Considerazioni sul thriller

Gilbert Keith Chesterton soleva dire che il genere letterario poliziesco, definito in Italia “giallo”, è il genere metafisico per eccellenza, avendo per oggetto fondamentalmente la ricerca della verità. Arrivava al punto di definire il Cristianesimo un giallo paradossale, in cui un uomo creduto morto viene invece trovato vivo.

Se posso permettermi di emulare il mio gigantesco maestro inglese io definirei invece il “Thriller” come il genere etico per eccellenza.

In ogni romanzo di questo genere viene descritta una situazione di crisi di fronte alla quale si trova il protagonista e si osservano i suoi tentativi di reagire a questa crisi. I libri migliori sono appunto quelli che si interrogano sulle ragioni etiche connesse, sulle motivazioni delle scelte, sulle ragioni della crisi e su cosa sei disposto a sacrificare per raggiungere l’obiettivo. In definitiva si tratta di osservare una serie di scelte fatte in condizioni estreme, come in un laboratorio, per dedurne le estreme conseguenze.

Uno dei maestri del genere è stato senza dubbio Michael Crichton, scomparso prematuramente nel 2008, celebre per alcuni best seller, come Jurassic Park o Andromeda. Forte di una solida preparazione accademica (ha studiato medicina ad Harvard), Crichton ha esplorato come nessuno le premesse etiche della indagine scientifica, osservando da testimone preoccupato la deriva che la ricerca scientifica ha attraversato negli Usa nella seconda metà del ventesimo secolo.

Nel 1969, quando MC ha scritto Andromeda, il 70% della ricerca scientifica negli USA era finanziata dallo stato, il che vuol dire che in un modo o nell’altro era collegata a progetti militari. Il romanzo riflette puntualmente questa situazione, esplorando con cura le interazioni tra scienziati e militari. Venti anni dopo quando scrive Jurassic Park, e ancor di più il meno fortunato Stato di paura, la gran parte della ricerca è finanziata dal capitale privato, la domanda allora è: entro quali limiti può definirsi etica una scienza finalizzata al profitto?

I suoi ultimi romanzi, da Jurassic Park in poi, ruotano tutti intorno al medesimo schema narrativo: un ente privato, libero di agire senza limiti politici o etici, acquisisce una nuova tecnologia (clonazione dei dinosauri, viaggi nel tempo, nanotecnologie, ingegneria genetica eccetera) e se ne serve senza scrupoli per ottenere profitto. Questo finisce con il generare uno stato di crisi a cui un gruppo di scienziati viene chiamato a porre rimedio.

Da notare che se la scienza è quella che pone il problema, la scienza è anche quella che lo risolve. La critica cioè non è alla scienza in se stessa, ma al suo uso incontrollato. E se negli anni ’70 la narrazione generale era molto ottimistica verso la scienza e si tendeva a guardare agli scienziati come sacerdoti di una casta nobile ed idealista finalizzata alla promozione del bene dell’umanità (la serie TV Star Trek è un ottimo esempio di questa mentalità), oggi, anche grazie al lavoro di MC la sensibilità si è quasi ribaltata, oggi sappiamo che anche gli scienziati hanno dei finanziatori a cui obbedire e se ce ne sono alcuni che hanno la schiena dritta e sono consapevoli della portata etica delle loro ricerche ce ne sono altrettanti pronti a vendersi al miglior offerente. Insomma il molto sapere non è di per sé garanzia di un agire etico e morale.

Ecco perché il genere thriller e in particolare il thriller fantascientifico è il genere etico per eccellenza, perché la domanda sui limiti etici della scienza è probabilmente la più urgente del nostro tempo.

In questi giorni sto rileggendo “Andromeda” il primo romanzo di successo di MC, pubblicato nel 1969 e, come sempre fanno i buoni libri, mi sono accorto che poneva tante domande scomode al mio presente, soprattutto al rapporto tra scienza ed etica nella gestione di questa pandemia in cui tutti siamo presi. Però ho già abusato troppo della pazienza dei miei lettori e soprattutto non voglio sviare su questioni di critica letteraria un discorso che invece nella mia testa è soprattutto etico e politico.

Rimando quindi ad un futuro articolo (probabilmente domani se ne avrò tempo) la domanda sulla gestione scientifica delle crisi e per oggi mi fermo qui, con un articolo di critica letteraria che probabilmente interessa solo me, ma come si dice: my house, my rules, my coffee (casa mia, regole mie, caffé mio – è scritto su uno dei diecimila mug da caffè che colleziono a tempo perso. Se volete farmi un regalo regalatemi un mug originale e simpatico, andrete sul sicuro!)

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