la penna sono capaci d’esprimere ciò che lo Spirito di Dio ha saputo imprimere nel più intimo del mio essere, nelle mie viscere. Il mio cuore è vicino a te, anche se il mio corpo è lontano. Se non puoi vederlo, non devi far altro che scendere nel tuo cuore, e lì vi troverai il mio. Non puoi dubitare che io senta per te lo stesso affetto che tu provi per me, a meno che tu non pensi di amarmi più di quanto io ti ami, e che tu, nel campo dell’affetto, non reputi il tuo cuore più grande del mio. Concedi anche a me l’amore che Dio ha impresso in te per me.” (Lettera 116)

Sembra decisamente la lettera di un trovatore alla sua dama, ma è stata scritta dall’uomo che più di tutti gli altri ha contribuito a forgiare la spiritualità del Medioevo! Mi colpisce soprattutto la frase “né la lingua né la penna sono capaci di esprimere…” che sembra echeggiare un verso dell’inno “Jesu dulcis memoriae”, attribuito proprio a Bernardo, quasi come se egli stesse paragonando l’amore per Ermengarda a quello che ha per lo stesso Gesù!

Molti esegeti di San Bernardo cercano di cavarsi dall’imbarazzo posto da queste righe così esplicite sottolineando come il santo abate a volte ha espressioni simili anche rivolgendosi ad amici maschi, come Guglielmo di St. Thierry ad esempio, e derubricandole perciò a mero genere letterario. A me sembra invece il contrario: se Bernardo si esprime con tanta franchezza, sia con i suoi amici che con le sue amiche, è perché egli stesso ha ormai raggiunto una semplicità e una naturalezza nel vivere i propri affetti che lo rende libero da ogni tensione erotica e quindi con tutta spontaneità può aprire la piena del suo cuore e lasciarne uscire l’affetto in tutta la sua intensità. Non un genere letterario quindi, ma la manifestazione di un cuore così afferrato da Cristo da essere semplicemente al di sopra dell’eros.

Bernardo scrive evidentemente in risposta ad una lettera precedente di Ermengarda andata perduta, ed è facile intuire l’umanissima domanda di lei: “Cosa senti per me? Sono per te solo una delle tante?”. È la stessa domanda che ripetutamente Eloisa pone ad Abelardo, ma è interessante notare il diverso modo in cui il filosofo risponde. Mentre l’abate infatti accetta e ricambia l’amore di Ermengarda, preoccupandosi di elevarlo dalla sfera erotica a quella amicale, il logico razionalista Abelardo risponde ad Eloisa con una rigida e moralistica paternale.

Abelardo sembra temere l’affetto di Eloisa, probabilmente proprio perché è consapevole della propria debolezza, e si irrigidisce nel rifiuto, tentando di mantenere una distanza. Bernardo invece, l’appassionato e sensibile Bernardo, accetta la sfida, per così dire, e si inoltra insieme alla sua Ermengarda sui sentieri dell’amore. Andò a finire come sappiamo: Abelardo ed Eloisa a consumarsi reciprocamente nel rimpianto, mentre Ermengarda nell’amicizia di Bernardo trova finalmente la pace per il suo cuore tormentato, come testimonia la seconda lettera che questi le scrive, in risposta ad un’altra di lei andata perduta, in cui dice:

“Il mio cuore è ricolmo di gioia quando sento che il tuo è in pace. La tua gioia genera la mia, e lo scoppio della tua allegria dona salute all’anima.”

Non che Ermengarda abbia perduto la sua passionalità, anzi, ma adesso ha imparato ad orientarla al giusto fine (a differenza di Eloisa). D’ora in poi sarà una stimata badessa, attivissima anche sia in Francia che in Terra Santa, fino a chiedere di essere sepolta insieme al secondo marito, Alain, in una specie di riconciliazione post-mortem.

Credo che ci sia una lezione importante da imparare in questa storia, relativamente all’amicizia tra uomo e donna, ed è che quando c’è un’importante coinvolgimento affettivo è inevitabile che tra i due sorga una certa tensione erotica; irrigidirsi contro di essa, però, è inutile, porta inevitabilmente al disastro, sia se i due si separano sia se cedono alla passione. Bisogna invece fare come ha fatto Bernardo: accettare la sfida e portarla in alto, spostare più avanti l’orizzonte dell’amore, non accontentarsi di un amore sponsale, ma ricondurre continuamente il sentimento alla sua origine e alla sua profondità più grande, sublimando in Dio l’attrazione reciproca.

In questi casi infatti il problema non è che ci si ama troppo, ma troppo poco, poiché amare una persona significa amarne anche la vocazione e le scelte e significa desiderare innanzitutto la sua santificazione e la sua gioia più che la nostra.

(Questo articolo è in molte parti debitore a quello dell’amica Mercuriade, che ringrazio per la documentazione storica)

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5 commenti

Archiviato in Spiritualità

5 risposte a “Un’amicizia grande: Bernardo ed Ermengarda

  1. La ringrazio infinitamente dell’onore che mi fa divulgando la storia di questa grande donna poco conosciuta, Ermengarda d’Angiò.
    Non vorrei sminiuire, comunque, la bellezza della vicenda di Eloisa e Abelardo, consigliando questo libro in cui è raccontata magnificamente.
    http://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/2011/12/27/quellamore-di-carne-e-libri/

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  2. L’ha ribloggato su neltempodellasclerocardia's Bloge ha commentato:
    Rileggere la storia di questa amicizia spirituale mi ha riportato indietro di anni….

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  3. Emanuela Vacca

    ma è la stessa Ermengarda di…sparse le trecce morbide?

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