Confessore o padre di misericordia?

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Cari amici, ieri ho partecipato ad un incontro di formazione per il clero della diocesi di Chieti-Vasto sul tema del sacramento della Riconciliazione. È stato un bellissimo incontro di fraternità sacerdotale e ne sono stato davvero personalmente edificato. Condivido con voi la mia relazione, anche se è decisamente troppo lunga per un blog, perché so che mi leggono diversi sacerdoti e forse può interessare anche loro.

Confessore o padre di misericordia?
Il ministro della Riconciliazione alla luce del rituale

Diceva padre Pio che tre sono le cose inutili: seminare le pietre, arare il mare e predicare ai preti. Quindi non ho alcuna intenzione di predicarvi alcunché, anche perché a parte la bontà e l’immeritata stima di padre Bruno non ho alcun titolo speciale per essere qui. Quello che voglio fare con voi, invece, sono quattro chiacchiere da prete a prete, in tutta sincerità, sul modo con cui celebriamo il sacramento della Riconciliazione.

Sicuramente conoscete bene quanto me la tormentata e, diciamolo francamente, poco edificante storia del sacramento. Credo che possiamo essere tutti d’accordo se dico che dei sette sacramenti quello della Riconciliazione è oggi il più lontano dall’intenzione originaria di chi lo ha istituito e dalla prassi ecclesiale dei primi secoli, e la conseguenza è che la sua pratica è ormai talmente avulsa dalla vita cristiana da trovare difficilmente posto nella predicazione e nella catechesi, così che non sono pochi i cristiani che, anche sinceramente, pensano di poter vivere la loro fede facendone tranquillamente a meno.

Periodicamente “dotti medici e sapienti” si radunano al capezzale dell’illustre malato e non mancano acute diagnosi e ricette miracolose per guarirlo, stranamente però la situazione perdura immutata, anzi, semmai peggiora. Mi chiedo se non dobbiamo cogliere in questo un segno dei tempi, una voce di Dio che ci dice che è ora di cambiare decisamente rotta. La cosa ironica è che già dal 1973 la Chiesa ci ha offerto una radicale riforma della liturgia della Riconciliazione, riforma che però è stata nei fatti largamente disattesa: non mi sembra che oggi la celebrazione della Riconciliazione sia molto differente da quella di cinquant’anni fa! Ciò che propongo quindi è semplicemente di prendere sul serio il Rito della Penitenza pubblicato nel 1973 (qui citato come RdP) e sforzarsi di applicarlo nella vita pastorale delle nostre parrocchie. So che quel rituale è frutto di un compromesso non sempre felice tra due diverse impostazioni, eppure contiene molti elementi di novità che possono essere davvero proficui, quello che voglio fare con voi stamattina, quindi, è semplicemente leggerne insieme alcune parti per tentare di ricavarne la ricchezza.

La prima cosa da notare è proclamata fin dal principio nell’introduzione: “Il Padre ha manifestato la sua misericordia riconciliando a sé il mondo per mezzo di Cristo” (RdP 1) il che significa che la Riconciliazione è un’opera del Padre prima che dell’uomo, protagonista è la Grazia che si china sulla nostra miseria e non l’uomo peccatore che cerca di riparare le sue colpe.

Da questo principio fondamentale discendono notevoli conseguenze che cercheremo di evidenziare via via, ma da subito voglio notare il cambiamento di mentalità portato da questa impostazione: è abbandonata decisamente ogni visione legalista e moralista, non si tratta cioè di ristabilire una perduta virtù, ma di rinnovare la relazione con Dio Padre. Questo, rispetto alla mentalità precedente, corrisponde molto di più all’idea biblica di conversione, che è teshuva, ritorno a Dio. Coerentemente quindi il rituale definisce che “scopo della Penitenza è essenzialmente quello di riaccendere in noi l’amore di Dio e di riportarci pienamente a Lui” (RdP 5) non si tratta di soddisfare delle esigenze di giustizia, ma di ripristinare l’Alleanza ferita o distrutta dal peccato!

Confrontiamo subito questa affermazione con la prassi vissuta nelle nostre comunità. Non avvertiamo una dissonanza insopportabile? Quante volte ci accade di celebrare la Riconciliazione come ritorno a Dio piuttosto che come ripristino della giustizia? Non è forse vero che al contrario il più delle volte ci si concentra sui peccati piuttosto che sul penitente e dunque sulla colpa piuttosto che sulla conversione? Eppure già S. Tommaso diceva che materia della confessione non è l’accusa dei peccati, ma “ipse homo poenitens”! Ipse homo. Su di lui, sul penitente e non sulle sue colpe dovrebbe focalizzarsi tutta la nostra attenzione!

Cosa dobbiamo fare allora? Come riportare la prassi del sacramento alla sua verità? Poiché mi rivolgo a dei sacerdoti farò solo dei brevissimi cenni sulla parte che riguarda il penitente, per concentrarmi invece su quello che deve essere il ruolo del ministro della Riconciliazione.

Cominciamo parlando della contrizione. Abbiamo detto che la materia del sacramento è ipse homo poenitens, la verità della contrizione assume quindi una portata fondamentale, quasi ad validitatem. Rispetto all’impostazione tridentina, però, il nostro rituale mette molto di più l’attenzione sul fatto che la conversione non è un evento isolato, ma un cammino, un processo dinamico (“il peccatore che intraprende il cammino della penitenza fa ritorno al padre” – RdP 5), quindi l’attenzione del ministro non deve essere rivolta tanto alla perfezione della contrizione, quanto alla sincerità del cammino iniziato, ed il suo compito sarà proprio quello di aiutare il penitente in questo processo.

Che cosa è dunque la conversione? Sicuramente il dolore dei peccati ne fa parte, ma questo dolore non va inteso come un senso di colpa per il male commesso, ma piuttosto come il dolore di aver tradito l’Alleanza con Dio. La conseguenza è che la contrizione non può esaurirsi nel detestare il peccato, ma deve muoverci verso un vero desiderio di imitare Cristo. Citando la Costituzione Apostolica Poenitemini il rituale scrive: “al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la metànoia, cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio” (RdP 6a). Dunque la contrizione non è solo dolore dei peccati, ma esprime innanzitutto una adesione gioiosa, non è solo la consapevolezza di un fallimento, ma molto di più e molto prima è la certezza di una chiamata ad un progetto più alto e più grande.

Questo dunque è l’orizzonte in cui dobbiamo muoverci, questa è la meta a cui dobbiamo guidare la nostra gente, questi i sentimenti che dobbiamo suscitare. E l’arte del ministro della Riconciliazione consiste appunto nell’aiutare il penitente ad uscire dal senso di colpa ed entrare in un pentimento vero. Per fare questo la prima cosa da ricordare è che solo Dio conosce il nostro peccato, sia perché solo Lui è in grado di misurarne la portata e il senso, sia perché a causa del peccato stesso la nostra coscienza è ottusa e sorda, sia perché il peccato, ogni peccato, è rottura di una relazione e quindi solo dentro questa relazione si può comprenderne il dramma e la gravità. Per condurre il penitente ad una vera contrizione quindi la prima cosa da fare è ricordargli la misericordia di Dio: molto prima del giudizio viene la misericordia!

Varrebbe la pena a questo proposito di spendere due parole sull’abuso della metafora giudiziale applicata alla Penitenza: ben strano tribunale è quello in cui il giudice, l’avvocato difensore e il principale testimone a favore sono la stessa persona! Negli ultimi secoli purtroppo l’abuso di questa metafora ha prodotto pesanti distorsioni nella prassi pastorale. Distorsioni che devono essere ancora presenti se diverse volte il Papa ha raccomandato che la Confessione non sia “una camera delle torture”! (Cfr. EG 44) In effetti fu il concilio di Trento ad introdurre l’immagine del processo riferita al rito della Riconciliazione, ma in quel contesto essa aveva unicamente il senso di stabilire che la parola del ministro, “come una sentenza”, è una parola performativa, efficace, che realizza ciò che dice. Non si tratta quindi di giudicare le colpe commesse dal penitente che ci sta davanti, come se spettasse a noi stabilirne il grado di colpevolezza e comminare la pena, ma piuttosto di aiutarlo in un vero processo di conversione: non importa ciò che è stato fatto, ma la sincerità e profondità del pentimento, e il nostro compito, ancora una volta, più che di giudicare i comportamenti è quello di stimolare e rafforzare la penitenza, ben sapendo che la conversione, appunto perché è un processo dinamico, a volte inizia con gesti molto piccoli e del tutto insufficienti a riparare la colpa commessa. Non per nulla nella struttura liturgica del Sacramento il perdono viene concesso prima della soddisfazione, e quindi non ne dipende. Questo del resto corrisponde perfettamente alla struttura della parabola di Lc 15, in cui il Padre invita a far festa ben prima che il figlio minore metta in atto i suoi propositi di espiazione.

Poiché compito del ministro è guidare il penitente in una vera conoscenza del suo peccato, questi deve agire veramente in persona Christi, deve cioè essere capace egli stesso di sentire dolore per il peccato commesso (Cfr. Eb. 5,1-3) e pronto ad offrire se stesso in espiazione. Non si insisterà mai abbastanza su questo, e lo dico tremando se penso a quante volte io stesso ho amministrato indegnamente il perdono: per guidare gli uomini alla conversione e alla riconciliazione dobbiamo farci carico delle loro colpe ed essere pronti ad espiarle nella nostra carne in maniera vicaria, esattamente come ha fatto Cristo. Non si può essere ministri della Riconciliazione senza essere intercessori di misericordia! Il compito del ministro nel sacramento non è semplicemente notarile e la Grazia è data gratis al penitente, sì, ma è pagata cara invece dall’intercessore. È commovente a questo proposito la testimonianza dei grandi confessori, penso a padre Pio, ad esempio, a Leopoldo Mandic, al curato d’Ars… Ma se penso invece alla fretta e alla superficialità, a volte perfino il fastidio, con cui io stesso amministro il sacramento… ecco, di questo ogni volta mi dovrei confessare! Nel giorno della nostra ordinazione abbiamo promesso di conformare la nostra vita ai misteri che celebriamo, e normalmente riferiamo questa promessa all’Eucaristia, ma altrettanto dovremmo conformarci al mistero della Riconciliazione!

Per questo il Rituale dice che il confessore “svolge un compito paterno, perché rivela agli uomini il cuore del Padre” (RdP 10c). Egli impersona il padre buono della parabola di Lc 15, per questo sottolinea che “quando il penitente si presenta per fare la sua confessione, il sacerdote lo accoglie con bontà e lo saluta con parole affabili e cordiali” (RdP 41). Quanta differenza con il manuale dei confessori di S. Roberto Bellarmino, in cui si sottolineava che il confessore deve restare seduto di fronte al penitente “sia che esso sia un principe, sia che sia un povero”, per manifestare la somma maestà del Giudice Universale! Questa nota ha un suo preciso significato: la benevolenza e la tenerezza entrano in maniera essenziale nell’azione liturgica della Chiesa! Non si tratta quindi di qualcosa lasciato alla libera iniziativa del singolo sacerdote o affidato esclusivamente alla sua personale disposizione, ma al contrario egli è chiamato in quel momento ad assumere in sé i sentimenti del Padre che, quando il figlio era ancora lontano, “lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,20).

Ma prima di entrare nei dettagli della ars celebrandi, vorrei sottolineare ancora qualcosa riguardo ai requisiti richiesti al ministro del sacramento, perché evidentemente non basta un cuore benevolo ad incarnare il Padre. L’introduzione sottolinea che “per svolgere bene e fedelmente il suo ministero, il confessore deve saper distinguere le malattie dell’anima per apportarvi i rimedi adatti, ed esercitare con saggezza il suo compito di giudice” (RdP 10a). Per fare questo deve possedere le virtù di scienza e prudenza, che si sviluppano “con uno studio assiduo sotto la guida del Magistero della Chiesa e soprattutto con la preghiera”. Questo significa che non è compito del confessore proporre interpretazioni o teorie stravaganti, egli non sta agendo in nome proprio, ma a nome di Cristo e della Chiesa e deve quindi parlare con una voce ecclesiale, anche perché altrimenti non condurrebbe le persone al Padre, ma a se stesso.

Non si tratta naturalmente di applicare in maniera meccanica la verità teologica alla vita delle persone, altrimenti basterebbe un computer per esercitare il ministero! Per questo accanto allo studio assiduo è richiesta la preghiera, perché come diceva S. Teresa Benedetta della Croce “non c’è verità senza carità né carità senza Verità”, quindi allo studio teologico bisogna affiancare la costante ed affettuosa comunione con il cuore di Dio.

A questo proposito mi preme sottolineare un aspetto importante: quando il rituale parla di “distinguere le malattie dell’anima” intende qualcosa di totalmente diverso dall’azione dello psicologo e se pure una certa conoscenza della psicologia può essere utile al ministero del confessore, bisogna però sempre ricordare che essa è una scienza sussidiaria, non certo la principale! Il ministero dello psicologo e quello del confessore sono totalmente diversi: il primo ha come obbiettivo la sanità, il secondo la santità, il primo lavora sul passato della persona, il secondo sul suo futuro, il primo vuole rimettere in contatto l’individuo con il proprio sé, il secondo ristabilire la comunione con il Padre, e così via…

è molto importante ribadire oggi questa distinzione di ruolo, perché non pochi penitenti, anche per una comprensibile reazione ad una tendenza moralista del passato, tendono ad interpretare il sacramento della Riconciliazione come una sorta di psicanalisi dei poveri, finendo così con il confessare, più che i propri peccati, i propri stati d’animo e i propri sentimenti. La Riconciliazione così diventa, anziché il luogo in cui rinnovare la comunione con Dio, lo sfogatoio delle proprie frustrazioni o peggio il tribunale dei sentimenti, che invece, in se stessi, non sono mai colpevoli. Nei casi peggiori questa colpevolizzazione dei sentimenti piuttosto che dei peccati porta a malattie spirituali molto gravi.

Le malattie dell’anima di cui parla il rituale non sono le nevrosi, quanto piuttosto il peccato e le sue conseguenze sulla vita. Per distinguerle quindi, molto più della psicologia, occorre avere imparato l’arte del discernimento degli spiriti, ovvero “l’intima cognizione dell’opera di Dio negli uomini: dono dello Spirito Santo e frutto della carità” (RdP 10a). il grande maestro del discernimento degli spiriti nella spiritualità latina è S. Ignazio, e sono certo che tutti voi avete familiarità con gli Esercizi Spirituali, quindi non mi dilungo troppo su questo punto. Vorrei invece provare a raggiungere la stessa vetta passando per un altro sentiero, quello dei Padri.

Origene, nel Commento al Cantico dei Cantici, getta le basi della teologia dei sensi spirituali, ripresa poi da numerosi Padri fino a S. Bonaventura che nella Chiesa latina è quello che forse ne dà la descrizione più compiuta. Credo che per avere un autentico discernimento degli spiriti un confessore debba avere dei sensi spirituali molto acuti, dobbiamo quindi imparare a svilupparli. Cosa sono i sensi spirituali? Sono la capacità di sentire la presenza di Dio negli eventi della vita quotidiana, quella capacità di “buscar Dios in todas cosas”, come la definiva Ignazio.

La dottrina dei sensi spirituali è fondata sulla antropologia di Ireneo (basata a sua volta su quella di Paolo), non è questa evidentemente la sede per una discussione approfondita di antropologia teologica, ma conviene richiamare alcune basi: secondo Ireneo l’uomo è un essere tripartito, in cui sono presenti la carne, la psiche e il Soffio. Questa impostazione rispetto a quella tomista, di evidente derivazione aristotelica, ha il vantaggio di mostrare subito che l’uomo non può nemmeno essere pensato senza il legame con Dio.

La conoscenza dunque avviene secondo le tre dimensioni che compongono l’uomo: esistono dei sensi carnali, dei sensi psichici e dei sensi spirituali. Per capire la differenza provo a spiegarmi con un esempio: io amo molto, quando posso, andare a pregare i vespri in qualche abbazia benedettina o cistercense. Cosa mi dicono i miei sensi mentre faccio questa esperienza? I sensi carnali vedono la bellezza dell’architettura, ascoltano la sublimità del canto gregoriano eccetera, ma di per se da questa esperienza ancora non posso dedurre la presenza di Dio, i sensi psichici “vedono” la devozione e la comunione che unisce quei venerabili monaci, ma anche da questo di per se non si può dedurre la presenza di Dio. Ho bisogno dei sensi spirituali per potermi rendere conto che Dio è lì, presente in quel momento. È questo il motivo per cui Gesù dice a Pietro “né la carne né il sangue te lo hanno rivelato”.

I sensi spirituali hanno a che fare con il gusto, sono la facoltà con cui noi possiamo gustare la presenza di Dio. Come scrive Diadoco di Fotica: “Quando l’organismo è sano, con il senso del gusto noi sappiamo distinguere ciò che è buono da ciò che è cattivo. Così è della nostra anima, quando è in perfetto equilibrio. Pure in mezzo a mille affanni è in grado di godere pienamente della consolazione divina. Anzi, può conservare a lungo il ricordo della sua dolcezza.” (Diadoco di Fotica, Capitoli sulla perfezione spirituale).

Per fede noi sappiamo che in un certo modo Dio è presente in ogni uomo e in ogni cosa creata, ma la sua presenza non è dappertutto uguale, in alcuni casi è più velata ed in altri è più evidente, e se è facile cogliere la presenza di Dio in una madre Teresa è ben più difficile vederla in un povero peccatore come il sottoscritto. Abbiamo quindi bisogno di affinare i nostri sensi spirituali per allenarci a cogliere la presenza di Dio in ogni cosa, soprattutto nel peccatore che ci sta davanti nella celebrazione del Sacramento.

Avevo promesso che non mi sarei messo a predicare e quindi resisto alla tentazione di tentare di spiegarvi come purificare ed affinare i sensi spirituali, sia perché siete probabilmente migliori di me in questo, sia perché per poterlo fare avrei bisogno di una maturità e di una interiorità che ancora non ho raggiunto. Noto soltanto che il Signore dice “beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”, la purezza di cuore quindi è una condizione necessaria per avere dei sensi spirituali sviluppati e un cuore puro è innanzitutto un cuore che ama.

Dunque i sensi spirituali si affinano con l’esercizio dell’amore. Come impariamo a gustare il cibo, distinguendo i sapori e apprezzandoli in tutte le loro sfumature attraverso l’esperienza, così è per la vita spirituale: il costante esercizio della meditazione, lo sforzo abituale di cercare Dio in ogni cosa, ci allena e ci affina sempre di più nella capacità di cogliere i segni del suo passaggio. Quanto più ci abituiamo a godere della sua dolce amicizia (come dice l’inno dell’Ufficio delle Letture del Sabato), tanto più ci abituiamo a riconoscere lo stesso sapore di Dio quando lo ritroviamo negli altri. Questo allora è il primo passo del discernimento degli spiriti: imparare a riconoscere il gusto di Dio nella propria vita, e da qui nella vita della persona davanti a noi e così insegnargli a riconoscerlo a sua volta.

Sia i grandi startsy della tradizione orientale che i grandi maestri della tradizione latina avevano quel carisma che i greci chiamavano kardiognosia o conoscenza dei cuori. È degno di nota che molti Padri sottolineano che non c’è niente di miracoloso in questa conoscenza, perché i cuori sono fatti per la comunione, “cor ad cor loquitur” la sentenza di S. Francesco di Sales che il beato Newman aveva adottato come suo motto episcopale è una verità troppo spesso dimenticata. Questo significa che di per sé ciò che impedisce la kardiognosia è il nostro peccato, e un cuore senza peccato è interamente recettivo e pronto a cogliere la verità del cuore che ha di fronte.

Questa conoscenza non è schematica, non si può dividere il mondo dell’esperienza in due campi: spirituale e non spirituale. Tutto a suo modo può essere spirituale. Se la definizione di spirituale è: “ciò che porta a Dio”, non vi è nulla nella vita dell’uomo che potenzialmente non lo sia: la matematica è spirituale, il prosciutto è spirituale, il calcio è spirituale. Non di per sé ovviamente, ma nel fuoco dello Spirito Santo. Perfino il peccato può essere spirituale, tanto che nella notte di Pasqua cantiamo “Felice colpa che hai meritato un così grande redentore”! A rovescio però bisogna notare che anche le attività più devote non sono necessariamente spirituali: la preghiera, la meditazione, la vita comune se non vengono vissute nello Spirito Santo possono essere, ed a volte ahimé lo sono, diaboliche, vie cioè attraverso cui lo spirito del male si insinua nel cuore dell’uomo.

I sensi spirituali sono quindi la capacità di riconoscere l’azione dello Spirito Santo nel cuore dell’uomo e il compito del confessore è quello di aiutare il penitente a riconoscerle a sua volta, in modo da dargli spazio. È questo che ci permette di riconoscere “le malattie dell’anima” e di porvi rimedio. Queste malattie sono ciò che ci impedisce di gustare la presenza di Dio, quelle deformazioni della mente e del cuore che non ci permettono di riconoscere il suo “sapore”. Non si tratta tanto di combattere il male, ma di vincere il male con il bene. Se abituiamo il penitente al gusto delle cose spirituali, se gli insegniamo a godere dell’opera dello Spirito Santo, egli stesso imparerà presto a scartare ciò che non sa di Dio e ad orientarsi invece spontaneamente verso quell’indimenticabile sapore che ha gustato una volta.

Detto questo iniziamo a parlare della ars celebrandi del sacramento. Sottolineo questo aspetto perché è per me fondamentale ricuperare la dimensione liturgica della Riconciliazione. Senza liturgia la Riconciliazione scivola inevitabilmente verso lo psicologismo e l’individualismo. Senza liturgia finisce con l’essere tutta centrata sull’uomo e perde la sua dimensione trascendente, il suo carattere di ritorno a Dio.

Innanzitutto il luogo della celebrazione. Sobriamente il RdP scrive: “Il sacramento della penitenza si celebra nel luogo e nella sede stabiliti dal diritto” (RdP 12). Noto questo per dire che è fondamentale tornare a celebrare la Riconciliazione in Chiesa, davanti al Signore presente nelle specie eucaristiche, al cospetto di tutta la comunità. È ovvio che eccezionalmente si può celebrare il sacramento anche in altri luoghi, come eccezionalmente anche la S. Messa può essere celebrata quasi dovunque, ma la sede ordinaria deve essere assolutamente lo spazio sacro. Come potremo altrimenti insegnare ai nostri fedeli che la Riconciliazione è un incontro con Dio e non con noi stessi se noi per primi non mettiamo Dio in primo piano? Il linguaggio delle immagini è molto più forte di quello delle parole! Per la stessa ragione non si dovrebbe mai omettere di indossare i paramenti sacri, così come non celebreremmo l’Eucaristia in borghese!

Ho già accennato all’importanza dell’accoglienza, questa però non si esaurisce nella manifestazione di sentimenti di affabilità e cordialità, fa parte dell’accoglienza anche la benedizione del penitente (RdP 42), che non va mai omessa, appunto perché come dicevamo nessuno può conoscere il proprio peccato se non è illuminato dallo Spirito. La formula tradizionale “il Signore sia sulle tue labbra e nel tuo cuore perché tu possa conoscere e confessare il tuo peccato” è molto bella, ma RdP suggerisce anche alcune alternative, aprendo lo spazio ad una certa creatività che, con prudenza, è da incoraggiare. Cito ad esempio: “Accostati con fiducia a Dio Padre, Egli non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” o anche “Ti accolga con bontà il Signore Gesù, che è venuto per chiamare e salvare i peccatori. Confida in lui.”

è interessante notare che il rituale propone di iniziare da subito con la lettura della Parola di Dio. Questa non dovrebbe essere mai omessa, a meno che la confessione sacramentale non sia inserita in una più ampia liturgia o la segua immediatamente, nel qual caso il ministro può richiamare la Parola che è stata proclamata in precedenza. La lettura della Parola di Dio infatti è necessaria per due ragioni: innanzitutto mette entrambi, il confessore e il penitente, di fronte a Dio che solo conosce e giudica il peccato dell’uomo e poi è parte essenziale dell’ambiente liturgico della celebrazione del Sacramento. Bisogna sottolineare che iniziare dall’ascolto della Parola di Dio fa si che l’accusa dei peccati sfugga alle secche del moralismo: non sono io che giudico me stesso, ma mi lascio giudicare dalla Parola! Molto spesso anzi il confronto sulla Parola fa emergere nella coscienza del penitente elementi di confessione che da se stesso non era stato capace di riconoscere.

Dopo aver ascoltato la confessione dei peccati il confessore propone al penitente un esercizio penitenziale (RdP 44). Il rituale sottolinea che questo ha due scopi: la soddisfazione dei peccati e l’emendamento della vita e tuttavia onestamente penso che questa formulazione sia piuttosto infelice, un’espressione del clima di compromesso in cui è maturato. Se infatti lo scopo fosse quello della soddisfazione del peccato non avrebbe senso concedere il perdono prima che questa sia avvenuta e chi del resto, come dice il Salmo, “può pagare a Dio il prezzo della sua vita?”. Credo invece che lo scopo sia soprattutto quello presentato per secondo, cioè l’emendamento della vita. Ovvero il ristabilirsi della comunione con Dio. Questo è molto importante perché significa che l’esercizio penitenziale proposto non è in alcun senso commisurato alla gravità del peccato commesso, ma piuttosto è ciò che il discernimento del confessore ritiene necessario per ristabilire la comunione spezzata dal peccato.

A seguire il penitente recita la preghiera dell’atto di dolore e su questa voglio spendere due parole, perché mi sembra che questo sia un momento molto delicato e spesso frainteso del rito. Mentre era in preparazione il RdP, Paolo VI in persona propose alcune formule alternative a quella tradizionale, ma l’iniziativa suscitò fortissime resistenze, tanto che nella redazione finale venne mantenuta la formula tradizionale, giustapponendole otto formule alternative. Purtroppo nella prassi pastorale, forse per la pigrizia dei sacerdoti, le formule alternative sono state praticamente ignorate. Così che a tutt’oggi, quarant’anni dopo l’introduzione del RdP, la stragrande maggioranza dei cristiani conoscono solo la formula tradizionale. Questa però è figlia di una cultura e di una percezione del sacramento completamente estranea a quella del rituale e adottandola si nega nei fatti tutto ciò che è stato affermato in precedenza. Mi limito ad alcune brevi considerazioni: 1) è impensabile che un cristiano possa chiedere perdono dei suoi peccati senza rivolgersi a Dio come Padre e senza menzionare l’opera redentrice del figlio! Un ebreo, un musulmano o perfino un deista potrebbero recitare questa medesima preghiera senza alcuna difficoltà dottrinale. 2) al centro dell’attenzione non c’è la misericordia del Dio che perdona, ma la buona volontà del penitente che promette di emendarsi, come se la conversione fosse frutto solo della nostra volontà e non della Grazia. Detto in due parole questa preghiera è sostanzialmente pelagiana! 3) non c’è alcun riferimento alla sacra scrittura, ma piuttosto ad una idea filosofica, sostanzialmente platonica, di Dio come sommo bene. Questa concezione di Dio non può che condurre al moralismo.

Da ultimo voglio sottolineare il gesto dell’assoluzione. Innanzitutto bisogna dire che il termine assoluzione non è da intendere nel senso giuridico, ma piuttosto nel suo senso etimologico che indica lo sciogliere una catena, infatti non si deve mettere l’enfasi sulla metafora giudiziale, come abbiamo visto, ma piuttosto sull’aspetto della liberazione. Poiché ormai in italiano il verbo assolvere si usa esclusivamente nel senso giuridico mi piacerebbe quindi che non parlassimo più di assoluzione, ma di liberazione.

L’altra cosa importante da notare è che nei lunghi dibattiti scolastici, concentrati sul problema della validità del sacramento si è finito con il restringere la formula della liberazione alle sole parole “ego te absolvo”, ma se il rito è inserito in un quadro liturgico allora tutta la formula è importante e va recitata per intero.

Notiamo un paio di cose su questa formula: innanzitutto presenta la liberazione come un’opera della Trinità tutta intera: Padre, Figlio e Spirito Santo agiscono insieme nella salvezza del peccatore! Poi si fa riferimento alla Pasqua, da cui proviene ogni salvezza e liberazione e non solo al mistero della croce, ma correttamente alla morte e alla Risurrezione. Infine è menzionato il dono della pace come frutto del perdono. Questo è molto importante, perché mette in luce che lo scopo della Riconciliazione non è soltanto la salvezza eterna, ma la pace dell’anima qui e adesso.

La confessione quindi si conclude con il rendimento di grazie (RdP 47). Anche questo non deve mai mancare, anzi sarebbe bene che fosse ampliato rispetto al rito, proprio per sottolineare come l’assoluzione ha ripristinato la Grazia battesimale, liberando il Figlio di Dio che in noi languiva in catene. Non sarebbe male, ad esempio, invitare il penitente dopo la confessione ad un prolungato momento di ringraziamento davanti al tabernacolo, oppure a partecipare quanto prima al Grande Ringraziamento che è la celebrazione eucaristica. Questo avrebbe anche il valore di sottolineare il legame strettissimo che intercorre tra i due sacramenti.

1 Commento

Archiviato in Spiritualità, Vita da prete

Una risposta a “Confessore o padre di misericordia?

  1. Giampy

    La dottrina millenaria della Chiesa non è una storia o una Storia, ma fonte di continua, necessaria ricapitolazione per facilitare l’accesso di tutti noi alla amicizia con Dio.
    Questo mi viene da dire dopo aver letto questa meraviglia.
    Grazie.

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