Sulla natura e la gestione delle crisi (prima parte)

Michael Crichton, che oltre che essere un ottimo scrittore è anche un discreto filosofo della scienza, nel suo romanzo “Andromeda” scrive:

“Tutte le crisi sono uguali (…) sotto l’aspetto singolare di ciascuna crisi esiste una fastidiosa identità, una caratteristica che le accomuna tutte, viste in retrospettiva, cioè la loro prevedibilità. Si direbbe che siano in un certo modo inevitabili, si direbbe che siano predestinate. Questo non vale per tutte, ma per un numero tanto elevato di esse da rendere cinico e misantropo lo storico più incallito”.

M. Crichton, Andromeda, p. 25

Credo che questo valga tanto per le crisi scientifiche quanto per quelle etico-politiche e per quelle esistenziali e personali. Quando poi, come nel caso di questa pandemia, i quattro aspetti della crisi scientifico, etico, politico e personale si intrecciano la riflessione si fa ancora più urgente e necessaria.

Sempre Crichton definisce una crisi come “una situazione in cui una serie di circostanze prima tollerabile diviene ad un tratto, per l’aggiunta di un nuovo fattore, assolutamente intollerabile.” É il concetto della classica goccia che fa traboccare il vaso, ed ha poca importanza il fatto che il fattore aggiunto sia endogeno o esogeno al quadro di riferimento della crisi stessa. Potrebbe essere qualsiasi cosa: una scoperta tecnologica o un lutto doloroso, una “cotta” improvvisa o l’acquisizione di nuove informazioni… Ciò che accade è che un paradigma prima ritenuto accettabile o addirittura auspicabile diventa all’improvviso insostenibile.

A questo punto entrano in gioco le personalità coinvolte nella crisi e le reazioni possibili sono in realtà soltanto due: o si cerca di difendere ad oltranza il vecchio paradigma – finendo con l’essere travolti e schiacciati dalla crisi – oppure si accetta la sfida di navigare a vista per un certo tempo in attesa di definire un nuovo paradigma di comportamento. Questo perché senza paradigmi semplicemente non possiamo vivere, la vita è troppo complessa per non ricorrere a degli strumenti di semplificazione – come un codice di relazioni sociali o dei protocolli medici oppure un certo schema politico – che in una parola definiscono la nostra visione del mondo e contribuiscono alla nostra interpretazione della realtà.

Proprio questa fase intermedia, tra la fine del vecchio paradigma e l’inizio del nuovo, è quella più delicata nella gestione della crisi, ed è esattamente quella in cui ci troviamo in questo momento in relazione alla crisi attuale, dovuta alla pandemia di Covid19, che possiamo definire globale perché coinvolge contemporaneamente e inestricabilmente aspetti scientifici, etici, politici e personali ed ha quindi mandato in crisi appunto la nostra visione del mondo e la nostra interpretazione della realtà.

Naturalmente ogni crisi ha anche degli aspetti positivi, così come li ha un virus. In biologia il virus è il principale agente del cambiamento, a causa della sua natura mutevole costringe gli organismi più complessi a cambiare e adattarsi e questo impedisce al codice genetico di stagnare. Anche in sociologia accade la stessa cosa, una società stabile tende ad essere stagnante e l’introduzione di un fattore innovativo che il sistema non riesce ad accettare (e che può ben essere definito un virus) riscuote la società dal suo torpore. La nascita del Rock ad esempio è stato un virus che ha spinto a mutare la società americana che negli anni cinquanta era decisamente stagnante, finché la società non è mutata al punto da accettare il rock che ha così perso la sua carica eversiva. Ma questo tema appartiene ad un’altra serie di articoli che sto scrivendo.

È interessante che il virus sociale che in questo momento costringe la nostra civiltà occidentale al cambiamento sia anche un virus biologico, ma questo è un fatto meramente accidentale, come ho detto prima avrebbe potuto essere qualsiasi cosa.

Un altro elemento che accomuna tutte le crisi quindi è la tendenza delle situazioni pre-critiche alla stagnazione. Prima delle crisi tutti sono più o meno soddisfatti della situazione generale e non si avvertono forti spinte al cambiamento, almeno non nel senso di mettere radicalmente in discussione il paradigma dominante.

Così ad esempio nessuno aveva mai pensato di mettere in discussione la ricerca atomica (che a quel momento era solo teorica) finché gli ingegneri del progetto Manhattan non hanno preso le ricerche teoriche di un brillante gruppo di scienziati, per lo più europei, dando loro una applicazione militare.

L’esplosione della bomba a Hiroshima è stato il fattore deflagrante di un’altra crisi globale (cioè ad un tempo scientifica, etica, politica e personale) che però aveva i suoi fondamenti almeno quarant’anni prima nelle ricerche di Einstein, Bohr e Fermi, anche se nessuno di questi scienziati si sarebbe mai neppure immaginato le conseguenze delle loro ricerche (e molti di loro, Einstein per primo, sono francamente inorriditi quando hanno visto quelle conseguenze svilupparsi).

Come si gestisce una crisi? Ovviamente non sono in grado, probabilmente nessuno lo è, di dettare una to-do-list o un decalogo di gestione delle crisi, ma forse quello che possiamo e dobbiamo fare è cercare di imparare dal passato.

La prima domanda allora è: a prescindere dal fattore scatenante, che per lo più è accidentale e non è il vero responsabile della crisi, quali sono le sue ragioni profonde? Quali le scelte fatte in passato che hanno generato il paradigma che oggi è in discussione?

(segue...)

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