Nasce il Dio disarmato

natale-2016

Carissimi parrocchiani, questo è il quinto Natale che passo con voi ed inizio ormai a sentirmi “in famiglia” qui al quartiere Ostiense. Ho pensato quindi di rivolgermi a voi con una lettera, nel tentativo di raggiungervi tutti per porgervi i miei migliori auguri di Natale, e, così spero, per avviare una tradizione, che spero gradita, di una presenza della Parrocchia nelle vostre case.

È dunque Natale; al di là della festa e del gioioso ritrovarsi delle famiglie, del tutto legittimo e, credetemi, tanto gradito agli occhi di Dio, cerchiamo però di andare più a fondo, per cogliere il senso vero dell’evento che sta alla radice della festa. È Natale dunque, e tutti ne siamo felici, ma cosa festeggiamo? Perché questi giorni sono impressi nella coscienza di tutti noi come giorni speciali, tanto che nessuno, credente o no, può sottrarsi al loro fascino?

Certamente la memoria dell’infanzia ha il suo peso, un po’ tutti ci sentiamo tornare bambini mentre guardiamo i nostri figli e nipoti felici per i regali ricevuti, e tuttavia una domanda potrebbe inquietarci: cosa dare loro di più profondo e duraturo al di là delle emozioni di un momento? Possiamo dare ai nostri bambini qualcosa di più di un giocattolo o un vestito? Come trasmettere loro i valori che formano l’essenza del Natale, il suo vero significato?

A mio parere la cosa più semplice da fare è restituire il Natale a Gesù, concentrarsi non tanto sulla coreografia esteriore (l’albero, il Babbo Natale, i doni…), ma su quella simbologia cristiana tanto più ricca di valori perché radicata nella Bibbia. Penso soprattutto alla bella tradizione, inaugurata da S. Francesco, del presepe. Che tristezza che in tante case oggi il presepe venga trascurato! Sarebbe invece così bello farne il luogo di raduno della famiglia, magari addirittura un piccolo altare domestico, intorno al quale incontrarsi per pregare in questi giorni… Per questo abbiamo inaugurato qui in Parrocchia l’esperimento della Scuola di Presepe.Ma cosa ha da dire ancora a noi, uomini del duemila, il presepe? Cosa ha da dirci questa storia di un Dio-bambino, che sembra essere solo una bella fiaba? A me pare che l’essenziale sia proprio ciò che, essendo sotto i nostri occhi, e ormai da tanto tempo, è diventato quasi invisibile. L’essenziale sta proprio in questo: Dio ha scelto di visitare l’uomo, Dio non è un estraneo, uno che guarda il mondo da lontano, ma al contrario ha voluto coinvolgersi con noi, vivere la nostra storia dal di dentro per così dire, ha voluto conoscere freddo, fame e povertà, per poter condividere fino in fondo la nostra condi­zione umana, così che nessuno potesse più dire: sono solo!

Questo è ciò che festeggiamo innanzitutto nel Natale: nessuno è solo, nessuno per Dio è straniero. Non c’è condizione umana che Egli non abbia preso su di sé, e quindi redento. Sei povero? Anche Gesù lo è stato. Sei malato? Anche Lui ha sofferto nel suo corpo. Sei un emigrante? Anche Lui lo è stato, in Egitto, esiliato dalla sua stessa gente. È stato ferito, disprezzato, rifiutato, solo e abbandonato, ha patito freddo e fame. Nessuno perciò può dire di Dio: Lui non sa cosa significhi vivere così, Lui è lontano da me. Penso soprattutto a tanta povera gente colpita dal terremoto, molti nostri parrocchiani sono originari dell’Abruzzo o delle Marche ed hanno parenti ed amici nelle zone terremotate, quando non hanno perso i loro stessi beni di famiglia. A tutti loro voglio dire con calore, in questo freddo Natale, non siete soli, non siete abbandonati! Dio è con voi in un modo tutto speciale.

È certamente un mistero insondabile quello della sofferenza umana, eppure Dio non l’ha scansata, anzi, al contrario, si è fatto talmente uno di noi che se ne è fatto carico fino in fondo, fino alla morte, per poter condividere con noi tutto della nostra esistenza. Così Dio ha voluto essere piccolo e povero per essere accanto a te, ha scelto di vestirsi di panni di umiltà per condividere la tua storia e la tua vita fino in fondo.

Ha voluto nascere come l’ultimo degli uomini, in una capanna, circondato da povera gente, per scendere più in basso di ogni bassezza, perché i concetti di basso e alto fossero ribaltati e noi comprendessimo che la dignità e il valore dell’uo­mo non stanno nei suoi averi. Così possiamo veramente dire che il Presepe più vero, il più simile a quello di Gesù, è uno dei campi di baracche o tende che accolgono la gente colpita dal terremoto.

Questa novità di un Dio povero, piccolo e umile, è una realtà sconvolgente, inaspettata. Noi vorremmo vedere un Dio sempre vincitore, che trionfa sul male e sconfigge il nemico, che ci salva e ci libera da ogni sofferenza, invece Gesù incarna un Dio che è sì vincitore, ma attraverso l’apparente fallimento. Giudicata da un punto di vista strettamente umano, prescindendo dalla Risurrezione, la vicenda terrena di Gesù è uno dei più clamorosi fallimenti della storia, eppure è attraverso questo fallimento che passa la nostra salvezza.

Questo appare come lo stile di Gesù in ogni aspetto del­la sua vita. Gesù fugge dai clamori della folla e dai gesti spettacolari, non cerca il consenso delle masse, né il potere, fino ad accettare, lui, il Signore dell’universo, di morire appeso al pa­ti­bolo, come un delinquente qualsiasi, nel più totale abbassamento, nascondendo la sua divinità ai nostri occhi.

Questo stile di nascondimento e di abbassamento è presente già nel mistero del Natale, già ora Dio si nasconde nelle sembianze di un bambino infreddolito. Non a caso l’ico­nografia natalizia più antica ci presenta la culla simile ad una bara e Gesù bambino fasciato come un morto pronto per la sepoltura, è un modo di stabilire il nesso profondo che esiste tra Natale e Pasqua, tra la gioia di questa notte e la luce della Risurrezione, che passa attraverso il più radicale dei nascondimenti: la sparizione nel buio del Sabato Santo, quando Gesù è ingoiato dal sepolcro.

Perché? Perché Gesù sembra voler continuamente nascondere la sua divinità? Se è venuto al mondo per rivelarsi non dovrebbe essere nel suo interesse farsi conoscere chiaramente da tutti? E anche noi, nelle nostre preghiere, nei nostri momenti bui quante volte lo abbiamo detto: ”Signore, dove sei? Hai detto che mi ami, perché ti nascondi?”

Io credo che questo nascondersi del Signore sia soprattutto per tutelare e rispettare la nostra libertà, perché nessuno si senta aggredito da Lui, nessuno sia forzato a credere, Dio è umile, perché mi ama, perché di fronte a Lui, l’Infinito, l’As­soluto, io non potrei esistere con la mia libertà e la mia volontà, se Lui non velasse se stesso.

Dio si nasconde perché io possa essere me stesso, si spoglia della sua grandezza perché io possa andargli incontro senza paura. Sceglie di essere bambino per presentarsi a noi nel modo più inoffensivo. Chi potrebbe aver paura di un bimbo in fasce?

E così l’Onnipotente, colui che non ha bisogno di nulla si presenta a noi povero e bisognoso di tutto. Ha scelto di aver bisogno dell’uomo questo Dio, perché l’uomo potesse accostarsi a Lui senza paura, ha scelto di aver bisogno dell’uomo perché noi fossimo innalzati alla dignità di suoi collaboratori. Avrebbe potuto farne a meno, ma ha scelto di avere bisogno di noi per farci partecipare alla sua gioia. Ha scelto di affidarsi a noi per dimostrarci la sua fiducia.

Contemplando il bambino-Dio comprendo quanto è vana la ricerca dell’uomo di essere forte o autorevole, perché la vera forza e la vera autorità stanno altrove, non si basano certo su ciò che è forte agli occhi del mondo, perché tutta la potenza e la maestà di Dio sta in questo piccolo bimbo: è nulla, è un esserino indifeso, ma è al tempo stesso il Re dei re e il Signore dei signori. Lui, l’Onnipo­ten­te, ha scelto di essere impotente per amore, Lui, il Forte, ha scelto di essere indifeso perché io non mi sentissi più minacciato da Lui. Ha voluto nascere disarmato e vivere disarmato, spoglio di ogni segno esteriore perché nessun uomo si sentisse mai costretto dalla forza a credere in Lui.

Così la Chiesa se vuole essere la casa di Dio, il luogo dove Dio diventa carne, dove entra nella storia a condividere la nostra condizione umana, non può assomigliare ad una reg­gia. Il Dio umile non abita nelle regge. La nostra Chiesa se vuole essere davvero bella deve assomigliare alla capanna di Betlemme, dove fa freddo, piove, dove c’è povertà, ma c’è anche la presenza di Gesù, che genera la semplicità dell’amore di Giuseppe e Maria, la semplice comunione dei poveri, in cui si incontrano insieme pastori e re magi.

In questa povertà e semplicità, in questa comunione, la Chiesa diventa luogo di pace, l’annuncio degli angeli: “pace in terra agli uomini di buona volontà” diventa vero in questa realtà di comunione, che perciò è l’essenza stessa del­la Chiesa. La Chiesa, se dissolve la realtà dei rapporti interpersonali nell’anonimato della burocrazia o  nella ritualità dei sa­cramenti, viene meno in maniera essenziale alla sua stessa missione.

La Chiesa non vive se è ricca di mille e belle iniziative, né nella solennità della liturgia o nelle preghiere più commoventi e profonde, che se vissute senza amore sono sterili, ma nella comunione reciproca dei suoi membri. È qui in gioco la sopravvivenza della Chiesa in quanto Chiesa, la difesa di ciò che il Signore ha davvero inteso creare chiamando i dodici perché stessero con Lui e per annunciare il Vangelo, perché un annuncio cristiano che non generi vera e profonda comunione tra le persone, avreb­be fallito nella stessa sua ragione di essere.

Nostro primo dovere in quanto uomini di Chiesa sarà perciò la difesa della comunione, della gioia di essere insieme, la rinuncia quindi ad ogni aggressività e violenza, l’accoglienza reciproca, privilegiando soprattutto il più piccolo e il più povero.

Quanta violenza nel nome di Dio è stata compiuta da tutti gli uomini, in tutti i tempi, ad ogni latitudine, sotto ogni religione! Quanta violenza ancora oggi! Anche qui, in Italia, anche nella Chiesa Cattolica, anche nella nostra parrocchia! Non c’è solo la violenza fisica, sapete? C’è anche quella verbale, c’è l’esercizio arrogante dell’autorità, che diventa manifestazione di potere. C’è la pretesa di attribuirsi autorità inesistenti per sottomettere gli altri. E tutto questo tra coloro che dovrebbero dirsi ed effettivamente sono fratelli!

No, fratelli miei, prendiamo esempio da Gesù, guardiamo al Dio bambino, al Dio disarmato, che ci guarda dal presepe e disarmiamo i nostri cuori, impariamo dal Natale ad andare uno incontro all’altro con umiltà, con vero spirito di servizio, perché nessuno più si senta minacciato da noi.

Quanta paura c’è in noi di mostrarci indifesi: siamo sempre sul chi vive, viviamo sempre come con il coltello tra i denti, nella convinzione, più o meno espressa, che il nostro prossimo sia nostro nemico, che sia sul punto di ingannarci o tradirci. Ma da questo atteggiamento non può nascere mai comunione. La comunione presuppone sempre l’atto di fiducia unilaterale di uno che rinuncia a difendersi, che si consegna indifeso al suo prossimo.

Gli angeli nel presepe cantano: pace in terra agli uomini di buona volontà, e non è proprio in questo disarmarsi l’inizio della pace? Non è proprio in questo andare l’uno verso l’altro umili e poveri, in un reciproco atto di fiducia, l’inizio di ogni pace possibile?

Umiltà e povertà interiore sono l’inizio della pace, perché il conflitto nasce dal possesso, ci armiamo l’uno contro l’altro perché riteniamo di avere qualcosa da difendere, poco importa se ciò che ci sembra di dover difendere sono valori materiali o spirituali. Non fa molta differenza se io mi armo per difendere il mio denaro o il mio orgoglio o se mi armo per difendere i valori che considero sacri, dal momento che il risultato finale è lo stesso: dalle armi infatti non può che nascere il conflitto. Prendiamo esempio da Gesù, Dio disarmato, che ha scelto di difendere la Verità e l’Amore attraverso la croce e l’apparente fallimento, attraverso il nascondimento e l’umile abbassarsi e in questo modo ha portato a tutti noi la salvezza e il Regno di Dio.

Sia questo Natale per tutti noi l’occasione di un grande esame di coscienza. Sia questa l’occasione per ciascuno di vedere il Dio-bambino nascere nel fratello, così che ogni uomo sia come la capanna di Betlemme: un mistero da guardare con infinito stupore e rispetto, con uno sguardo di adorazione commossa, come quello di Maria nell’immagine che abbiamo messo in prima pagina. Osserva come Maria abbraccia il bambino, con che tenerezza e delicatezza, e al tempo stesso con che sguardo stupito e commosso. Maria è tutta presa dalla preziosità di questo Dono e dallo stupore di essere stata chiamata, lei, la piccola e umile serva del Signore, ad accoglierlo e custodirlo. Impariamo da questo sguardo e da questo abbraccio ad andare l’uno incontro all’al­tro. Così dobbiamo guardarci, così dobbiamo abbracciarci.

Impariamo in questo Natale ad amare l’umanità dell’al­tro, meravigliati e stupiti dalla sua preziosità. Impariamo ad amare fragilità e debolezze di ciascuno, ad andare al di là di ciò che immediatamente appare, presentandoci disarmati l’uno verso l’altro così da poterci servire reciprocamente servendo il Gesù che nasce in ciascuno.

È questo per tutti voi il mio augurio di Natale: un Natale che sia tempo di armistizio, un Natale in cui guardarsi l’un l’altro con semplicità e umiltà, un Natale di comunione e pace, in cui darsi come reciproco e vero regalo un atto di fiducia, perché davvero tra noi nasca Gesù, perché nasca la Chiesa.

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13 commenti

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13 risposte a “Nasce il Dio disarmato

  1. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Nasce il Dio disarmato… lettera ai parrocchiani del fratello don Fabio Bartoli.

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  2. Non capisco perché la Chiesa dovrebbe assomigliare alla capanna di Betlemme. Gesù è nato davvero nella capanna di Betlemme, è nato in un luogo freddo, buio, povero. Ma è nato lì “perché non c’era posto per loro nell’albergo”, non perché ha scelto lui di nascere in una capanna. Lui ha scelto di nascere (donarsi) a qualunque costo, anche in una capanna se necessario, certo! Ma avrebbe preferito essere accolto diversamente, credo… Diamo dunque a Dio quello che è di Dio, tributiamo onore e magnificenza al nostro Salvatore. La povertà non serve a nessuno, quello serve è la povertà nello spirito, il confidare solo in Lui, non la povertà materiale: Dio ce ne scampi, guardi e liberi.

    La pace e la comunione tra gli uomini (di buona volontà) non sono affatto disturbate dalla preoccupazione e dal soddisfacimento delle cose materiali. L’unica cosa necessaria perché vi sia pace e comunione tra gli uomini è che prima, come premessa ineludibile, ci sia pace e comunione con Dio.

    Andare incontro agli altri con spirito di servizio è una grande e bella cosa. Ma non ci sono solo quelli che abbiamo di fronte a noi; prima ci sono quelli che stanno dietro di noi, che hanno diritto e si aspettano di essere difesi e protetti da noi, nutriti, cresciuti, educati, vestiti. I miei figli, la mia famiglia, la mia gente, la mia patria. Prima loro. E quanto agli altri, accoglienza e spirito di servizio: certo! Ma non a costo di dimenticare chi sono, qual è la mia storia, Chi mi ha salvato e redento. Soprattutto, non a costo di consegnare me stesso e la mia gente inerme a chi non esiterebbe a spazzare via la nostra vita.

    Voglio dirlo chiaro e tondo, caro don Fabio: io sono pronto alle armi, dalla preghiera fino al sangue, per difendere la mia vita, i miei valori, la mia famiglia. Il conflitto, che tu sembri avere in così grande odio, carissimo don Fabio, non è sempre un male, anzi. E’ necessario, a volte, il conflitto. La storia della salvezza, la nostra grande storia, la storia della chiesa, è una storia di conflitti. Non possiamo dimenticare che questo mondo è di satana e dei suoi servi. Non possiamo pensare di sedere a tavola con il nemico. Chi vuole sedere a tavola con me, deve essere dalla mia parte.

    Scusa, ma non ne posso veramente più di sentire parlare di povertà e d accoglienza. Parliamo un po’ di Dio, di patria, di famiglia.

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    • Come sei corto di vedute fra’…

      Secondo te se Dio Padre avesse voluto che Suo Figlio nascesse in un palazzo al caldo forse non ci sarebbe riuscito??

      Certo che la Santa Famiglia di Nazareth non ha trovato posto presso nessuno e così anche Gesù Bambino, ma forse che Dio non lo ha permesso e voluto come preciso segno e ciò ha un preciso significato?

      Ciò nulla toglie all’onore e alla magnificenza dovuta a Nostro Signore oggi in terra a partire dall’architettura delle nostre chiese (che spesso pare dimenticata nelle moderne realizzazioni, soprattutto se confrontata con quella dei secoli passati). Ma questo discorso diverso…

      Secondo il tuo ragionamento poi tanti, ma tanti Santi, che hanno scelto la completa povertà materiale per essere liberi di vivere quella spirituale godendo della sola Provvidenza Divina, avrebbero preso”lucciole per lanterne”…

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  3. Giampiero Cardillo

    La Dottrina Sociale della Chiesa e l’Economia Sociale di Mercato parlano del rispetto della dignità umana, della libertà della persona, dell’eguaglianza in dignità di tutte le persone, del valore dei diritti umani, della responsabilità di tutti per il bene comune, della destinazione universale dei beni e l’opzione preferenziale per i poveri, di sussidiarietà e solidarietà, di verità, libertà e giustizia, del dovere di lavorare. Della necessità di liberarsi dal bisogno, anche rispetto al bisogno di possesso come sfrenato desiderio (1Tm 6.10). Parla delle ricchezze che “realizzano la loro funzione di servizio all’uomo quando destinate a produrre benefici per gli altri e la società”.
    “Come potremmo fare del bene al prossimo se tutti non possedessero nulla?” , si chiede Clemente Alessandrino, per non citare S. Giovanni Crisistomo: le ricchezze sono un bene che viene da Dio: chi ne possiede deve farle circolare per acquistare meriti nel condividerle.
    Credo che “fra….” volesse parlare invece contro il pauperismo, malattia endemica del cristianesimo che “torna al Vangelo”, dove il tornare significa arrendersi alla complessità della vita sociale, alla responsabilità di farvi fronte. Credo che ” fra…” si riferisse anche alla disorganizzazione organizzata della migrazione di dieci milioni di persone in dieci anni, a una guerra asimmetrica preparata per ragioni diverse dalla solidarietà, ma per obiettivi di dominio geo-politico, perché indotta non solo mediante guerre, anche cosiddette civili, inventate a tavolino, ma anche con trasferimenti coatti curati da criminali organizzati, con carestie indotte, con false promesse e altre invenzioni diaboliche.
    Le sacrosante misure e disposizioni all’impegno individuale e collettivo di solidarietà debbono, perciò, accompagnarsi al governo responsabile di simili fenomeni, per interromperne la genesi continua, combattere chi li procura ad arte. Anche usando la forza, come ultima ratio.
    Nella responsabilità necessaria e sufficiente a conseguire l’obiettivo.
    Don Fabio, correggi un vecchio militare dove sbaglia.

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    • @Giampiero, credo che se fra’ voleva dire… avrebbe potuto dirlo (magari in altro modo e altra maniera) e meglio sarebbe stato non partire dal presupposto così palesemente travisato della “capanna di Betlemme”.
      Perché a me pare invece che le cose che tu dici sono altre e molto più condivisibili.
      Ma ci sono anche dei rischi che si corrono nella giusta sollecitudine verso la povertà degli altri…

      Il primo è dimenticare che la più grande povertà dell’Uomo è quella di NON conoscere Dio, non aver incontrato Cristo.

      Il secondo è che ogni Cristiano ha il dovere di incamminarsi e non fermarsi su una seria strada di conversione, prima ancora di occuparsi delle “cose materiali” – o meglio non invertire il valore delle due cose. Questo per sé e per gli altri.

      Perché (altro rischio) è quello di trasformare la Chiesa in una ennesima ONLUS (pseudo) no-profit e non è questo il mandato di Cristo ai suoi.

      Quanto al “Chi vuole sedere a tavola con me, deve essere dalla mia parte…” (cit. fra’) sarà bene ricordare che Cristo si è seduto a tavola con chi ha voluto – e anche di questo accusato – e non solo ha mangiato “con il nemico” (mi pare ci fosse anche un certo Giuda alla sua tavola…), «ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 9 A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.»
      Poi certo ci sono stati e Dio non voglia ci potrebbero essere ancora Tempi in cui si imbracciano le armi e la difesa degli inermi innocenti diviene doverosa, ma questo è altro discorso che ci porterebbe lontano.

      A livello personale il “modello” (termine che non mi piace, ma per capirci) rimane Cristo “Gesù, Dio disarmato, che ha scelto di difendere la Verità e l’Amore attraverso la croce e l’apparente fallimento, attraverso il nascondimento e l’umile abbassarsi” (cit. Don Fabio), anzi una kenosis sino alla morte.
      Ma questo o Dio ce lo concede, o non è nelle nostre forze.

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      • Voglio fare alcune precisazioni che ritengo irrinunciabili. Poi mi asterrò da ulteriori commenti perché, con Bariom, abbiamo già discusso in lungo ed in largo di queste cose.

        Non capisco in cosa consisterebbe il presupposto così palesemente travisato della “capanna di Betlemme”. E’ vero o non è vero che è nato lì “perché non c’era posto per loro nell’albergo”? Se ci fosse stato posto, Maria e Giuseppe avrebbero scelto l’albergo, non la capanna. E questo significa che potevano anche permettersi di pagare l’albergo, quindi non erano poveri.

        Cristo, è vero, si è seduto a tavola con chi ha voluto, ma lo ha fatto per convertire, cioè per chiamare dalla Sua parte chi era lontano, non certo per assolvere il peccato. Questo è proprio quello che intendevo dire io: sono pronto a sedere a tavola con chiunque, ma solo se è disposto ad accogliere Gesù. Non fraternizzo con chi rifiuta il Vangelo. Chi rifiuta il Vangelo è mio nemico ed io ho il dovere, prima ancora del diritto, di difendere me stesso e coloro di cui ho la responsabilità. E’ vero anche che ha seduto a tavola con Giuda, ma di lui ha detto: “…guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!” Come vedi, nonostante Giuda si sia seduto a tavola con Lui, Gesù ha tenuto le distanze mi pare.

        Dici: “Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo…” Tutti siamo peccatori ed a tutti è offerta la redenzione. Ma non tutti siamo nemici di Dio; solo coloro che rifiutano il Vangelo e la redenzione operata da Gesù sono nemici di Dio: “ Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. 43 Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, 44 voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. 45 A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. 46 Chi di voi può convincermi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? 47 Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio ».” Come vedi non tutti sono nemici di Dio. E’ giusto, quindi, distinguere tra quelli con cui possiamo sedere a tavola, che saranno certamente peccatori, ma non nemici di Dio, e quelli che, invece, è bene tenere alla larga, perché sono nemici di Dio. Del resto, è sempre Gesù che ci raccomanda di scuotere la polvere dai nostri calzari, no?

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        • Gesù non ha “preso le distanze” da Giuda… Perché lo avrebbe tenuto tra i Discepoli sino al momento del suo definitivo tradimento?
          É poi Giuda che ha abbandonato il Cenacolo per compiere il suo tradimento. Gesù ha espresso a chiare lettere quale sarebbe stato il suo destino, la sua condanna… Ma Gesù lo ha fatto anche a scopo pedagogico, come monito pe tutti noi.
          Potremmo dire che sarà più duro con Pietro, quando si rivolgerà a lui addirittura chiamandolo “Satana”.

          Tu vorresti metterti al posto di Cristo per stabilire a priori che sarà passibile di condanna?
          Perché nella pratica come fai la tara a chi si può sedere alla tua tavola? Anzi per essere più precisi alla, tavola di chi sedersi?

          Forse che basta affermare di non credere o non voler sentir parlare del Vangelo?
          Tu come me di costoro ne hai certo in famiglia… Quindi sono interdetti alla tua tavola?

          Perché le frasi altisonanti faranno anche effetto, ma nel concreto…

          Torno e concludo con le ipotesi sulla Sacra Famiglia. Di certo San Giuseppe da buon padre di famiglia avrà avuto i soldi per pagare una camera, ma resta il fatto che Dio ha disposto diversamente…

          O pensi Dio Padre non c’entri in ciò che accadde quella Notte… Stano Padre Onnipotente.
          Quindi cosa ci significa quella Nascita nell’estrema povertà?
          Peraltro sono gli estremamente poveri i quei reietti del tempo i primi che vanno ad adorare il Bimbo.

          Ribadisco, ha spesso un modo troppo personale ed opinabile di interpretare le Scritture…

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          • fra' Centanni

            “Tu vorresti metterti al posto di Cristo per stabilire a priori che sarà passibile di condanna?” Tu Bariom hai il brutto vizio di attribuirmi cose che non mi sono mai sognato.

            Giuda è un infame che ha tradito Gesù agendo nell’ombra. Gesù, pur sapendo del tradimento di Giuda, ha rispettato la sua scelta di agire nell’ombra, perché per allontanarlo avrebbe dovuto fare ricorso alla Sua onniscienza divina. Quando però Gesù ha avuto di fronte chi gli si opponeva apertamente, non ha certo lesinato parole per correggerlo, fino a dichiararlo satana (vedi l’esempio di Pietro che tu stesso rammenti) o a dire: “…voi che avete per padre il diavolo…” a coloro che gli si opponevano. Quindi, se vuoi avere Gesù per modello, fai come lui! Combatti apertamente chi si oppone a Dio e non solidarizzare con i Suoi nemici. Non si tratta di mettersi al posto di Cristo per stabilire chi sarà condannato e chi no; si tratta, semplicemente, di prendere atto del fatto che chi difende (ideologicamente) la scelta di fare il male, è oggettivamente un nemico di Dio e non è possibile, anzi, è satanico solidarizzare con lui. Per fare un esempio molto semplice, io trovo scandaloso che papa Francesco abbia solidarizzato a più riprese con Emma Bonino, ma non per il fatto che sia una peccatrice (ha ucciso con le sue mani numerosissimi bimbi nella pancia della mamma), siamo tutti peccatori… ma per il fatto che lei difende il crimine dell’aborto qualificandosi come nemica di Dio. Com’è possibile solidarizzare con un essere del genere? Non capisco e ribadisco: è satanico solidarizzare con i nemici di Dio.

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            • Io non ti ho attribuito nulla… c’era un punto di domanda.
              La grammatica mi insegna che non era quindi una affermazione che come tale poteva essere una illazione, era un semplice domanda, pur se provocatoria.

              Sullo stesso tono potrei allora dirti – visto che la tua è invece affermazione perentoria – che ne sai di cosa faccio o non faccio io avendo per “modello” Cristo??

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          • fra' Centanni

            Avevo tralasciato le tue ultime considerazioni che, invece, meritano di essere “riconsiderate”.

            “Di certo San Giuseppe da buon padre di famiglia avrà avuto i soldi per pagare una camera, ma resta il fatto che Dio ha disposto diversamente…” Gesù non è nato in una capanna per disposizione di Dio. Il vangelo dice un’altra cosa: “…perché non c’era posto per loro nell’albergo…”. Non capisco cosa c’entrino le disposizioni di Dio. Secondo me sei tu che “hai spesso un modo troppo personale ed opinabile di interpretare le Scritture…”.

            “O pensi Dio Padre non c’entri in ciò che accadde quella Notte… Stano Padre Onnipotente”. Penso che Dio Padre non c’entri nulla con le scelte degli uomini. E’ onnipotente, ma rispetta la nostra volontà. Se Gesù è nato in una capanna, è perché quello è il posto che Gli è stato riservato dagli uomini. Cosa ci significa quella Nascita nell’estrema povertà? Semplicemente che Gesù era pronto a tutto pur di venire a salvarci. Ma sono sicuro che avrebbe preferito soffrire un po’ meno, se fosse stato possibile.

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            • Pensi che “Dio Padre non c’entri nulla con le scelte degli uomini…”?
              Per la verità non è quello che ho detto e sostengo.

              Secondo il tuo ragionare se subito gli uomini avessere accolto Gesù come un Re la cosa avrebbe avuto molto più senso, giusto? E avrebbe anche sofferto un po’ di meno…
              Chissà com’è che quando lo hanno acclamato come un Re, Cristo ha “girato l’angolo”.

              E in tutto questo Dio Padre stava solo a “guardare”… su come sono andate le cose Lui non c’entra… è stata solo una scelta degli Uomini.

              Chissa cosa aveva in mente Paolo se è arrivato a dire “Dio lo trattò da peccato in nostro favore…”.
              Dio, tratto Suo Figlio da peccato (!)… in nostro favore.

              Ma ti lascio alle tue interpretazioni (perché so già per esperienza che da lì non se ne esce…).

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  4. Sono contento di aver suscitato un dibattito con questa riflessione che voleva evidentemente anche essere un po’ provocatoria.
    Come pastore sento di essere chiamato a due compiti che a volte risultano un po’ contraddittori, credo che il mio dovere infatti sia tanto quello di confermare nella fede quanto quello di stimolare e correggere per la crescita della fede stessa.
    Sono d’accordo con fra’ cent’anni che certe volte il conflitto sia inevitabile e Gesù stesso non lo ha evitato, altrimenti non sarebbe morto crocefisso, ma quali sono le armi che ha usato in questo conflitto? Questa credo che debba essere la domanda radicale che dobbiamo porci.
    Gesù risponde al conflitto scegliendo la via della croce, Egli che avrebbe potuto invocare “diecimila legioni di angeli” in sua difesa ha scelto invece di consegnarsi ai suoi carnefici, questo è lo “stile” che invoco per me e per la Chiesa, stile che implica la fedeltà assoluta alla verità della Parola, senza fare sconti sull’esigenza della conversione o sulla coerenza della dottrina, ma anche di non voler imporre questa verità con le “armi” del mondo, come ha fatto spesso (e non possiamo non riconoscerlo) la Chiesa in un passato recente.
    Scegliere lo stile della croce è scegliere lo stile di una testimonianza muta, spesso fallimentare dal punto di vista della logica politico/militare, ma che confida nella potenza del Padre e nella sua Provvidenza segretamente guida la storia e per questo (proprio perché si presenta al mondo disarmata) può essere un vero appello alle coscienze.
    Ne è un esempio interessante la muta testimonianza di tanti martiri cristiani che sta lentamente provocando un collasso dall’interno del mondo islamico, a cui il potere è capace di rispondere solo con la violenza e la repressione, favorendo sempre più proprio quel rigurgito di coscienza che (chi non è dentro a queste cose non se ne avvede) sta facendo aumentare in modo esponenziale le “conversioni segrete”. Oggi come sempre il sangue dei martiri è seme di cristiani. Qui da noi, su scala molto più piccola, apprezzo molto ad esempio l’esperienza delle “sentinelle in piedi” che non cercano di occupare spazi, ma si limitano a testimoniare l’irriducibilità di una presenza.
    Quanto alla questione della povertà delle strutture è una questione un filo più complessa.
    La chiesa nei secoli ha elaborato un forma di evangelizzazione basata sulle strutture (scuole, ospedali eccetera) che negli ultimi quattro cinque secoli ha dato grandi risultati e sarebbe sciocco sottovalutare o ignorare.
    Però questo nei fatti ha finito con il creare una Chiesa “parastatale” attenta più alla conservazione delle strutture che alla conversione delle persone o alla qualità della comunione. Tocco con mano questo ogni giorno nella mia esperienza di parroco quando mi rendo conto della enormità di tempo e lavoro che il mantenimento delle strutture parrocchiali mi richiede, tutto tempo sottratto a quelle che dovrebbero essere le priorità del ministero: predicazione, direzione spirituale eccetera.
    Invoco allora per la mia Parrocchia e per tutta la Chiesa una robusta “dieta dimagrante”. Chiaro che non si può fare del tutto a meno delle strutture, non sono un’anima bella, ma i mille episodi di corruzione e malversazione in cui anche uomini di Chiesa si sono trovati invischiati, come la pressante e crescente esigenza di cambiare qualcosa nello stile dell’evangelizzazione sono segni dei tempi che devono farci riflettere

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  5. Daniele

    Don Fabio,
    non la conosco personalmente purtroppo, volevo solo ringraziarla, ho apprezzato moltissimo le sue parole e il suo augurio.

    Daniele

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