La famiglia è un dono

Prosegue la lettura della lettera Amoris Laetitia, qui presento il capitolo 3

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Il terzo capitolo della AL si intitola: La vocazione della famiglia ed ha una funzione fondamentalmente preparatoria ai mirabili capitoli quattro e cinque, che sono la parte più interessante e nuova della lettera. Tuttavia non va letto superficialmente o velocemente, proprio perché getta i fondamenti del discorso successivo.

Il Santo Padre innanzitutto ricapitola il lungo percorso del “vangelo della famiglia”, partendo dalle sue radici bibliche e leggendolo nell’evoluzione del magistero dal Concilio Vaticano II fino all’enciclica “Deus Caritas”, è interessante la chiave di lettura attraverso cui è fatto questo excursus: coerentemente con quanto affermato nel capitolo secondo, il Papa si preoccupa innanzitutto di valorizzare la bellezza dell’insegnamento cristiano, sottolineando appunto che esso è un “Vangelo”, cioè una buona notizia, “ciò che è più bello, più grande, più attraente e nello stesso tempo più necessario” (AL 58).

E la buona notizia è questa: il matrimonio è per i cristiani la via ordinaria dell’amore, addirittura si fonda nel mistero della stessa Trinità “infatti non si può comprendere il mistero della famiglia cristiana se non alla luce dell’amore del Padre” (AL 59). Dunque non solo il matrimonio è una via di santità, ma addirittura un’esperienza mistica: nel loro darsi e riceversi i coniugi fanno un’esperienza autentica dell’amore trinitario, comprendono veramente e autenticamente Dio! “(Cristo Signore) assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza (…) In questo modo gli sposi sono come consacrati” (AL 67). Permettetemi di dire, da pastore in cura d’anime e da persona che dedica gran parte del suo tempo all’accompagnamento spirituale, che queste parole sono fortissime! Sebbene infatti il Papa su questo punto riprenda un magistero comune ai suoi predecessori, bisogna sottolineare che ancora sono molte e forti le resistenze nei parroci e nei confessori a riconoscere nel matrimonio una vera via di santità e addirittura una consacrazione.

Seguono alcuni capitoli dedicati a spiegare la teologia del sacramento del Matrimonio, che mi sembrano parimenti molto interessanti. Al centro della trattazione del Papa, coerentemente con tutta l’impostazione del capitolo, che riconosce francamente nel matrimonio un dono di Dio, c’è la Grazia. Ovviamente la Grazia porta con se delle responsabilità, ma troppo spesso abbiamo insegnato il matrimonio e i suoi doveri in maniera moralistica, partendo dall’impegno e basandosi esclusivamente sulla forza di volontà, dimenticando che il primo agente del matrimonio è Dio stesso, Spirito Santo amore, che unisce i due coniugi e si fa garante del loro amore: “Non saranno mai soli con le loro forze ad affrontare le sfide che si presentano. Essi sono chiamati a rispondere al dono di Dio con il loro impegno, la loro creatività, la loro resistenza e lotta quotidiana, ma potranno sempre invocare lo Spirito Santo che ha consacrato la loro unione, perché la grazia ricevuta si manifesti nuovamente in ogni situazione” (AL 74)

Come teologo dilettante trovo interessantissimo l’invito che il Papa fa di approfondire “l’azione divina nel rito nuziale”, specialmente ponendo attenzione sulla benedizione degli sposi, che, come avviene nella liturgia Orientale, assumerebbe quasi un valore di epiclesi. È da tempo che nel mio piccolo sostengo che quella benedizione andrebbe di molto valorizzata nel rito del matrimonio ed anzi sono personalmente convinto che sia un elemento “ad validitatem”, tanto quanto le parole del consenso, proprio perché non si dà Sacramento senza epiclesi e non è conveniente che l’effusione dello Spirito sugli sposi, conseguente allo scambio del consenso, vada considerata implicita.

A questa carrellata sul magistero segue l’analisi di alcune situazioni imperfette, intendendo con questo termine la condizione dei conviventi, dei divorziati risposati o di coloro che sono sposati solo civilmente. Trovo molto bello il riferimento che a questo proposito fa il Papa ai “semina Verbi” e mi sembra che sia un modello interpretativo molto positivo che consente di guidare il discernimento: se da una parte bisogna infatti sostenere che solo Cristo rivela con chiarezza l’uomo all’uomo, per cui solo a partire dal vangelo si può conoscere la verità sull’amore umano e sul matrimonio (Cfr. AL 77), al tempo stesso però è bello riconoscere i semi di verità che sono presenti anche in queste situazioni di imperfezione ed affermare che sebbene imperfetta, sebbene da purificare, sebbene da orientare verso la pienezza del bene, ogni famiglia è in una certa misura dono di Dio.

Partendo da qui si capisce meglio il sacro dovere del discernimento che incombe su ogni pastore, e francamente fatico a capire lo scandalo che questo paragrafo (AL 79) ha suscitato in tante persone. Il santo Padre infatti non fa che ripetere quella che è dottrina comune: da sempre la Chiesa ha insegnato che ferma restando la chiarezza della dottrina “il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi” e giustizia vuole che a situazioni diverse si risponda in maniera diversificata.

Il Papa non si preoccupa affatto di definire concretamente in che modo vada diversificata la risposta della Chiesa, lasciando la decisione alla libertà e alla coscienza dei pastori, ma non vedo proprio come da queste parole si possa dedurre una sorta di sanatoria generale, un “rompete le righe” che autorizzi a concedere indiscriminatamente l’Eucaristia ai divorziati risposati. Al contrario il dovere del discernimento è un dovere di giustizia innanzitutto verso Dio e il suo desiderio di donarsi a tutti, anche ai più lontani, e questo va fatto appunto riconoscendo e valorizzando i semi di bene presenti nelle famiglie che sono in comunione imperfetta con la Chiesa.

Poiché però la fecondità non è un elemento estrinseco che si aggiunge dall’esterno all’amore coniugale, ma è presente fin dall’inizio nell’unirsi degli sposi, la mentalità abortista e denatalista è invece condannata con una fermezza granitica: qui si va proprio contro il concetto stesso di famiglia e dunque non c’è davvero nulla che si possa salvare! “Se la famiglia è il santuario della vita (…) costituisce una lacerante contraddizione il fatto che diventi il luogo dove la vita viene negata e distrutta” (AL 83).

Finalmente siamo pronti per iniziare a leggere i capitoli quattro e cinque, che costituiscono il cuore della lettera, in essi il Papa ci parla dell’amore e questo è una vera buona notizia, perché alla fine dei conti la radice di tutti i mali della famiglia è proprio la confusione sull’amore, quindi è diventato essenziale ripetere all’uomo moderno cosa è questo amore e come costituisca la base e il fondamento della vita.

(…segue…)

2 commenti

Archiviato in Attualità, Spiritualità

2 risposte a “La famiglia è un dono

  1. Martina

    Grazie! Mi mancava la Fontana, ultimamente!

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  2. Giampiero Cardillo

    Sono invecchiato e ricordo meglio per immagini.
    Nell’indimenticabioe S. Francesco di Zeffirelli c’è un accenno non poco palese alla santità sacramentale della vita matrimoniale, quando un confratello del Santo guarda dalla finestra con troppa attenzione una bella ragazza fare il pane. Non guarda, sebbene affamato, il pane, ma la ragazza. Francesco allora non esita ad invitarlo a lasciare la comunità per quell’altra “paritetica”vocazione.
    Ma a chiamarla vocazione si corre un rischio, pari o inferiore alla banalizzazione dei rapporti matrimoniali, che non seguono da tempo la raccomandazione di Benedetto XVI ” non sposatevi con il cuore, ma con la testa”, con la ragione. Gli innamoramenti durano poco, in genere. Gli amori, la condivisione di un progetto di vita assieme, possono durare una vita intera. Ti chiedo: la portata epocale di un congegno magistrale di tal peso: la vocazione alla Santità come presupposto del matrimonio non sarà una selezione troppo feroce, senza formazione ed educazione appropriata, che la Chiesa ormai esercita solo nei corsi prematrimoniali, ormai vuota di bambini e giovani, nelle scuole e nelle parrocchie? ( a parte il tuo buon lavoro di comunicazione).
    Per i i nostri mondi occidentalizzati, sempre più poveri di risorse individuali e familiari, ma ricchi di “diritti civili”, come la pornografia, la ludopatia, il disimpegno, la separazione inconciliabile e totale fra sesso e procreazione con contraccezione “obbligatoria” e con l’aborto non tanto eventuale (e se le cose vanno male si divorzia, se vanno malissimo, ci si può sempre ammazzare o farsi far fuori a pagamento), mi chiedo se la denatalità, fonte di accettazione del conseguente meticciato culturale che si somma al sottoproletariato precario diffuso che consegue, potrebbe essere un incentivo parallelo, uno spauracchio utile a cercare la vocazione matrimoniale cristiana, per evitare almeno un po’ dei disastri sociali dei quali non si sa più discernere bene l’origine? (infatti intitoleremo a Pannella strade e scuole).

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