Un profeta per il nostro tempo

Gilbert-K.-Chesterton-Quotes-2

Sono più di due mesi che non aggiorno il blog, preso come sono dal quotidiano La Croce e altre cose e non va per niente bene…
Allora vi regalo gli appunti dell’intervento che ho tenuto al Chesterton Day presso la Civiltà Cattolica il 9 Maggio

Intervento che potete anche ascoltare qui

1) Introduzione

Innanzitutto devo confessare che, contrariamente a quanto mi succede di solito, sono assolutamente terrorizzato nel dover parlare davanti a voi, sono infatti consapevole di essere l’ultimo arrivato nella conoscenza di GKC e rischio quindi di trovarmi a dover dire cose a voi arcinote.

Paolo mi ha detto che sono stato invitato a parlarvi perché mi è capitato e mi capita spesso di usare il pensiero di GKC nella mia attività di apologeta, svolta soprattutto sul quotidiano La Croce e in genere attraverso una certa presenza in Rete. Credo quindi che il modo più sicuro che ho per non rischiare di dirvi qualcosa che già sapete e al tempo stesso restare dentro l’ambito affidatomi sia quello di testimoniarvi un’esperienza.

Come molti in Italia ho conosciuto GKC innanzitutto attraverso la serie televisiva dei racconti di padre Brown e poi da appassionato di letteratura soprattutto attraverso i suoi romanzi. Ricordo che a vent’anni “La sfera e la croce” mi folgorò ed ebbe, insieme a “Le lettere di Berlicche”, opera geniale di un altro grande inglese, un ruolo non piccolo nella definizione della mia vocazione sacerdotale. Solo molto di recente però, più o meno da quando frequento la società chestertoniana, ho cominciato ad interessarmi alla sua dimensione saggistica e alle sue opere più sistematiche come Ortodossia ed altre.

Ne è scaturita una passione rinnovata, un nuovo entusiasmo che mi ha portato a rispolverare le antiche emozioni, a riscoprire tante cose che stavano da tempo nel mio bagaglio formativo, ma avevano preso negli anni un po’ di polvere, per così dire.

Nel frattempo mi sono trovato ad aiutare un gruppo di amici che si sono imbarcati in un’avventura pazzesca, totalmente irragionevole e del tutto necessaria (e quindi molto chestertoniana), confidando nel fatto che le cose veramente importanti vanno affidate ai dilettanti. Mi sono ritrovato così ad essere un editorialista per La Croce, io che già facendo il parroco ho una giornata lavorativa media di 28 ore, nel senso che arrivato a sera me ne mancano sempre almeno 4 per finire.

La domanda era: come può un prete dire cose interessanti, facendo apologetica senza aver l’aria di farlo, svegliando o cercando di farlo una cristianità assopita ed al tempo stesso provocando alla ragione un interlocutore tanto più irragionevole quanto più si pretende razionale? La risposta mi fu immediatamente chiara: dovevo risciacquare i panni nel Tamigi.

2) Risciacquare i panni nel Tamigi

Voglio dire che la Teologia è sempre cresciuta attraverso il confronto e lo scontro con la cultura del tempo, assorbendone il meglio e purificandone le distorsioni da una parte e dall’altra approfondendo i suoi temi soprattutto in risposta alle sfide che riceveva dal tempo. È accaduto ad Agostino che ha scritto le sue cose migliori per rispondere a Donato e Pelagio e a Tommaso che ha scritto per rispondere ad Averroè ed Avicenna. È accaduto anche alla nostra teologia contemporanea, che ha elaborato i suoi sistemi soprattutto in dialogo con l’esistenzialismo ed il marxismo.

Il problema è che dopo la fine del marxismo ci troviamo oggi in una situazione culturale completamente diversa da quella anche solo di quindici anni fa, che va quindi affrontata e capita con strumenti diversi, con diverse armi teologiche e una diversa comprensione delle cose. La tensione umanistica tipica dell’esistenzialismo e l’anelito di giustizia che spingeva molti verso il marxismo, e che erano dal punto di vista teologico piste promettenti, sembrano ormai vecchi sentieri ingombri di erbacce e se ci ostiniamo a volerli percorrere rischiamo di parlare un linguaggio incomprensibile alla gente del nostro tempo.

Dove trovare allora i nuovi strumenti, le nuove macchine e mattoni, le nuove parole per riedificare la Rocca caduta (per dirla con le parole di Eliot)? È stato qui che mi è venuto incontro il Nostro e dietro di lui tanti suoi geniali colleghi tutti più o meno riconducibili a quel periodo fecondissimo che è stato il primo cinquantennio del novecento in Inghilterra: Lewis, Tolkien, Benson, McDonald, Belloc ed altri. Tutti più o meno riconducibili a quel gigante che fu il card. Newman, tutti appassionati del render conto del dialogo tra fede e ragione, tutti innamorati della Realtà, nel senso più forte ed alto della parola, contro ogni ideologia. In questo senso GKC mi sembrò il capofila e l’elemento più agguerrito di una formidabile squadra di apologeti che oggi ci servono come il pane. L’Inghilterra infatti non ha mai avuto un forte partito comunista né una grande tradizione umanista e i maggiori pensatori cristiani invece si son dovuti confrontare prevalentemente con le sfide poste dal capitalismo selvaggio dell’epoca vittoriana e post-vittoriana e dal razionalismo. In pratica le nostre stesse sfide di oggi, ma anticipate di un secolo.

Se dunque vent’anni fa il loro contributo allo sviluppo della teologia cattolica poteva sembrare marginale è solo perché in un certo senso erano troppo avanti rispetto a noi ed oggi attingendo al loro pensiero possiamo trovare proprio quel linguaggio e quei concetti di cui abbiamo bisogno per le sfide presenti.

3) La bomba nella cattedrale

Nella prefazione a “La sorpresa” Dorothy Sayers scrive:

“Per i giovani della mia generazione GKC è stato una specie di liberatore cristiano. Come una bomba benefica esplosa in un’epoca misera, ha frantumato molte vetrate della Chiesa per far entrare folate di aria fresca, nei cui vortici le foglie morte della dottrina si sono messe a danzare con tutta l’energia indecorosa dell’Acrobata di Nostra Signora”.

Indubbiamente ha avuto lo stesso effetto anche su di me: per la prima volta qualcuno mi presentava il Cristianesimo non come una dottrina, magari vera ed esatta, ma immobile come il granito, in cui tutto era già stato detto e scritto e la mia libertà si esauriva nell’adeguarmi o no, ma come una vertiginosa avventura, come una cavalcata sfrenata (per usare la nota immagine di “Ortodossia”), come un “grande gioco”, per usare l’immagine di un altro grande Inglese, sir Baden-Powell (immagine usata comunque anche da GKC ne “il club dei mestieri stravaganti”).

Credo che parlando dell’apologetica chestertoniana sia necessario coglierne la bilateralità. Essa colpisce, per così dire, “come una spada a doppio taglio” e nel caso del vescovo-clown non è insensato parlare oltre che di una apologetica ad extra rivolta ai non credenti, anche, e forse prima di tutto, di una apologetica ad intra rivolta ai credenti, perché si rendano conto di quale tesoro sorprendente e straordinario è stato loro consegnato.

In questo senso la prima pagina di “Manalive”, con la straordinaria descrizione di un vento gagliardo che rinnova ogni cosa (forse una metafora dello Spirito Santo) è quasi un manifesto programmatico.

L’imperialismo del denaro che in modo sempre più scoperto ed evidente guida il pensiero moderno cerca di confinare il fatto religioso nell’ambito di una sfera poetica ed estetica, meramente umanista, lo notava già Pasolini negli “scritti corsari”. Per sfuggire a questa trappola la prima cosa che noi credenti dobbiamo fare è proprio quella di riscoprire la centralità della religione e come tutto sta o cade a seconda della risposta che diamo alla domanda su Dio.

Tutto il romanzo “La sfera e la croce” gira intorno a questo assunto e nel finale Mac Jan, il co-protagonista, dice:

“Lasciamo che i razionalisti corrano fino in fondo sulla loro strada e vediamo dove arriveranno. Se il mondo ha qualche altro equilibrio normale all’infuori di Dio, che se lo trovi. Lo trova? Lasciate che il mondo se ne vada come gli pare e piace: si regge sulla sua base? Si regge o barcolla? (…) Barcolla, Turnbull: esso non può reggersi da solo, voi sapete che non può”. (La sfera e la croce, 303-304)

La scrittura di GKC è ricchissima di acrobazie linguistiche: calembour, paradossi e metafore sconcertanti si susseguono in una sorta di danza vertiginosa, ma non sono mai fini a se stessi, non sono cioè una mera esibizione di intelligenza, come a volte accade al cinico e post-moderno Douglas Adams, hanno invece lo scopo di risvegliare la fantasia del lettore, di costringerlo a pensare fuori dagli schemi, aiutandolo a ribaltare il punto di vista, a guardare il mondo con la testa in giù (praticamente in ogni romanzo chestertoniano c’è un momento in cui il protagonista si ritrova ad osservare il mondo capovolto).

L’umorismo però è per GKC molto di più di un semplice artificio letterario, nasce in lui dalla convinzione della sensatezza della realtà, dalla constatazione del prodigio dell’essere quando ognuno di noi in fondo è un grande “avrebbe-potuto-non-essere” (Cfr. Ortodossia). Il tema del dono e della sorpresa è il cuore della sua poetica e della sua filosofia, nessuna meraviglia quindi che sia anche il cuore della sua apologetica che potrebbe essere descritta in fondo come un invito rivolto a tutti, credenti e non, a riappropiarsi della gioia, con la semplicissima deduzione che se c’è un dono ci sarà anche un donatore.

4) L’abolizione dell’uomo

A Chesterton sarebbe piaciuto molto il brillante saggio di C.S. Lewis (purtroppo ormai introvabile in italiano) che porta questo titolo. In quel saggio partendo dall’analisi del linguaggio Lewis mostra come eliminando le strutture fondamentali della morale è l’idea stessa di uomo ad essere abolita.

La filosofia del post-umanesimo, che teorizza l’abolizione stessa del concetto di natura umana rappresenta l’apice (o più propriamente il pedice, il punto infimo) di questa linea di pensiero. Non so se GKC nella sua visionarietà avesse già intuito, come certamente aveva fatto Lewis, le estreme conseguenze del pensiero dei vari Shaw e Wells con cui si confrontava o gli esiti antropologici del capitalismo senza controllo, ma certamente la sua lucidità ci aiuta a rimettere la questione sui giusti binari. Penso soprattutto ad un articolo dal titolo “Fanatismo nei sobborghi” apparso in edizione italiana in “La Sorpresa e altri piccoli doni”. In questo articolo GKC scrive:

“Il sociologo ci dice che (…) l’annientamento della nazionalità deve accadere, che il governo di ogni cosa da parte della scienza deve accadere e tutto perché devono accadere alcuni fatti economici (…) «Certo» rispondiamo «questa è una delle cose che accadrà, un’altra cosa che accadrà è che gli spaccheremo la faccia per essersi presi delle libertà con le tradizioni morali dell’umanità». La loro evoluzione andrà avanti fino a che la nostra rivoluzione non avrà inizio”. (Sorpresa, 101)

I protagonisti dei romanzi chestertoniani, da Patrick Delroy a Adam Wayne, da Turnbull e Mac Jan a Innocenzo Smith, sono spesso dei rivoluzionari, ma lo sono nel senso di una rivolta del buon senso contro una ideologia che pretende di negare la realtà evidente dell’umano, quella che è più facilmente accessibile all’uomo comune.

Per questo la battaglia intrapresa dal giornale su cui scrivo contro “i falsi miti di progresso” ha molto di Chestertoniano e Mario sarà contento se vedo in lui una specie di Napoleone di Notting Hill, anche se a ben guardare lui è più Turnbull, il geniale stratega che muove le truppe di Adam Wayne. Come per GKC la nostra lotta fondamentalmente sta nel mostrare la falsità di questi miti ovvero l’irragionevolezza di una ragione sganciata dalla realtà. Per questo il nostro interlocutore ideale non è necessariamente il credente, anche se indubbiamente La Croce ha fatto una scelta confessionale molto chiara, ma l’uomo ragionevole, anche materialista se necessario, purché sia come il Turnbull de “La sfera e la croce” che

“Fino a quel momento aveva avuto in perfetta buona fede la convinzione che il materialismo fosse un fatto. Ma egli differiva da quelli che scrivono nelle riviste in questo: che preferiva un fatto, anche al materialismo”. (La sfera e la croce 319)

Si noterà che la battaglia non è contro la ragione, anzi, è in suo nome che noi combattiamo, per restituirle dignità e bellezza, per ridarle un senso. Non per nulla gli ultimi tre pontefici hanno insistito moltissimo su questo tema, dalla “Veritatis Splendor” alla “Lumen Fidei”.

Dobbiamo essere consapevoli però che, come GKC, abbiamo da combattere su due fronti. Di fronte agli esiti terribili di questa irragionevole ragione, infatti, anche non pochi credenti cadono nella tentazione dell’irrazionalismo e se ne “La croce azzurra” padre Brown poteva identificare il falso prete Flambeau perché aveva attaccato la ragione, oggi purtroppo non sarebbe più così facile, proprio perché anche molti sinceri uomini di Chiesa, farebbero proprie le parole del ladro francese:

“Questi infedeli moderni fanno appello alla ragione; ma chi può guardare a quei milioni di mondi senza sentire che ci possono ben essere meravigliosi universi sopra di noi dove la ragione è assolutamente irragionevole?”.

L’irrazionalismo che porta a dire, sono ancora parole di Flambeau:

“il mistero del cielo è insondabile, e per parte mia posso soltanto piegare la testa”,

è il rovescio della medaglia di una ragione che si illude di essere onnipotente. Quanto più avrà la percezione di vivere in un mondo governato dalle macchine tanto più l’uomo tenderà a sviluppare aspetti irrazionali, lasciando emergere i lati più primitivi e ancestrali del suo carattere come nel tentativo illusorio di recuperare l’umanità perduta. Il secondo episodio della trilogia di Matrix mostra perfettamente questo aspetto.

Ma se non possiamo accettare l’abolizione dell’uomo neppure possiamo lasciarci riportare all’età della pietra nei nostri rapporti umani e nelle nostre relazioni. La terza via è chiaramente indicata da GKC nella sua riscoperta del tomismo, soprattutto della definizione della conoscenza come “adequatio rei et intellectus” che è anche il principio guida della sua filosofia. E non solo dobbiamo adeguarci alla realtà, ma innanzitutto ristabilire con essa un rapporto di fiducia, credere nella sua bontà e nella sua generale sensatezza, proprio per non smarrire il lume della ragione.

“Nessuno può capire la filosofia tomista, e neanche la filosofia cattolica, a meno che non si renda conto che la sua parte fondamentale è la lode alla Vita, la lode all’Essere, la lode a Dio in quanto creatore del mondo.” (S. Tommaso 107)

Da qui la valutazione positiva, molto positiva, della corporeità e dell’umano, mentre l’idealismo con la sua pretesa di far corrispondere il corpo ad una astrazione finisce con il disprezzare il corpo concreto, reale. Ne abbiamo mille prove: dalla nuova idolatria della bellezza (che genera come contrappasso anoressia e bulimia) all’eutanasia, che altro non è che il rifiuto del corpo quando gli è diventato impossibile corrispondere a certi standard imposti dal pensiero dominante, allo strisciante ritorno dell’eugenetica (oggi praticata attraverso l’eliminazione degli albini o dei down).

Questa riconoscenza per l’essere, il meravigliato e grato stupore per la magia di esistere, è la chiave per interpretare sia il tomismo che il pensiero chestertoniano. Da qui il convincimento di entrambi che il mondo è bello in sé, che la realtà è buona in sé. Da qui l’incrollabile ottimismo, la fiducia spontanea di bimbo che li ha guidati entrambi attraverso tempi assai travagliati. Da qui la grande lezione che da entrambi dobbiamo imparare per il nostro tempo.

“(S. Tommaso) credeva con convinzione granitica nella vita, e anche in qualcosa che poi Stevenson definì il grande teorema della vivibilità della vita. Se pare che un morboso intellettuale rinascimentale abbia detto” «Essere o non essere: questo è il problema», il grosso erudito medievale risponderebbe quasi certamente con voce tonante: «Essere, questa è la risposta” (S. Tommaso 114-115)

Anche l’epoca di Tommaso fu un’epoca nichilista in cui prevaleva la cultura dello scarto o della morte, basta pensare alle cupe eresie del tempo, al rifiuto della vita che contraddistingueva Catari e Albigesi. Di fronte ad una falsa spiritualità basata sul rifiuto del corpo e della vita, la fede e la filosofia di Tommaso si ergono quasi solitarie

“nel dichiarare con vigore che la vita è una storia viva, con un inizio e una fine grandiosi. Affonda le sue radici nella primordiale gioia di Dio e si realizza nella felicità ultima del genere umano.” (S. Tommaso 117)

5) Apologetica della gioia

Al termine del saggio “La nostalgia del totalmente altro” Max Horkheimer scrive che “il fatto che un ragionamento conduca alla disperazione non è una prova della sua falsità”. Il filosofo di Beaconsfield con tutta probabilità avrebbe risposto che forse la disperazione non è la prova della falsità di un ragionamento, ma con tutta certezza la felicità è la prova della sua verità.

La felicità è il risultato appunto di questa “adequatio”, di questa corrispondenza tra il pensare e l’essere, che porta a percepire il mondo come una casa accogliente, come un dono e un cammino pieno di senso. Se posso essere felice è appunto perché intuisco che c’è un senso nelle cose e che io sono “sintonizzato” su di esso, che posso accoglierlo nella mia vita e farlo mio, lasciarmene compenetrare in un certo modo e così vivere davvero ciò che vivo.

“La vera contentezza è uno stato di attività non meno reale dell’attività agricola. È la facoltà di trarre da una situazione tutto il buono che vi si trova latente. È cosa difficile, ed è rara. Appunto la mancanza di questo talento “digestivo” rende così freddi e incredibili i resoconti di persone che hanno effettivamente vissuto certi eventi, quando ne sono usciti identici, senza riportare alcun cambiamento. Un uomo potrà avere ‘fatto fuori’ un budino con la stessa rapidità con cui un proiettile potrebbe attraversarlo da un’estremità all’altra; dipenderà dalla mole del budino e anche da quella dell’uomo. Ma la domanda sacra e terrificante è questa: ‘Il budino l’ha compenetrato’? Quest’uomo ha gustato, apprezzato, assimilato la solidità del budino con le sue tre dimensioni e i suoi tremila sapori e aromi? Potrà offrirsi agli occhi del prossimo come colui che ha tridimensionalmente conquistato e contenuto un budino?

Allo stesso modo, è lecito chiedere a chi affermi di aver sperimentato eventi di poco peso oppure tragici se ne ha effettivamente assimilato il contenuto; se ha assorbito tutta la linfa vitale in essi contenuta. […] In verità l’amarezza che certa gente esprime nel ricordare le proprie esperienze indica semplicemente che non ha avuto esperienze vere. […] Quando si abbia veramente avuto un’esperienza la si ricorda con rispetto e la si ama sempre. Le due cose che di solito tutti sperimentano per intero ed effettivamente sono l’infanzia e la gioventù. E sebbene non vorremmo per alcuna ragione ritornarvi, abbiamo l’impressione che siano entrambe bellissime, e questo solo perché le abbiamo assimilate fino all’ultima goccia” (da Saggi scelti, l’uomo contento 29-31)

Se la realtà è sacramento (perché affidabile, trasparente sul vero), chiunque può fare esperienza di Dio, se se ne lascia attraversare e penetrare. Non è uno splendore anonimo, infatti, quello che le cose riflettono: è lo splendore di un Volto, di Colui che è all’origine delle cose, che le mantiene continuamente giovani e che in esse si rende presente al mondo e all’uomo. Qui si passa dall’esperienza all’incontro: mi accorgo che in questa esperienza c’è un TU. È indeducibile dalla ragione, ma credo alla mia esperienza, che questo principio sia un TU, quando scopro che sono amato. Nell’esperienza di essere amato colgo il Tu dell’altro che mi ama.

“Il momento peggiore per un ateo è quando si sente veramente grato, ma non sa chi ringraziare […]. Tutto sembra più bello quando capisci che è un dono” (S Francesco, 74)

La gioia quindi è il frutto del dono, per questo è l’apologetica più seria che sia possibile, la sola convincente.

2 commenti

Archiviato in GKC's Weekly, Spiritualità

2 risposte a “Un profeta per il nostro tempo

  1. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    “Lasciamo che i razionalisti corrano fino in fondo sulla loro strada e vediamo dove arriveranno. Se il mondo ha qualche altro equilibrio normale all’infuori di Dio, che se lo trovi. Lo trova? Lasciate che il mondo se ne vada come gli pare e piace: si regge sulla sua base? Si regge o barcolla? (…) Barcolla, Turnbull: esso non può reggersi da solo, voi sapete che non può”. (La sfera e la croce, 303-304)

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  2. Giampiero Cardillo

    Questo articolo non si può commentare.
    É un pensiero sferico, di materia durissima, impenetrabile e indivisibile. Lo si deve accettare in toto, così com’è, o respingerlo nella sua complessità, facendo finta che non esista, correndo però il rischio di non esistere per chi volesse negare l’innegabile.
    Una solida barca per pensieri in tempesta.
    Grazie don Fabio.

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