La grazia di non sposarsi

Provocato dalla bella riflessione di fr. Filippo Maria sul blog di Costanza ho pensato di ripubblicare una nota che scrissi tre anni fa su FB a proposito del dono del celibato. La nota è molto lunga, quindi la dividerò in due parti.

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Innanzitutto va detto con franchezza che il celibato è in se stesso dottrina ecclesiastica e non viene direttamente dalla Rivelazione, sebbene infatti sia Paolo che Gesù lo raccomandino tuttavia non si sono mai sognati di renderlo obbligatorio per chicchessia, questo però significa che fin dall’inizio della storia della Chiesa ci sono stati uomini e donne che hanno scelto la “verginità per il Regno”. All’incirca intorno all’anno 1000 la Chiesa ha cominciato a scegliere i suoi preti solo tra coloro che avevano questa vocazione alla verginità. Il Concilio di Trento ha poi reso irreversibile questa scelta, facendone una legge ecclesiastica.

Si deve notare quindi innanzitutto che è improprio dire che la Chiesa impone il celibato ai sacerdoti, quanto piuttosto che li sceglie tra coloro che sono chiamati al celibato. Non è una questione di lana caprina, ma una differenza di impostazione sostanziale, ovvero: il dono della verginità (perché di un dono si tratta come vedremo tra poco) precede quello del sacerdozio e ne è in certo modo un presupposto. Uno dei motivi per cui l’aspirante passa 5 o 6 anni in seminario prima di essere ordinato è proprio per verificare se ha effettivamente questo dono.

Dunque la verginità è un dono, è un dono perché è soprannaturale. È infatti al di là della natura astenersi non solo dall’esercizio della sessualità ma soprattutto dalla generazione (vi assicuro che superate le tempeste ormonali della giovinezza questo secondo aspetto pesa assai di più) e conservarsi equilibrati e sereni nei propri rapporti umani, tuttavia non deve scandalizzare il fatto che la Chiesa domandi a quelli che devono ufficialmente rappresentarla di vivere al di sopra della natura umana, non siamo forse tutti chiamati a trascendere la nostra natura, ad essere “più che umani” in un certo senso? Non è pieno il Vangelo di esigenze che vanno al di là della natura (dal perdono delle offese, all’amore al nemico al non cercare il proprio interesse)?

Ma soprattutto la verginità è un dono per ciò che produce nell’animo di chi la esercita. Premetto innanzitutto che non è da intendere in senso soltanto fisico, esiste una verginità del cuore di cui la verginità fisica è il presupposto, ma che di questa è la vera sostanza, per capirci non vivrebbe la verginità colui che pur astenendosi dal contatto fisico si consumasse di desiderio. Ora questa verginità del cuore produce nell’animo di chi la vive una libertà sorprendente (che i santi chiamano “la santa indifferenza”) una capacità cioè di trascendere i propri desideri, di liberarsi di essi, per guardare solo all’oggettivo, a ciò che è, di concentrarsi interamente ed esclusivamente sulla propria missione. Essere vergini significa esistere solo per la propria vocazione, diventando così affilati come una lama, precisi come un rasoio, attenti ad una cosa sola. Per dirla con le parole di Von Balthasar, vergine è colui nel quale “funzione ed essenza coincidono”.

Ma c’è di più di questo, la verginità infatti consente un rapporto con Dio infinitamente intimo. Il vergine percepisce Dio come il suo sposo/a e trae dall’intimità con Lui quella pienezza affettiva che si è negato con il matrimonio. Questo non vuol dire ovviamente che gli sposati non possono pregare, ma solo che la natura del rapporto con Dio è differente.

Evidentemente un dono simile non è gratuito, nel senso che il sacerdote nella sua vita lo paga e a caro prezzo, il sacerdote più del religioso, perché i conventi offrono una serie di strutture e regole che hanno precisamente la funzione di aiutare a vivere la vocazione alla verginità. Il prezzo che paghiamo è quello di una sofferenza continua, è un po’ come avere una ferita sempre aperta, una solitudine che morde specialmente nei momenti difficili della vita (un lutto, una malattia) quando è più naturale sentire il desiderio di una persona accanto, ma anche la sera prima di andare a dormire o la mattina al risveglio e tuttavia l’esperienza che facciamo è che questa sofferenza è continuamente mutata in tenerezza. Dalla ferita che ci scava il cuore scaturisce una fonte, se abbiamo il coraggio di non richiuderla e di non farla cicatrizzare.

Proprio perché conosco bene questa fatica e questa sofferenza non mi permetterò mai di giudicare o condannare chi non ce la fa, i sacerdoti che cedono hanno tutta la mia comprensione e il mio affetto e tuttavia questo non può portarmi a negare gli immensi benefici che dalla pratica del celibato ecclesiastico derivano sia alla vita del prete (come già detto) sia alla vita della Chiesa. Non sono pochi infatti quelli che si chiedono se questo prezzo non sia troppo alto (più tra i laici che tra i sacerdoti in verità) e se non ne siano venute meno le ragioni storiche. A questo proposito vorrei quindi far notare la convenienza del celibato, non solo per le motivazioni spirituali che ho già portato ma anche per una serie di considerazioni pastorali e pratiche.

Innanzitutto penso che il celibato è particolarmente opportuno proprio in un tempo come questo, dove il sesso sembra essere diventato una forza così onnipervasiva e totalizzante da essere quasi divinizzato, dove la pubblicità vorrebbe farci vivere in uno stato di continua eccitazione, quasi che dovessimo avere una erezione permanente, dove i vizi più o meno pubblici vengono giustificati con un’alzata di spalle dicendo “in fondo è umano”, è fondamentale che ci siano uomini e donne che invece hanno il coraggio di testimoniare con la propria vita che il sesso non è tutto, che si può rimanere persone equilibrate e serene anche nell’astinenza. E’ una vera funzione profetica, un attacco diretto al più grande idolo del nostro tempo (Priapo più che Venere). Credo quindi che sarebbe un gravissimo errore da parte della Chiesa “abbassare il prezzo” e rinunciare a questa profezia.

Molte volte sento dire che per evitare il rischio di coinvolgersi in certi scandali e situazioni grottesche (pedofilia etc.) Sarebbe bene che i preti si sposassero. Ora, a parte il fatto che le statistiche sulla pedofilia confermano che non c’è affatto un’incidenza maggiore di questo vizio nei preti rispetto ad altre categorie che pure si occupano di bambini (insegnanti, allenatori etc.), io non credo affatto che la soluzione di un problema personale possa essere l’abbassamento del proprio obiettivo esistenziale, è cattiva psicologia questa. Del resto le statistiche sui pastori protestanti (che vengono spesso portati ad esempio in questa discussione) provano che il matrimonio non diminuisce affatto le tensioni a cui un pastore è sottoposto, anzi, semmai ne pongono di nuove e diverse, ho amici pastori che tutto sommato mi invidiano la mia condizione di celibe. Lo sapevate che il 40% dei pastori protestanti divorziano? Ve lo immaginate che cosa potrebbe succedere se accadesse la stessa cosa nella Chiesa cattolica?

Si sente altresì dire che se venisse tolto l’obbligo del celibato avremmo più vocazioni, ammesso e non concesso, io non credo che il problema maggiore della Chiesa sia la scarsità dei sacerdoti, sono pochi è vero, ma per risolvere questo problema basterebbe ridisegnarne il ruolo e la funzione. Non credo che abbiamo bisogno di più preti, ma semmai di preti più santi.

Da ultimo una piccola considerazione su come vivere oggi questo dono. È chiaro che un prete in parrocchia non può isolarsi dal mondo femminile, non può per la sua missione (almeno il 70% delle persone che frequentano ordinariamente le nostre chiese sono donne) e soprattutto sarebbe anzi controproducente, finirebbe con l’innescare in lui quella morbosità del desiderio che come ho detto sopra è lontana dalla verginità quanto la satiriasi.

Al contrario io penso che sia importantissimo per vivere in maniera equilibrata il celibato (almeno per noi che viviamo in parrocchia e quindi nel mondo), avere buone amicizie femminili, ricordo la sorpresa di una webamica quando alcuni mesi fa proponendole di incontrarci personalmente l’ho invitata a cena, era così sbalordita che mi fece sorridere, evidentemente come donna non poteva immaginare di avere un rapporto normale con un prete, si chiedeva perfino se mi fosse possibile…

Il celibato per noi preti secolari quindi non consisterà nel chiudersi in una impenetrabile torre d’avorio senza comunicare a nessuno la nostra affettività, ma al contrario in una verginità del cuore che ci permette di rischiarci ogni giorno nei rapporti umani, di “abbracciare senza voler tenere” le donne che incontriamo.

Sì, il celibato non è per persone anaffettive, per i polli freddi, ma per uomini e donne che sanno amare davvero e tuttavia avendo rinunciato a se stessi vivono in un dono continuo.

continua

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