Dove tutto ha avuto inizio

“Prima di Elvis non c’era niente” (John Lennon)

“Ascoltare Elvis per la prima volta fu come scappare di prigione” (Bob Dylan)

Basterebbero queste frasi di due tra i più influenti musicisti del XX secolo per dire l’importanza di Elvis Presley e di come questa storia del Rock ad uso di mio nipote non possa che partire da lui.

Già prima di lui qualcuno aveva fissato i canoni fondamentali del rock: la fusione di country e blues, le scale blues suonate a velocità doppia, l’inevitabile giro di tre-accordi-sempre-quelli, il contrabbasso (il basso elettrico era ancora di là da venire) suonato come una percussione e aggiogato alla batteria a trainare insieme la band con una pulsazione fatta apposta per scuotere le coronarie, ma né Bill Haley, né Chuck Berry, né gli altri antesignani potevano fare quello che ha fatto Elvis.

Mancava loro una voce magnetica e benedetta da Dio, mancava una presenza scenica quasi “animale” (forse solo Freddie Mercury in 60 anni di Rock gli si può mettere a fianco), mancava un pizzico di iconoclastia, insomma non erano abbastanza personaggi da catturare anzi ipnotizzare l’immaginario giovanile americano.

Fatto sta che con Elvis accade per la prima volta qualcosa che nessuno aveva mai visto: una musica scritta e pensata espressamente per i giovani e delle performance che con la forza dei numeri diventavano una dopo l’altra evento sociale.

Non si deve sottovalutare l’impatto di questa svolta, credo che la novità di una musica nuova che desse voce al mondo giovanile abbia contribuito come niente altro alla nascita dei “giovani” come categoria a parte, con tutte le cose buone e cattive che ne sono venute, non ultima la frattura generazionale che fino a quel momento forse c’era, ma di certo non era avvertita. Mai prima di Elvis i giovani avevano avuto consapevolezza di sé come soggetto culturale, politico, estetico, sociale. Forse esagero, ma si può dire che il rock ha dato ai giovani quello che il marxismo ha dato agli operai: una coscienza di classe.

Ugualmente, quelle performance scatenate liberavano energie represse. Nell’America borghese e puritana degli anni ’50 hanno avuto l’effetto di una bomba in una cristalleria. Le donne americane hanno scoperto di avere un corpo grazie a Elvis, e tutto quello che è venuto dopo (dall’hula-hoop, alla minigonna, al bikini eccetera) è figlio degli sfrenati ancheggiamenti del rocker americano. Da lì alla “rivoluzione sessuale” della seconda metà degli anni sessanta la strada era tutta in discesa.

Per dare una idea di cosa significassero quelle performance per il pubblico di allora cito un brano dalla biografia: “L’uomo che volle farsi re” di E. Gambardella

“Qualche giorno dopo la pubblicazione del singolo, Elvis si esibì all’Overton Park Shell dove poté esprimere le sue fantastiche qualità di frontman. Durante la performance, sia a causa del ritmo incalzante sia a causa del nervosismo dovuto all’emozione di suonare davanti a una folla considerevole, Elvis cominciò a dimenare il bacino e a muovere le gambe a tempo di musica. L’effetto sul pubblico fu devastante. Le donne presenti andarono in visibilio e cominciarono a urlare. Il bassista Bill Black iniziò a roteare a colpire il suo strumento, producendo un suono percussivo che ben si adattava allo spirito selvaggio dell’esibizione. Il dado era tratto. La miccia era accesa e la richiesta d’esibizioni dal vivo crebbe a vista d’occhio.”

Resta del tutto aperta la questione del se e quanto lo stesso Elvis fosse consapevole di ciò che si stava muovendo e se in realtà il fenomeno-Elvis non sia stato solo il frutto di una delle più geniali operazioni di marketing della storia. Il fatto è che il ragazzo di Tupelo era di natura timido e introverso, e probabilmente mai avrebbe voluto trovarsi al centro del ciclone che ha scatenato. Certo, era un animale musicale onnivoro e nutriva la sua splendida voce in pari misura del blues più nero e del country più bianco, cosa che nell’America ultrarazzista degli anni ’50 era di per sé rivoluzionaria, e probabilmente (se devo cedere alla tentazione di psicanalizzarlo) sfogava sul palco la repressione di un rapporto morboso con la madre, dando inconsapevolmente voce a tantissimi teen-ager che si sentivano altrettanto repressi, ma questo non basta a spiegare l’effetto prodigioso delle sue canzoni. Quanta parte ha giocato nella sua folgorante esplosione la regia del suo manager è davvero difficile da valutare.

Caro Guglielmo, quando io sono nato Elvis era sulla scena già da cinque anni e quando ho cominciato ad ascoltare musica sul serio era ormai bollito, strafatto nella sua reggia con piscina di Graceland, inaccessibile a tutti. Eppure l’eco di quelle prime esibizioni non si era ancora spento. Non ne sono stato direttamente testimone, ma ho visto i suoi effetti a medio termine per così dire, ma questa è un’altra storia e te la racconterò in seguito.

Voglio anche essere fedele a quanto mi sono ripromesso e non cedere alla tentazione tipica dei vecchi di mettere in testa ai giovani le loro idee, la fatica del giudizio su tutto questo spetta a te. A me tocca solo il compito della memoria e del racconto. Non so se sarò capace di mantenere questo impegno quando comincerò a raccontarti qualcosa che mi coinvolgeva più da vicino, ma per ora mi fermo qui.

Per il momento ascoltati uno dei suoi pezzi più rappresentativi, quella “Blue suede shoes” (Scarpe di camoscio blu) che è come un manifesto di tutto ciò che ho scritto fin qui.

1 Commento

Archiviato in Storia del rock (ad uso di mio nipote)

Una risposta a “Dove tutto ha avuto inizio

  1. Rosanna

    L’articolo non dispiace, dispiace però la definizione superficiale di “bollito e strafatto” per indicare la tragedia di una persona. Il rispetto è dovuto sia all’ascesa che alla caduta degli uomini, credo.

    "Mi piace"

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