Ciò di cui non si può parlare

ermo colle

Wittgenstein, il celebre filosofo svizzero oggi riscoperto i molti ambienti del cosiddetto transumanesimo, coniò un celebre aforisma: “Di ciò di cui non si può parlare si dovrebbe tacere”, proposizione apparentemente sensata ed assai ragionevole.

Peccato che le sole cose di cui valga la pena parlare sono proprio quelle che non si possono dire, almeno non con il linguaggio logico/matematico proprio all’illustre professore. L’amore e l’odio, la bellezza e l’indignazione, il piacere e financo il dovere non si lasciano ridurre a proposizioni matematiche e non sopportano quindi di essere ricomposti in un teorema capace di renderli pienamente comprensibili. Se dovessi attenermi all’aforisma wittgensteiano dovrei parlare solo di ipotenuse e cateti, il che renderebbe il mio dire indubbiamente esatto, ma altrettanto indubbiamente noioso. Mortalmente noioso.

Bisogna arrendersi all’evidenza: l’uomo è fatto per il mistero, la sola cosa che davvero ci interessa è quell’infinito al di là della siepe “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, per questo nella sua storia l’umanità ha elaborato altri linguaggi oltre a quello logico matematico: il linguaggio del simbolo, dell’arte, della poesia e della religione.

Con questo linguaggio non si possono elaborare teoremi, perché per sua natura non dimostra, ma allude, non vuole convincere, ma avvincere, non vuole costringere, ma attirare a sé. Eppure c’è in questa forma di linguaggio una via di conoscenza non meno degna di considerazione di quella logico formale, una via di conoscenza che basa la sua autorità sull’esperienza collettiva delle generazioni che ci hanno preceduto ed in questo si dimostra assai scientifica, perché attinge appunto ad una sapienza che è sostanzialmente frutto di esperienza.

I grandi mistici ad esempio scrissero cose vertiginose su Dio, alcune delle quali tanto lontane dal nostro sentire quotidiano che davvero sembrano venire da un altro mondo e potrebbero indurre nel lettore il sospetto della pazzia. Essi però parlavano di ciò che sperimentavano. Quando Atanasio pone l’assioma dell’Incarnazione, assioma assai duro da dimostrare in termini metmatici, non lo fa sulla base di un procedimento logico formale, ma a partire dalla sua esperienza. Il suo ragionamento è assai semplice: “ciò che non è stato assunto, non è stato redento” egli scrive, il che significa: poiché io, nella mia carne, so di essere stato redento, dunque questo significa che la mia carne è stata assunta.

Ci sono esperienze che non si lasciano ricondurre alla logica pura, perché c’è nell’uomo ben di più della logica, a meno di non tagliare via gran parte della nostra umanità. Tempo fa un amico cecoslovacco mi raccontava che durante il comunismo i programmi scolastici erano talmente ossessionati dal dover propagandare l’ateismo di stato che avevano escluso dall’insegnamento perfino i massimi letterati di quella cultura, come Kafka o Kundera, ben sapendo che chi si fa domande su ciò che c’è oltre la siepe di Recanati prima o poi risveglia la domanda su Dio.

Musica, pittura, letteratura, poesia hanno tanto da dire sull’uomo e allora credo che sia una ragione assai irragionevole quella che pretende di aver esaurito tutto ciò che c’è da dire quando ha finito gli argomenti di cui si può parlare in termini matematici.

Amici miei, tenetevi pure cateti e ipotenuse e lasciate a me Leopardi e la siepe di Recanati.

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6 commenti

Archiviato in Spiritualità

6 risposte a “Ciò di cui non si può parlare

  1. Davide

    Mi fa pensare ad una celebre scena di un celebre film….

    Che proprio stamattina avevo in mente…

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  2. Luca Zacchi

    L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Bisogna arrendersi all’evidenza: l’uomo è fatto per il mistero, la sola cosa che davvero ci interessa è quell’infinito al di là della siepe “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, per questo nella sua storia l’umanità ha elaborato altri linguaggi oltre a quello logico matematico: il linguaggio del simbolo, dell’arte, della poesia e della religione.

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  3. Che diremmo poi della Resurrezione?!

    Bisognerebbe però esser certi (io non lo sono, ma per semplice ignoranza) che con cose “di cui non si può parlare” il filosofo intendesse cose ” che non si posson dimostrare” (matematicamente) 😉

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    • In effetti non è così. Il pensiero di Wittgenstein è assai più complesso della vulgata che circola su di lui, però generalmente viene “venduto” così. Diciamo che più che con il Wittgenstein storico me la prendo con il Wittgenstein icona dei transumanisti

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  4. Giampiero Cardillo

    Mamma mia, Fabio, in quale ginepraio ci hai portato.
    Vero è che il transumanesimo è nemico della fede e va combattuto.
    Ma partire da Wittgenstein per confutarlo a me povero tuo lettore fa perdere l’obiettivo pastorale.
    Roba di alta filosofia. Ci vuole anche quella, ma non lasciarci annegare nel brodo della maieutica. Stimi troppo una parte di lettori nella quale sono ricompreso anch’io.
    Questi dementi di trans umanisti, strapagati dalle fondazioni anticristiane di mezzo mondo, dicono cose micidiali, con una lingua di legno, ma accattivante.
    Nel documento di Davos di qualche anno fa propongono di “creare le condizioni per una rivoluzione morale e intellettuale di orientamentoPROMETEICO”. Perciò Luciferino.
    La tecnologia che trasforma l’umanità. L’uomo nuovo ricreato, l’umanità sotto controllo scientifico. Eugenetica filosofica e reale, posta in essere in proporzioni massive. Come il glisofato della Monsanto sparso sul grano ci sta sterminando l’intestino procurando una epidemia di celiachia, così sarà distruttivo questo programma luciferino sulla società e sulla economia. Come vediamo ogni giorno.

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