Vita quaresimale, vita pasquale

William-Congdon-Crocefisso-41-1966-olio-su-faesite-cm.-150x135-Milano-The-William-G.-Congdon-FoundationSpesso Gesù mi fa scherzi da prete. Ieri è stato uno di questi giorni, ero stato invitato a predicare dai frati minimi di S. Francesco di Paola, ma nel momento di parlare mi sono reso conto con terrore che non trovavo più il foglio con la traccia che avevo preparato e che non ricordavo assolutamente nulla, così sono stato costretto ad improvvisare.

Spero di non aver fatto un disastro, ma intanto, siccome detesto sprecare un lavoro, quella traccia che non ho mai pronunciato la offro a voi in forma di articolo, enjoy

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Cari fratelli, venerabili padri

Padre Francesco, mostrando grande ottimismo, mi ha invitato a predicare per voi perché, bontà sua, è rimasto colpito da un libretto che ho pubblicato questo inverno sulla Quaresima. Così eccomi qui, io che con tutta evidenza sono un pessimo testimonial per il digiuno, a parlare di vita quaresimale a voi che ne avete fatto addirittura un quarto voto. In pratica quindi mi sento un po’ come un novizio costretto a spiegare il carisma al suo abate. S. Giovanni Battista, che per tutti noi è maestro di penitenza, guidi le mie parole.

La prima cosa che voglio dire è che la penitenza nel cristianesimo non può mai essere un fine: il fine della vita cristiana, che è vita da risorti, non può che essere la gioia. Il deserto è il luogo da attraversare per giungere alla Terra Promessa, la Quaresima è la condizione necessaria per la Pasqua, ma il fine è appunto la Pasqua, cioè la Risurrezione. Il grande appuntamento verso cui tutti noi siamo incamminati non è al Golgota, ma sulla piazza d’oro della Gerusalemme Celeste. Una volta stabilito questo, che sono persuaso del resto che vi sia del tutto chiaro, la domanda sorge spontanea: che senso ha parlare di “vita quaresimale”? Se la Quaresima non può che essere una condizione transitoria, per quanto necessaria, come farne il centro di tutta la vita? In realtà c’è un senso e una logica profonda in questo, ma per comprenderlo dobbiamo fare insieme qualche passo, quindi state con me per qualche minuto per provare a comprendere il mistero che ci sta davanti.

La prima cosa da cui voglio partire è il legame necessario tra penitenza e vita comune. Di solito negli ordini religiosi, con una sorta di ammiccamento, si dice che la maggiore penitenza è la stessa vita comune, intendendo con questo che lo scontro tra le diverse individualità genera inevitabilmente un dolore e una fatica che, sopportati pazientemente, costituiscono di per sé una penitenza sufficiente ad espiare qualsiasi peccato. C’è del vero in questo naturalmente, però consentitemi una considerazione: dopo trent’anni di vita solitaria, perché troppo spesso la vita di un prete diocesano assomiglia a quella di un anacoreta, le fatiche e i dolori della vita comune non mi sembrano minimamente paragonabili con le angosce della solitudine e baratterei mille volte le mie notti insonni e solitarie con le liti e le piccole invidie di una comunità. Il punto è che qualsiasi stato di vita porta con sé le proprie tentazioni e naturalmente l’erba del vicino è sempre più verde. Piuttosto mi sembra che il legame necessario tra penitenza e vita comune sia più profondo.

Il fatto è che nessuna comunione è possibile finché siamo sotto quella legge che Paolo chiama la legge della carne, quella il cui imperativo categorico grida “salva te stesso”. Lo scopo della penitenza è per l’appunto liberarci da questa legge per farci entrare nella legge dello Spirito che al contrario dice “dona te stesso”. L’uomo psichico, non è capace di una vera donazione, solo l’uomo spirituale, cioè chi è pronto a perdere la sua vita per guadagnarla, può accedere alla logica del dono.

Ma senza dono non c’è comunione! Finché desideriamo salvare noi stessi siamo capaci tutt’al più di complicità, non di comunione: alleanze strategiche guidate dall’interesse, non legami permanenti che rendono possibile la co-abitazione in Cristo: io in loro, tu in me, che significa che non posso essere uno con Cristo senza esserlo contemporaneamente con una moltitudine di fratelli: l’inabitazione è sempre anche una coabitazione. L’io individualista, autoreferenziale, che cerca se stesso e il proprio interesse, cede così il posto alla persona ecclesiale, che non vive più per sé, ma per il Corpo.

Così l’uomo penitente, che attinge continuamente alla sovrabbondanza del Padre, può vivere senza calcolo, senza difendersi, senza cercare nulla per sé, senza misurare le proprie forze, in un continuo slancio di generosità, in una eccedenza del cuore che genera lo spazio per la comunione. Sì, la penitenza crea la comunità, non viceversa: l’uomo penitente è spontaneamente portato a cercare la comunione, tanto quanto il peccatore invece la sfugge: all’inferno si va sempre da soli, in Paradiso invece non si va che come comunità.

Questo potrebbe sorprendere perché a volte nel nostro immaginario l’uomo penitente è l’eroe ascetico che lotta da solo contro le potenze del proprio inconscio e le forze diaboliche della tentazione, ma in realtà questa immagine della penitenza è segnata da una logica moralista che ultimamente non è cristiana e certo non ci appartiene. La verità cristiana invece è che ogni forma di penitenza ha come suo scopo ultimo quello di fare spazio nel cuore, mortificando l’egoismo, perché questo cuore possa essere abitato dagli altri. Si tratta di diventare poveri per imparare a donarsi. È questa la differenza maggiore tra la penitenza cristiana e quella pagana: pensate ad esempio a certi anacoreti indu o buddisti, sono capaci di penitenze da farci rabbrividire, ma in quel caso lo scopo è semplicemente la sottomissione dell’ego, c’è una ricerca personale di sé e della propria moralità che, se è apprezzabile in se stessa, soprattutto rispetto al carnevale che è diventato questo mondo, è però lontana da una autentica virtù cristiana quanto lo sarebbe una vita di piacevolezze e bagordi. Non ha dunque completato il percorso penitenziale chi non è giunto alla comunione, all’amore dei fratelli.

È questo l’insegnamento costante dei grandi santi, pensate ad esempio a Francesco di Assisi che interrompe il suo digiuno perché non si senta mortificato quel frate che non ce la fa (FF 1095). La carità è il fine della penitenza e dunque una penitenza che trascurasse la comunione sarebbe del tutto insufficiente.

Nessuno poi che abbia seriamente praticato la penitenza potrà sottovalutare l’aiuto decisivo che viene dai fratelli in certi momenti: la consolazione di un amico, l’esempio di un confratello, anche la semplice condivisione della propria fatica possono aiutarci in maniera decisiva a superare i maggiori ostacoli della vita ascetica. E quale gioia poi scoprirsi penitenti insieme! La comunione creata dalla condivisione della consapevolezza delle proprie colpe è la più solida, perché ha già dissolto il sogno di una comunità perfetta qui in terra e si è liberata dall’illusione della perfezione che genera due mostri nel cuore: la presunzione di farcela da soli e l’aspettativa di perfezione negli altri. La consapevolezza di essere una comunità in lotta contro il male non può che generare la misericordia verso i limiti propri e quelli del confratello e al tempo stesso essere un costante incoraggiamento per progredire nella vita spirituale. Mentre impariamo ad avere misericordia verso il fratello penitente al tempo stesso impariamo ad essere misericordiosi con noi stessi.

Tutto questo accade perché noi siamo uno. Quando grazie alla penitenza riusciamo a superare la mentalità individualista ed autoreferenziale che caratterizza questo nostro tempo narcisista comprendiamo che la nostra vera natura è quella di essere fatti per la vita comune: “non è bene che l’uomo sia solo” e del resto siamo immagine e somiglianza di un Dio che è Trinità.

A partire da qui possiamo comprendere il senso vero ed autentico di una vita quaresimale, la genialità di S. Francesco di Paola e del vostro stesso carisma. Perché dedicare tutta la vita alla penitenza alla fin fine? Perché nessun cielo può essere veramente paradiso finché si stende sopra una terra ridotta ad inferno, perché non posso essere contento nella mia presunta perfezione se il mio fratello, che è parte di me, non accede alla mia stessa gioia. Si apre qui il motivo vero della penitenza: voi fate penitenza non solo e non tanto per voi stessi, ma per il mondo intero che non la fa. È questo uno dei più grandi misteri della nostra fede, quello della sofferenza vicaria, che è un po’ come dire che io prendo la medicina e il mio amico guarisce dalla malattia che lo affligge.

La tradizione buddista conosce la figura del bodhisattva, che può aiutarci a capire. Il bodhisattva è quel monaco che deliberatamente posticipa il suo ingresso nella pienezza dell’illuminazione dedicando la sua vita ad illuminare gli altri e pronuncia questo commovente voto: «Sono il protettore dei non protetti, il capocarovana dei viaggiatori. Sono diventato la barca, la strada e il ponte di coloro che desiderano raggiungere l’altra riva. Possa io essere una luce per coloro che hanno bisogno di luce. Possa io essere un letto per coloro che hanno bisogno di riposo. Possa io essere un servo per coloro che hanno bisogno di servigi, per tutti gli esseri incarnati. (…) Così possa io essere di sostentamento in molti modi per il regno degli esseri innumerevoli che dimorano in ogni parte dello spazio, finché tutti non abbiano ottenuto la liberazione. (…) Così ecco io stesso genererò la mente del risveglio per il benessere del mondo, e proprio così mi addestrerò in quei precetti secondo l’ordine dovuto.» (ŚāntidevaBodhicaryāvatāra, cap. II “Adozione della mente del risveglio”. Roma, Ubaldini, 1998 pag.59)

Naturalmente per noi Cristo è stato ben di più di un bodhisattva, perché non solo ci ha illuminato, mostrandoci la via, ma ha pagato lui stesso al posto nostro il “prezzo del viaggio”. Il senso redentivo del sacrificio della croce è tutto qui: davvero il nostro fratello ha preso la medicina e noi siamo guariti! Solo in questa prospettiva può diventare comprensibile l’impegno ad una vita quaresimale: non cioè come una penitenza infinita, che non giunge mai alla Risurrezione, ma come una partecipazione al sacrificio di Cristo, che diventa così penitenza vicaria, partecipazione gioiosa alla redenzione, secondo l’insegnamento di Paolo: “completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col. 1,24).

Certo, oggi l’idea di una penitenza vicaria non è ben vista, digiuni o messe di riparazione sembrano appartenere ad un armamentario devozionale del passato di cui abbiamo fretta di liberarci, a volte vengono addirittura visti come offensivi (ed a volte, francamente, lo sono, almeno per come vengono presentati), eppure la tradizione della Chiesa ha sempre conosciuto la preghiera “in riparazione” per i peccati altrui, la penitenza offerta per la conversione dei peccatori, il digiuno pubblico invocato come espiazione collettiva e sociale di certi grandi mali collettivi, quelli che S. Giovanni Paolo II chiamava “peccati sociali” (pensiamo all’aborto o alla mafia, ad esempio).

Dobbiamo imparare a cogliere la penitenza nel suo senso solidale, come preghiera di intercessione e quindi come partecipazione al sacrificio di Cristo per poterla comprendere. In questo senso allora la penitenza-per-altri sta sotto le medesime regole della preghiera di intercessione, va fatta cioè innanzitutto senza l’ombra di inimicizia verso coloro per cui si prega, anzi, partendo da una profondissima simpatia, che diventa solidarietà, dalla percezione di essere “sulla stessa barca”, ci deve essere poi il desiderio di farsi realmente carico delle sofferenze del mondo per quanto spetta a noi. Come in ogni aspetto della nostra fede, è l’amore che deve muovere ogni scelta.

Visto in questo modo il vostro carisma appare improvvisamente fecondo e attualissimo: di cosa altro ha più bisogno questo mondo, che aspira a vivere in un carnevale permanente, quasi fosse un talk show televisivo che subito si rovescia in un incubo di egoismo, se non di qualcuno che gli ricordi la serietà della vita e la responsabilità che ne deriva? Se uno ha pagato per tutti, chi porterà nella carne il peso di questo stesso prezzo, innanzitutto per voler essere come Lui? Certo, questo deve essere fatto in un modo di testimonianza, da uomini vivi, risorti, quindi non si tratta tanto di esibire la penitenza, quanto di mostrarne il frutto di carità e di comunione, perché gli uomini possano tornare a desiderare di percorrerne le vie.

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2 commenti

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2 risposte a “Vita quaresimale, vita pasquale

  1. Grazie don Fabio per questa riflessione su tema certamente poco attualizzato, magari pensando sia da rivolgersi (come è stato pensato) a sole comunità religiose, mentre dovremmo applicarlo ad ognuno di noi, nella nostra singola vita, alle nostre singole comunità (anche le famiglie sono comunità).

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  2. Sicuramente lo Spirito Santo le avrà messo in bocca le parole giuste anche senza traccia.

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