Introduzione 3: Sposo e sposa

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Ecco, ci siamo! Da domani dovrebbe essere in libreria la mia (pen)ultima fatica, proseguo quindi con la presentazione regalandovi la terza e ultima puntata dell’introduzione (trovate le prime due puntate qui e qui)

Sposo e sposa

L’intuizione di Dio come Sposo si forma gradualmente nella Bibbia. Se è vero, come dice Alonso Schökel, che tutta la Storia della Salvezza è racchiusa nell’inclusione di due nozze, quelle di Adamo ed Eva e quelle dell’Agnello e della Chiesa, è anche vero che gli autori biblici hanno preso coscienza poco alla volta della forma nuziale, e quindi erotica, dell’amore di Dio.

Il primo a definire Dio «lo Sposo» è il profeta Osea, che nel VII secolo a.C. con un’intuizione geniale quanto quella di Abramo, rileggendo la sua esperienza umana di marito tradito, coglie in sé e nel suo amore ferito l’immagine dell’amore di Dio offeso dai tradimenti di Israele. Da questo già si comprende che l’attenzione del profeta, più che sulla Sposa/Israele, è sullo Sposo/Dio, presentato come «geloso», cioè come un Dio che richiede una coerenza assoluta tra fede e vita, e al tempo stesso capace di un amore esagerato, che perdona ogni infedeltà e accoglie sempre. È da notare che Osea spinge l’amore dello Sposo fino al punto di non parlare nemmeno della necessità di una conversione della Sposa infedele. Mentre lo Sposo/Dio ama appassionatamente Israele, alla Sposa non è richiesto nemmeno di amare il suo Sposo, ma solo di non fuggire da lui.

A partire da qui e passando per Ezechiele, Geremia e il secondo e terzo Isaia, l’immagine si arricchisce sempre più di dettagli. Dio viene rappresentato ora come l’innamorato che riempie di doni la sua Sposa e si compiace di lei, fino alla bellissima frase del terzo Isaia, che inaugura una nuova lettura della metafora: dopo quella della contesa giuridica e quella dei doni nuziali, il tema delle nozze diventa finalmente il tema della fusione sponsale tra Dio e l’uomo: «Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is 62,2).

Questa terza chiave di lettura è assolutamente scandalosa per il rigido monoteismo ebraico e quasi non ha seguito nei profeti, proseguendo però nella Storia della Salvezza come una corrente segreta e sotterranea fino a sfociare nel NT, dove assume invece uno spazio centrale. I discepoli di Gesù leggono la metafora nuziale in modo nuovo rispetto alla tradizione veterotestamentaria. Innanzitutto lo Sposo non è più JHWH, ma Gesù stesso (mentre mai nell’AT il Messia era definito sposo di Israele), e soprattutto l’attenzione si sposta dal contesto giuridico a quello esistenziale; in altre parole, l’immagine non esprime più tanto la lotta dello Sposo per riconquistare la fedeltà della Sposa fedifraga, quanto la straordinaria intimità che si stabilisce tra Cristo e i suoi, fino alla vertiginosa espressione di Paolo: come lo sposo e la sposa, anche Cristo e la Chiesa sono una carne sola (Ef 5,32). Per la prima volta in un contesto biblico si osa paragonare esplicitamente l’unione mistica tra Dio e l’uomo all’unione sessuale!

La metafora paolina porta i Padri della Chiesa a interrogarsi: che cosa hanno in comune l’eros e la preghiera perché Paolo possa stabilire in tutta naturalezza questa equivalenza? Leggendo a ritroso l’Antico Testamento, possono così facilmente applicare il Cantico a Cristo e alla Chiesa, come nel frattempo i più mistici tra i rabbini avevano incominciato a fare riferendolo a JHWH e al popolo di Israele.

Ippolito e Origene scrivono pagine straordinarie in questa prima lettura del Cantico, ma bisogna aspettare il XII secolo, quando la rinascita degli studi umanistici, soprattutto di Ovidio, porta un’intera generazione a interrogarsi sul mistero dell’amore e bisogna aspettare un predicatore che sia anche teologo, poeta e mistico come san Bernardo per poter estrarre dal Cantico tutta la sua potenzialità, tanto che egli ne deduce quasi una summa di teologia spirituale. Si può dire che la sua esegesi del Cantico è il cuore della spiritualità cistercense, quella che è stata giustamente definita la «spiritualità dell’affectus».

Scrive san Bernardo nel suo mirabile commento: «Per esprimere i dolci sentimenti tra il Verbo e l’anima non si sono trovati nomi tanto dolci quanto quelli di sposo e sposa: infatti tra loro tutte le cose sono in comune, nulla hanno di proprio, nulla di separato. Unica è l’eredità di entrambi, unica la mensa, unica la casa, unico il talamo, unica persino la carne (…) quanto è grande la forza dell’amore! Nello Spirito quanto è grande la fiducia nella libertà! Quale prova più evidente del fatto che il perfetto amore scaccia il timore?».

Anche se occasionalmente berrò ad altre fonti, terrò sempre a portata di mano nelle mie meditazioni il commento di san Bernardo, tanto l’abate di Clairvaux mi sembra aver penetrato il mistero.

Vale la pena di raccontare la genesi di quest’opera straordinaria, anche perché ci aiuta a comprendere l’importanza e il ruolo che il Cantico aveva nella spiritualità del tempo. Bernardo era seriamente malato e, dovendo trascorrere un lungo periodo in infermeria, volle chiamare accanto a sé l’intimo amico Guglielmo, abate di St. Thierry, anche lui convalescente. I due trascorsero molti mesi insieme e scelsero di leggere e tenere a oggetto delle loro conversazioni proprio il Cantico, nel commento di Origene. Quelle conversazioni sono alla base dei bellissimi commentari che entrambi scrissero anni dopo, ma soprattutto segnarono in modo indelebile la loro amicizia, tanto che Bernardo, in molte delle lettere scritte all’amico, non si fa scrupolo di citare l’amore degli sposi del Cantico come modello della sua relazione amicale con Guglielmo, a volte in maniera addirittura imbarazzante.

Ne trascrivo un esempio: «Stringo tra le braccia chi mi sta infisso nel cuore e non v’è chi possa strapparlo dal mio grembo. Abbraccio come nuovo quello che era già il mio vecchio amico, perché le amicizie non si logorano in vecchiaia, altrimenti non sarebbero mai state vere. Lo tratterrò e non lo lascerò andare, finché non lo avrò condotto nella casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice». Come si vede il Cantico è talmente penetrato nella spiritualità e nella sensibilità di questi due vecchi monaci che con sconcertante libertà lo usano per descrivere i loro sentimenti reciproci.

Con Bernardo e tutti i monaci medioevali, anche noi cercheremo di leggere il testo liberando l’affectus, amando cioè lo Sposo di vero cuore, con tutta la carica emotiva, direi quasi erotica, della nostra umanità. Come questi santi monaci vogliamo che il Cantico ci diventi il più familiare dei libri biblici, che diventi la guida e il modello del nostro amore, non solo verso lo Sposo divino, ma in tutte le relazioni umane, perché l’amore è uno e dunque le sue regole sono le medesime, sia che si tratti di amare Dio sia che ci si rivolga al nostro prossimo.

Ciò che mi propongo è molto difficile e non può accadere senza il tuo contributo personale. Nessuno infatti può insegnarti l’amore. Tutto ciò che posso fare è aprirti il mio cuore, mostrarti l’amore che io stesso ho ricevuto e parlarti dell’Amato nella speranza di suscitare in te il desiderio di lui, di infiammarti a tua volta, come accade quando sentendo lodare la bellezza e le virtù di una donna ci si sente infiammati dal desiderio di conoscerla e incontrarla personalmente, ma in nessun modo potrei sostituirmi a te in questo incontro: l’incontro con lo Sposo è un fatto eminentemente personale e non può essere comunicato direttamente. È il Cantico stesso del resto che esprime questa effusione dell’amore e, nella misura in cui il suo testo ti diventerà familiare, esso potrà accendere in te la fiamma del desiderio.

«E anche se nessuno di noi può avere l’audacia di attribuirsi il titolo di sposa, poiché apparteniamo alla Chiesa che con merito si gloria di quel nome e della realtà che esprime, possiamo rivendicare la partecipazione a quella gloria. Grazie a te Signore Gesù, che ti sei degnato di riunirci nella tua amatissima Chiesa perché ci unissimo a te come una sposa con i suoi abbracci gioiosi, casti ed eterni, contemplando anche noi a viso scoperto la tua gloria, che possiedi con il Padre e lo Spirito Santo».
(San Bernardo)

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