Sulla natura e la gestione delle crisi (seconda parte)

Nell’articolo precedente, partendo da una provocatoria frase di Michael Crichton, ho cercato di evidenziare alcuni meccanismi ricorrenti che rendono tutte le crisi simili e possono quindi offrire alcune indicazioni strategiche su come superarle. Applichiamo quindi ora queste riflessioni alla crisi presente, dovuta alla pandemia da Covid19: dove possiamo rintracciare gli antecedenti di questa crisi? A me sembra che il sistema che abbiamo costruito avesse alla base una opzione politico-scientifica che nessuno ha mai messo seriamente in discussione e che oggi di fronte all’emergere di questo nuovo virus mostra la sua totale inadeguatezza rendendo sempre più intollerabile una situazione che prima nessuno sentiva di dover seriamente mettere in discussione.

Mi riferisco alla destinazione dei fondi e delle sovvenzioni per la medicina negli ultimi diciamo trenta o quarant’anni. In questo periodo è stato investito un fiume di denaro nella ricerca medica (dalla biologia pura alla bio-tecnologia alla bio-ingegneria) questo ha portato dai primi anni sessanta ad oggi ad una serie di scoperte ed invenzioni rivoluzionarie che hanno allargato in maniera prodigiosa la nostra conoscenza del corpo umano. Probabilmente nessuna scienza negli ultimi cinquant’anni è cambiata quanto la biologia: in cinquant’anni siamo passati dalle prime timide ricerche sui cromosomi alla tecnologia genetica più spinta ed oggi si parla seriamente di clonazione, controllo dell’evoluzione, programmazione genetica… idee che negli anni sessanta appartenevano alla fantascienza.

Medicina e biologia sono diventate sempre più parte della nostra vita quotidiana ed abbiamo affidato sempre di più ad esse le nostre speranze di benessere e salvezza, come negli anni cinquanta e sessanta abbiamo fatto con la fisica e l’elettronica. Il mito dell’onnipotenza della scienza si è trasferito dall’ambito fisico/chimico a quello biologico. In questo senso è accaduto alla biologia la stessa cosa che è accaduta alla fisica nei primi cinquant’anni del ventesimo secolo.

È anche per questo che paragono questa pandemia alla crisi dovuta all’esplosione dell’atomica: l’esplosione di Hiroshima e soprattutto la folle stagione della guerra fredda e della escalation di tensione che ne è seguita hanno mandato in crisi il paradigma della scienza sempre inevitabilmente buona, del progresso lineare e inarrestabile. Il fatto che anziché superare il modello sbagliato lo si sia semplicemente spostato dall’ambito della fisica a quello della biologia è il segno della cecità con cui si affrontano questi problemi. Ci siamo comportati come un uomo che per superare il trauma di un divorzio avvia una nuova relazione senza interrogarsi seriamente sui motivi del fallimento della prima e finendo di fatto con il replicare le medesime dinamiche e andando quindi incontro ad un fallimento prevedibile. Lo dicevo prima: tutte le crisi sono uguali e l’uomo reagisce sempre allo stesso modo.

Dobbiamo quindi chiederci innanzitutto: cosa abbiamo imparato in questa crisi? Cosa ci ha rivelato? Innanzitutto una cosa che avremmo dovuto sapere già: che il sapere scientifico non è garanzia di bontà etica, ma soprattutto che non si può trascurare a lungo il fattore umano senza che il sistema ceda e mostri la sua instabilità. La cosa potrebbe essere dimostrata con un assioma: le strutture in natura (sia quelle fisico chimiche che quelle psicologiche o sociali) sono omeostatiche, cioè trovano da se stesse il loro equilibrio e tendono alla semplificazione, le costruzioni artificiali invece per restare in equilibrio hanno bisogno di continui interventi di manutenzione e diventano sempre più complesse e costose, anziché verso la semplificazione procedono verso la complicazione e la burocratizzazione fino a diventare pachidermi ingestibili.

Occorre allora avere il coraggio di ritornare indietro, fino a trovare il vulnus, l’errore iniziale che ha provocato la progressiva instabilità del sistema fino a causarne il crollo. Non serve a niente cercare di reagire al fattore scatenante. Nello specifico credo che il vulnus che ha portato alla crisi del sistema sanitario sia stato investire sempre di più nella ricerca e sempre meno nella cura.

Abbiamo investito sempre più denaro nelle ricerche biologiche e farmaceutiche, anche sotto la spinta di un capitale privato che vedeva in queste ricerche una miniera d’oro. Dobbiamo a queste ricerche l’uso terapeutico delle cellule staminali, le ricerche sugli ormoni e la scoperta di farmaci di nuova generazione totalmente innovativi, la grande crescita della bioigegneria (chi scrive ha una sfera di titanio al posto del ginocchio, senza la quale non potrebbe camminare, e ne è ovviamente ben felice), ma non ci siamo resi conto che nel frattempo si andava accumulando un debito che ora siamo costretti a pagare tutto insieme.

Il denaro riversato sulla ricerca infatti è stato sottratto alla cura e così mentre si potenziavano i laboratori si andavano chiudendo gli ospedali, si riduceva il budget dei reparti ospedalieri e si licenziavano medici e infermieri. I medici così sono stati via via sempre meno interessati al rapporto con il paziente e sempre più alla sperimentazione da laboratorio. Spesso il paziente è stato di fatto trattato come una cavia per nuove terapie, eccetera.

Inoltre questo ha reso la medicina sempre più costosa, portando ad una situazione di fatto in cui la sanità pubblica, come quella italiana, è diventata nei fatti un buco nero ingestibile, mentre quella privata è sempre più riservata ai pochi che se la possono permettere. Mentre il progresso scientifico faceva brillare davanti agli occhi dell’uomo un futuro glorioso fatto di mirabolanti scoperte che avrebbero cancellato la vecchiaia, il progressivo aumento dei costi rendeva queste terapie un privilegio di pochi. Si confermava così un’altra volta vero l’assioma di C.S. Lewis che recita:

“Il cosiddetto potere dell’uomo sulla natura è in realtà il potere di alcuni uomini su altri, usando la natura come strumento”

C.S. Lewis, L’abolizione dell’uomo

Il risultato è stato una medicina sempre più lontana dall’uomo concreto, inteso come persona e non come macchina biologica da mantenere in funzione.

Ricordo benissimo la discussione che ebbi anni fa, da cappellano ospedaliero, con un primario dell’ospedale in cui lavoravo. Quello che sostenevo era che la macchina ospedaliera deve necessariamente avere delle ridondanze e la politica che tende ad eliminarle per ridurre le spese è una politica suicida. Perché l’ospedale deve avere delle ridondanze? Appunto perché è finalizzato alla cura, infatti le ridondanze sono quel serbatoio di risorse (umane, tecnologiche, farmaceutiche o anche semplicemente architettoniche) che consente di gestire senza affanno le emergenze. Pensate ad una Panda e ad una Ferrari: entrambe possono raggiungere la velocità di 130 km/h, ma la Ferrari lo fa quasi senza sforzo e può andare a quella velocità per molte ore senza alcun danno, la Panda invece a quella velocità diventa difficile da controllare e non può mantenerla a lungo senza danni per il motore.

La riduzione delle spese ha portato gli ospedali a vivere in una situazione di crisi periodiche ben prima della pandemia. In effetti bastava un nonnulla per costringere gli infermieri a doppi e perfino tripli turni e se finora ci siamo salvati è stato solo perché gli ospedali non andavano in crisi tutti insieme, ma si alternavano ciclicamente, scaricando l’uno sull’altro le conseguenze della crisi, per così dire. L’effetto della pandemia è stato che in un attimo tutti gli ospedali insieme sono arrivati al collasso, rendendo così manifesta a tutti l’ingestibilità della situazione.

Per questo ho trovato veramente irritante ed ipocrita la retorica dell’eroe applicata a medici e infermieri in questo dramma. Intendiamoci: spesso sanitari e paramedici eroi lo sono stati per davvero. Lo sono stati per abnegazione, altruismo, generosità e inventiva, capaci come sono stati di inventare soluzioni creative alle follie della burocrazia e della politica e per come spesso hanno messo a rischio se stessi e la propria salute pur offrire al paziente quelle cure sempre più neglette e dimenticate dal potere.

Eroici lo sono stati, sì, però voi, voi politici, voi manager, voi amministratori, voi che li avete mandati allo sbaraglio, voi che li avete sfiniti in turni massacranti, voi che gli avete fatto affrontare una corazzata armati di fionde e fucili a tappi, voi dovete vergognarvi! E non chiamateli eroi se avete usato il loro eroismo per mascherare la vostra incompetenza e continuare ad arricchirvi speculando appunto sulla generosità del personale. Abbiate almeno la decenza di vergognarvi e tacere!

Ma torniamo alla riflessione sistemica che è ciò che mi interessa davvero in questo momento.

Abbiamo visto come la crisi del Covid19 ha mandato in pezzi innanzitutto il paradigma politico-sanitario che era stato dominante per 50 anni. È interessante notare che per lo più i politici di tutto il mondo hanno reagito in maniera pavloviana. Non so se per insipienza o per un calcolo cinico, ma di fatto hanno continuato a promuovere il paradigma della scienza onnipotente, e della conseguente prevalenza della ricerca sulla cura. Non sono stati costruiti nuovi ospedali, non è stato potenziato il personale, i presidi sanitari sono ancora risicati, non si è incrementata la produzione di quei farmaci di base che consentono la gestione immediata della malattia e al contrario si è investito un fiume di denaro – che guarda caso è andato ad arricchire le solite aziende farmaceutiche – sulla produzione del mitologico vaccino.

Il risultato è che oggi abbiamo un vaccino che è probabilmente un prodigio biotecnologico, come mi assicurano molti amici medici, ma: 1) è costosissimo 2) non abbiamo le strutture necessarie a diffonderlo, e soprattutto 3) questa scelta potrà forse salvare le future generazioni, ma ha abbandonato la presente al massacro, tanto che la cosiddetta seconda ondata è risultata di fatto più micidiale della prima e tutti già parlano di una terza ondata senza che la seconda si sia ancora conclusa.

Vista in questi termini la crisi attuale appare fastidiosamente prevedibile. Era soltanto questione di tempo prima che un sistema già scricchiolante crollasse del tutto, anche se naturalmente è facile parlare con il senno di poi. È altrettanto prevedibile la reazione della politica, che anziché rendersi conto della necessità di cambiare paradigma si è sforzata di puntellare il vecchio sistema moribondo. L’errore fatto dai nostri politici è stato quello che tutti facciamo sempre in ogni crisi, quello di reagire allo stimolo anziché affrontare le cause sistemiche, un po’ come un uomo con la psoriasi che perde tempo a grattarsi (peggiorando la situazione) anziché curare la malattia alla radice.

Lo abbiamo detto ieri: il fattore scatenante della crisi non ha molta importanza, la soluzione non sta nel reagire ad esso, ma nell’accettare che il precedente status quo sia definitivamente perduto e cominciare a costruire un nuovo modello di vita.

Data l’enorme influenza che la medicina e la biologia hanno acquisito negli ultimi anni sul complesso della società e sulle nostre vite individuali la crisi del sistema scientifico-sanitario ha avuto una serie di conseguenze a cascata su tutta la nostra vita: politica, etica, sociologia e psicologia sono state coinvolte nel tracollo, ma questo sarà oggetto di un terzo articolo di là da venire.

(segue…)

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