Famiglia e libertà

Gilbert-K.-Chesterton-Quotes-2

Questo articolo è apparso su “La Croce” un paio di settimane fa…

Da quando ho iniziato questa “rubrica chestertoniana” su “La Croce” mi scopro sempre più spesso a passeggiare per le vie di Roma o ad osservare i fatti di attualità chiedendo mentalmente al mio gigantesco amico inglese cosa pensa di questo o quell’altro.

Così, inevitabilmente, anche ieri mentre sotto il sole di Maggio, che a Roma è sempre glorioso, partecipavo alla Marcia per la vita ci siamo fatti una bella chiacchierata, e poiché in questo momento, per altre ragioni, sono molto concentrato sul tema del lavoro, nella conversazione che si svolgeva nella mia testa si intrecciavano i due temi, quello della vita (e della famiglia, inevitabilmente ad essa collegato) e quello del lavoro appunto.

Mi è così venuta in mente una splendida pagina di “Eugenetica e altri mali”:

“Nessun essere umano, pagano o cristiano, ne sono sicuro, ha mai visto in un altro essere umano una sedia o un tavolo. La mente non può basarsi sull’idea che cometa sia un cavolfiore, e nemmeno sull’idea che un uomo sia uno sgabello. Nessuno è mai stato inconsapevole della presenza di un altro, né indifferente all’opinione di un altro (…) Ma nella similitudine dell’oggetto di arredamento c’era questo di vero: che lo schiavo, sebbene fosse certamente un uomo, era in un certo senso un uomo morto, nel senso di movibile. La sua locomozione non gli apparteneva: era il padrone a fargli muovere le braccia e le gambe come fosse una marionetta (…) Quando dico che quest’uomo (l’operaio dell’età vittoriana) è stato oppresso più duramente di quanto un uomo sulla terra sia mai stato oppresso non uso una figura retorica”

Sebbene fermamente anticomunista, GKC era molto sensibile alla questione operaia, a cui ha dedicato praticamente tutti gli ultimi anni della sua produzione letteraria e se c’è stata una categoria da lui criticata più duramente dei “bolscevichi” è stata proprio quella dei grandi capitalisti. Ho cominciato allora a chiedermi quale fosse la differenza tra i nostri lavoratori (in maggioranza non più operai, ma impiegati) e gli operai di cui parlava Chesterton e francamente ne ho ricavato la sensazione, assai poco piacevole, che ai nostri giorni i lavoratori siano ancor meno liberi dei proletari dell’età vittoriana.

Il punto è proprio quella libertà di azione, quella capacità di autodeterminarsi di cui parlava GKC. Il proletario di allora, sebbene costretto a sottomettersi ad un padrone, conservava comunque una sorta di libertà interiore. Certo: egli era costretto a comportarsi in un certo modo, costretto dalla povertà, dalle circostanze, dalla legge, ma restava sostanzialmente libero, libero di desiderare qualcosa di diverso e questo lo rendeva per quanto frustrato, padrone almeno della sua anima, dei suoi sentimenti, della sua interiorità.

Quale era il segreto di questa libertà? Ciò che rendeva migliore la situazione del proletario del XIX secolo di quella dei lavoratori di oggi, ciò che faceva di lui “un uomo morto” dal punto di vista della libertà di movimento, ma un uomo ancora vivo dal punto di vista interiore era proprio il fatto di essere un proletario, cioè in definitiva l’avere una famiglia. La sua famiglia era il suo ideale, il suo scopo di vita, la sua ancora di salvezza interiore. Se egli desiderava arricchirsi era innanzitutto per garantire un futuro ai propri figli, se sognava condizioni di vita migliori era per il benessere dei suoi, non per il proprio. E questo lo rendeva definitivamente libero dal suo padrone capitalista e moralmente di gran lunga superiore.

Ma i lavoratori di oggi non sono interiormente, moralmente, diversi dai loro padroni, non desiderano cose diverse, non hanno diversi obiettivi esistenziali, anzi, si consumano nell’invidia di uno stile di vita per loro impossibile, sognando di poter un giorno corteggiare donne bellissime o naufragare nello stesso lusso. Questa invidia è il segno ultimo della loro schiavitù.

Se l’operaio dell’età vittoriana era un uomo vivo costretto, come un morto, all’inazione, il lavoratore di oggi, sebbene goda di un benessere assai maggiore, è un uomo morto che desidera sopprimere in se stesso ogni ideale di vita. Non solo è limitato nei suoi movimenti, non solo il suo padrone ne muove braccia e gambe come fosse una marionetta, ma ne muove anche la mente e i pensieri, rendendo praticamente impossibile ogni sussulto rivoluzionario.

Da questo punto di vista, come osserva GKC in un altro punto dello stesso articolo, il fatto che le condizioni di vita dei lavoratori siano oggi igienicamente migliori rispetto al medioevo o all’età vittoriana non dice nulla sulla loro libertà. Nessun libero africano avrebbe volentieri attraversato l’oceano per andare a coltivare il cotone in America solo perché laggiù si sarebbe trovato a vivere in condizioni igieniche migliori (cosa tra l’altro opinabile).

Il passaggio fondamentale che ha reso possibile questa mutazione antropologica è la distruzione della famiglia. Se l’operaio del XIX secolo traeva la sua forza dall’essere un proletario, il lavoratore di oggi non ha più neppure una prole da accudire, una famiglia da difendere. La scomparsa della famiglia è un passaggio chiave verso la scomparsa della libertà, perché il mero egoismo, il solo bisogno di sopravvivere, non sono una spinta abbastanza forte a rompere quella incapacità di scelta che ci rende “uomini morti”. Se deve pensare solo a se stesso, inevitabilmente l’uomo tenderà a cercare uno spazio il più comodo possibile nello “status quo”, senza nemmeno sognare di poterlo rovesciare.

Il lavoratore contemporaneo è più schiavo di qualsiasi altro uomo in qualsiasi altra epoca, perché pur avendo in teoria la possibilità di avere ciò che vuole, egli è stato privato in realtà della capacità di desiderarlo. È lo schiavo perfetto, che desidera spontaneamente essere schiavo perché vuole in definitiva le stesse cose che il suo padrone vuole che egli voglia: produrre per consumare le merci che egli stesso produce, in modo da doverne produrre ancor di più.

Solo la famiglia ci rende liberi, perché solo la famiglia ultimamente ci strappa all’egoismo, alla ricerca del nostro interesse e ci riconduce ad un luogo umano di rapporti gratuiti e disinteressati, dove si può respirare un’aria che ci rende diversi, antropologicamente diversi, e vivi, infinitamente più vivi dei nostri “padroni” e dunque, almeno interiormente, liberi.

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7 commenti

Archiviato in GKC's Weekly

7 risposte a “Famiglia e libertà

  1. Francesca Romaan

    Meraviglioso, don!

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  2. Lidia

    Io penso che il concetto di famiglia debba essere esteso come comunità umana di persone che vogliono il bene dell’altro. Primariamente come comunità di persone legate da vincoli di parentela – genitori uniti, figli, parenti vari; ma anche come altre forme di vita comunitaria, o semplicemente di vita.
    Credo che la funzione primaria della famiglia (non del matrimonio, che anche se deve essere “aperto” ad amici, parenti e soprattutto figli alla fine deve essere soprattutto “chiuso”, cioè a due) sia quello di educare al fare famiglia anche con chi famiglia non è e con chi famiglia non ha. Una famiglia dovrebbe educare all’inclusione – inclusione del parroco, inclusione del vicino di casa, inclusione di amici; e credo sarebbe bello che le nostre città diventassero luoghi di comunità.
    So che per i bambini e gli adolescenti è importantissimo sapere che hanno una “loro” famiglia, esclusivamente loro, e questo deve essere protetto, ma secondo me bisognerebbe anche parlare, nella formazione cristiana, di come ampliare ed aprire le famiglie.
    L’idea primigenia di gruppi, circoli, sindacati, e finanche del comunismo nella sua concezione ideale è di unire la famiglia umana. Sarebbe un peccato se gettando l’acqua sporca (il dubbio gettato sulla famiglia, vista come entità da distruggere per poter creare una società a-familiare con esseri umani più manipolabili e soli) si gettasse anche il bambino – e cioè l’idea cristiana che siamo tutti fratelli; e per davvero, non per finta.

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    • Uno degli assiomi della dottrina sociale della Chiesa è il dovere morale di ogni uomo di crare “corpi intermedi”, cioè comunità che stiano tra lo stato e il cittadino. Si chiama principio della sussidiarietà.
      Per di più il cristianesimo è intrinsecamente votato all’unità della “famiglia umana” (l’espressione si ritrova in diversi documenti pontifici ed anche la Chiesa stessa viene definita “familia Dei”). Tuttavia questa espressione può essere usata solo in senso analogico, è chiaro che la famiglia propriamente detta deve godere di una sua specificità e di una particolare tutela che le deriva dall’essere l’unica forma di associazione umana voluta direttamente da Dio e soprattutto dal suo essere primariamente finalizzata alla tutela dei più deboli, cioè dei bambini.
      Poiché di questi tempi le parole spesso vengono usate a sproposito ed a volte astutamente e deliberatamente manipolate è bene esprimersi in modo il più esatto possibile: dobbiamo assolutamente creare comunità, è un’esigenza primaria del nostro tempo, ma questo non deve assolutamente portare confusione nella definizione del concetto di famiglia, che rimane il primo luogo di comunione nell’esperienza di chiunque (se non altro perché tutti siamo figli di un padre e una madre)

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  3. Giampiero Cardillo

    Temo, don Fabio, che il capitalismo finanziario terminale abbia la ormai scoperta intenzione di “superare” l’uomo in modo definitivo.
    Lo scrive con grande chiarezza il Card. Maradiaga, quando implora di porre “l’uomo al centro” dell’azione economica e politica globale.
    Globalizzare la misericordia, dice Papa Francesco.
    E la misericordia non si esprime, né si spreme dal denaro, che oramai basta a se stesso per riprodursi. Ma è un gioco che finisce male. Malissimo.
    Ricordi il trittico ciclico denaro- merce – denaro? Ora si è ridotto a binomio denaro- denaro.
    Una tipografia, un po’ di vagoni di carta per monete e un mucchio di centrali di scommesse velocissime. I paradossi di questa deriva non si leggono neanche più in questa realtà falsificata.
    È d’uso scommettere addirittura e spesso sul proprio stesso default. I “derivati” sono questo.
    È tutto quello che serve.
    L’uomo non serve più. Non deve più essere sfruttato, ma “speso”. Ora la sua esistenza miserrima si può “spendere”. Non necessita solo il suo consumo come una volta, come e ininfluente la sua storica iper-produzione meccanica a basso costo. Non occorre distinguere tra aziende sane e avariate per investirvi. Non occorre che si preveda un consumo responsabile e una politica dei redditi. È utile anche il troppo povero per consumare. Finché non sia troppo povero per indebitarsi. Necessita invece che il suo debito presupponga la sua completa e disperata depatrimonializzazione. E se il patrimonio consisteva nella sola prole, nella famiglia, anche queste “entità” gli vengono sottratte, con il suo o senza il suo consenso.
    Le politiche anti-familiari, hanno il loro culmine quotidiano nella religione della decrescita demografica, giustificata dall’alto di pensieri ecologisti panteisti o dal basso di convinzioni come quella che il fare figli in questo mondo incasinato sia addirittura un “crimine contro l’umanità”. Oppure giustificata da avvenuti colonializzazioni del convincimento che tu richiami, o anche della costrizione, ambedue “modernissimi”, che denatalizzano, sterilizzando materialmente gli organi riproduttivi di nazioni “troppo” abitate o raggiungono lo scopo ope legis, con accorte politiche fiscali e di scomparsa del welfare.
    L’ONU, l’OMS (ente privato), i contenitori di pensiero “altro”, anti-cristiano, in tutto il mondo hanno negli ultimi 50 anni lavorato sodo per questo.
    Divorzio, aborto, eutanasia, eugenetica, maternità ” responsabile” e tardiva (le uova di una donna nascono nel feto e sono tutte lì, pronte dal menarca in poi. Se le utilizzi a quarant’anni sono vecchie, quasi sode. Le pratiche scientifiche di assistenza alla procreazione tardiva finiranno per rendere superflua anche la donna. L’amniocentesi, inutile nelle puerpere giovani, uccide il 5% dei bambini in grembo. Un aborto mascherato!).
    Ricordi Aurelio Peccei e ” I limiti dello sviluppo”? In Italia tutto inizia con lui. Con lui, con Pannella e i suoi, con le appendici proto-ecologiste, come Italia Nostra e i “consultori familiari” della Bonino e di Spadaccia, degli aborti in trasferta inglese degli anni ’70, derivata prima del movimento di “liberazione” della donna.
    La senti l’aria mefitica, luciferina, della contro-tradizione di Guénon, l’aberrazione di Teilhard de Chardin, l’aria iniziatica di azzurri consessi, che hanno pervaso anche moltissimi imbambolati ambienti cattolici, con grandi passi verso la “nuova tradizione”, magari induista, tanto cara agli ambienti esoterici spiritualisti e religioso- sentimentalisti. È il trionfo della gnosi antica (cabala) e moderna (Nietzsche, Freud, esistenzialisti francesi e delle scuole di economia anglosassoni e francofortesi). È il suicidio ristoratore globale dell’umanità, come Guénon predicava fosse necessario, per distruggere ciò che un Dio cattivo ha creato, e dare giustizia al re del mondo, angelo ingiustamente cacciato agli inferi.
    Fai bene a ricordare che solo Santa Madre Chiesa si è opposta con sapienza e dottrina a tutto questo per decenni. Con la Dottrina Sociale della Chiesa di Leone XIII e con l’Economia Sociale di Mercato e l’ordo-liberalismo della scuola di Friburgo, basata su solidarietà e sussidiarietà, sul primato delle regole e delle istituzioni politiche e operative, sulla dignità della persona al centro dell’economia e dell’azione sociale…e della costruzione dell’Europa, ora in parte tradita e inquinata.
    Uno sforzo solitario, quello della Chiesa, che ha avuto pochissima fortuna politica, mediatica e intellettuale, anche in Italia, per la contaminazione statalista, affarista che ha pervaso la DC, figlia degenere del popolarismo di don Sturzo e per le contraddizioni interne alla medesima Chiesa, non priva di infiltrati.
    Pensa che lEconomia Sociale di Mercato solo da un paio di anni si insegna con specialisti credibili, come Flavio Felice, presso l’università cattolica Lateranense a S. Giovanni!
    Il documento licenziato ieri dalla CEI, sull’onda dell’impegno del Papa e di Maradiaga, mi pare che dia una sveglia a tutti. Un po’ tardi, però.
    Ma è già qualcosa per non perdere almeno la Speranza.

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  4. Climaco

    eccessiva semplificazione. Non so come si muoverebbe Chesterton nella Roma del 2015 ma so per certo cosa farebbero i padri del deserto, notaoriamente di poche parole e grande ascolto: si sforzerebbero di portare ( e intravedere lo stoppino fumigante avendo cura di non spegnerlo e non spezzando la canna incrinata) la luce … per non parlare del più santo di tutti, cioè Cristo. Inchioderebbe sulla croce la mancanza di amore senza perdersi in interminabili diagnosi.

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