Sapere d’amore

41danteinfernoundiavoloinvoloeundannatodorgallerycassell1890_zps0b2d1c79In uno dei canti più emozionanti dell’Inferno, Dante mette in bocca ad Ulisse queste parole: “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza”. Sembrano parole bellissime, che d’istinto ci viene da approvare, parole che raccoglierebbero migliaia di like su Facebook, perché descrivono una sapienza purissima e un ideale di uomo straordinariamente alto, questo infatti è la sapienza: l’arte del buon vivere, la via per diventare uomini veri. Ma allora perché Dante pone Ulisse all’inferno?
Cosa ci sarà mai di diabolico nel voler essere uomini migliori? Perché vivere inseguendo la virtù e la conoscenza dovrebbe precipitarci all’inferno? Continua a leggere

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Non vi azzardate a morire (senza aver letto “I fratelli Karamazov”)

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Qualche tempo fa ho severamente vietato ai miei parrocchiani di morire senza aver letto “I fratelli Karamazov”. Dostoevskij è quasi un padre della Chiesa per la profondità dei suoi scritti e la sua conoscenza del cuore umano, è uno di quei geni che ne nascono solitamente un paio per nazione in un millennio, e la Russia è stata così eccezionalmente benedetta da averne due o tre quasi coevi, visto che Solove’ev ha vissuto appena dopo.  Continua a leggere

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La forma del calice

Si sa che Internet esalta il dilettantismo, nel senso che molti si sentono autorizzati a scrivere su qualunque argomento senza sentire il bisogno di essere particolarmente titolati a farlo. Ho pensato quindi che non sarà un grande male se anche io mi proverò a fare la mia brava figura di dilettante, con una incursione in un campo che decisamente mi appartiene poco, quello della storia dell’arte. Continua a leggere

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Jeeg robot e la pornografia

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È appena uscito in Italia un libro molto interessante di Therese Hargot: “Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)” e sull’onda del dibattito suscitato dal saggio della sessuologa belga gli amici del Popolo della Famiglia si sono impegnati in una lodevole battaglia contro la pornografia. A ciascuno il suo, io non faccio il politico, ma il prete, e per diletto mi occupo di letteratura. Non voglio quindi entrare nel merito politico delle posizioni del partito, che pure come cittadino condivido, né riprendere le considerazioni legali ed economiche, pur molto interessanti, di Guido Mastrobuono, ma vorrei comunque offrire un mio contributo partendo da un altro punto di vista. Continua a leggere

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Acqua e terra

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La letteratura è una forma di conoscenza, al pari della teologia o della filosofia, ma procede in un modo diverso: anziché tentare di analizzare e definire i concetti ne coglie il valore simbolico. Questo modo di procedere, se perde qualcosa in termini di esattezza, guadagna però moltissimo in termini di suggestione e di concretezza vitale. Un concetto una volta analizzato è morto, sezionato su un tavolo operatorio non ha più niente della vita. Un simbolo invece più lo scruto e più diventa vivo e fecondo tra le mie mani, suggerendo sempre nuovi sviluppi e approfondimenti. Il simbolo cresce con me mentre lo medito. Continua a leggere

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Lettera ad uno studente universitario

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di Flannery O’Connor

Credo che tua esperienza di perdere la tua fede o, come credi tu, dell’averla già persa, sia un’esperienza che, alla lunga, appartiene alla fede; o almeno può appartenere alla fede se la fede è ancora un valore per te, e lo deve essere, altrimenti non mi avresti scritto queste cose. Non vedo come il tipo di fede richiesta ad un Cristiano che vive nel ventesimo secolo possa esistere se non fondata su questa esperienza di incredulità come quella che tu stai ora attraversando. È una situazione di sempre, questa, non solo del ventesimo secolo. Pietro ha detto: “Signore, io credo. Aiutami nella mia incredulità”. È la più naturale, più umana e più straziante preghiera del Vangelo, e io penso che sia la preghiera fondamentale della fede. Come matricola all’università, tu sei bombardata da nuove idee, o piuttosto frammenti di idee, nuove teorie, un’attività di vita intellettuale che è solo all’inizio, ma che sta già sopravanzando la tua esperienza vissuta. E tu, reduce da un anno simile, pensi che non puoi più credere. Stai appena iniziando a renderti conto di quanto sia difficile avere fede e fino a che punto sia impegnativo, ma sei troppo giovane per decidere di non avere fede solo perché senti di non poter più credere. C’è un unico modo per sapere se crediamo o no: basarci sulle nostre azioni e la tua lettera mi fa pensare che tu non intraprenderai il sentiero di minor resistenza decidendo semplicemente che hai perso la fede e che non puoi farci niente. Un risultato dell’attività di vita intellettuale universitaria è di solito il restringimento della vita immaginativa. Suona come un paradosso, ma ho spesso trovato che sia vero. Gli studenti alle prese con difficoltà quali la conciliazione di contrasti tra fedi così differenti come il Buddismo, l’Islamismo, ecc… a un certo punto smettono di cercare Dio per altre vie. Una volta Bridges scrisse a Gerard Manley Hopkins chiedendogli di dirgli come faceva lui a credere. Da Hopkins si sarà aspettato una lunga risposta filosofica, invece gli rispose: “Faccia l’elemosina”. Cerca di dirgli che Dio va cercato nella carità (nel senso di amore per l’immagine divina presente negli esseri umani). Non si lasci irretire dalle difficoltà intellettuali al punto da mancare di cercare Dio per questa via. Le difficoltà intellettuali vanno comunque affrontate e ti toccherà affrontarle per il resto della vita. Quando ti sembrerà di averne risolta una, se ne presenterà subito un’altra. Il contrasto tra le diverse religioni del mondo è stata una difficoltà anche per me. Se però hai soluzioni infallibili non hai la necessità della fede! La fede sopperisce alla mancanza di “conoscenza”. Il motivo per cui questo contrasto non mi secca più è perché ho maturato, negli anni, un senso dell’immensa grandezza della creazione, dell’evoluzione di ogni cosa e di come debba necessariamente essere incomprensibile Dio per essere il Dio del cielo e della terra. Non puoi fissare l’Onnipotente dentro le tue categorie intellettuali. Ciò che fece di me una “scettica” verso lo “scetticismo” universitario fu proprio la mia fede cristiana. Mi diceva sempre: aspetta, non abboccare, fatti un’idea più vasta, continua a leggere. Se vuoi la tua fede, te la devi guadagnare! E’ un dono, ma per pochissimi è un dono offerto senza pretendere in cambio il tempo necessario a coltivarlo. Per ogni libro anticristiano che leggi fatti il dovere di leggerne uno che presenti l’altra faccia della medaglia. E se uno non basta, leggine altri. Non credere che essere cristiana significhi dover abbandonare la ragione. Per saperne di più sulla fede devi rivolgerti a chi ce l’ha e rivolgerti ai più intelligenti, se voi tener testa agli agnostici e alle torme di pagani dai quali ti scoprirai circondato. Le critiche che oggi si muovono alla fede vengono per lo più da persone che la giudicano a partire da un’altra e più angusta disciplina. La critica biblica dell’ottocento, ad esempio, era il prodotto di discipline storiche. Nel Novecento è stata completamente rimodernata adottando criteri più vasti, e chi nell’Ottocento ha perso la fede a causa sua, avrebbe fatto meglio a fidarsi ciecamente delle proprie convinzioni. Persino nella vita di un cristiano la fede sale e scende come le maree di un mare invisibile. E’ lì, se Lui vuole che ci sia, anche quando non riesce a vederla o a percepirla. Si renderà conto, credo, che è più preziosa, più misteriosa, in tutto e per tutto più illimitata di qualunque cosa tu possa imparare o stabilire all’università. Impara tutto quello che puoi, ma coltiva lo scetticismo cristiano. Ti manterrà libero: non libero di fare quello che ti pare, ma libero di lasciarti formare da qualcosa di più grande della tua intelligenza e dell’intelligenza di chi ti sta vicino. Non so se è questo il genere di risposta che ti può aiutare, ma se vuoi scrivimi ancora e vedrò di fare meglio. (ad Alfred Corn, 30 maggio 1962, in Sola a presidiare la fortezza, Einaudi)

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Il fico di Gerico

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Questo è uno degli alberi più fotografati al mondo. È il sicomoro di Gerico, quello che tutte le guide di Terrasanta indicano come l’albero su cui si arrampicò Zaccheo per veder passare il Signore. Continua a leggere

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