Un’epifania privata

Come sempre dobbiamo ringraziare quelli che ci combattono, perché ci costringono a interrogarci, a guardarci dentro e a ri-scoprire ciò che siamo ed abbiamo e che abbiamo dimenticato. Così mai come in questi tempi stiamo assistendo nella Chiesa ad una riscoperta e ad una valorizzazione di quel tesoro che è la famiglia fondata sul matrimonio, si moltiplicano le iniziative e le riflessioni e pian piano si sta delineando una spiritualità della famiglia di cui certo il nostro tempo ha bisogno.

Ieri ho visto due cose differenti e contrastanti, due “segni dei tempi” appunto, che mi hanno indotto ad una lunga riflessione che desidero condividere con voi. Il primo, la lunga lettera pubblicata su un quotidiano di una donna che raccontava dei suoi rapporti con una coppia gay che ha per vicini di casa, il secondo un gesto d’amore, sbirciato quasi di nascosto.

Di quella lettera mi ha colpito un passaggio in particolare, in cui l’autrice metteva a confronto la vita sua e del marito con quella dell’altra coppia, dicendo che è più o meno la stessa, con la differenza che la coppia sposata (avendo tra l’altro due figli) è costretta a tirare la cinghia come si dice, o quantomeno a misurare le spese, mentre l’altra passa buona parte del suo tempo uscendo la sera, dandosi a feste, viaggi e quant’altro.

La cosa mi ha colpito non in relazione all’omosessualità, infatti so bene che questo stile di vita è comune a tante coppie sposate regolarmente, tanto è vero che l’autrice della lettera manifestava la sua invidia per questo stile di vita, quanto perché mi sembra che questo modo di impostare la vita sia in sé incompatibile con l’essere famiglia. Si manifesta in esso una fuga dalla normalità, una paura del quotidiano, del gesto ripetitivo, abitudinario, un voler sfuggire alla noia, vista come la grande nemica della vita, che è poi in sostanza paura di invecchiare, in ultima analisi di morire.

Chi potrà comprendere che il gusto e la bellezza della vita in famiglia è invece proprio la gioia di invecchiare insieme? In questa illusione che ci spinge a voler perpetuare l’adolescenza fino a 80 anni e oltre, come meravigliarsi se nella fretta di bruciare la vita diventa sempre più raro e difficile stabilire rapporti duraturi e al contrario si cercano forme di rapporto sempre meno coinvolgenti e responsabilizzanti?

Come stupirsi se nessuno più sembra comprendere che il vivere insieme accanto a diritti pone anche doveri? Ecco perché assistiamo al progressivo disfacimento della responsabilità nei confronti del compagno, dai divorzi sempre più facili fino al tentativo di istituzionalizzare forme di rapporto ancor meno responsabilizzanti del matrimonio.

Mentre ero occupato in questi pensieri mi è capitato di osservare per caso una coppia intenta a cambiare i pannolini al figlio, senza volermi intromettere in quello che con tutta evidenza era un momento privatissimo, sono rimasto incantato, non visto, a osservarli.

Era un gesto abituale, ripetuto chissà quante volte, la cosa più normale del mondo, ma al tempo stesso non c’era niente di meccanico o di scontato, c’era al contrario una pienezza d’amore che circolava tra i tre che stordiva. Ogni singolo gesto, era carico di un amore infinito, l’amore dello sposo per la sposa e della sposa per lo sposo, l’amore di entrambi per il frutto del loro amore e di questi per loro, fatto di carezze, di sguardi, di intesa giocosa, di tenerezza che non può mai annoiare…. Mi sono sorpreso a pensare: “Dio è qui!” ed avevo voglia di inginocchiarmi di fronte a quella epifania privata, che si dischiudeva davanti a me, non l’ho fatto solo per non rompere la magia del momento.

Ecco, questa è la famiglia fondata sul matrimonio, il luogo in cui Dio si manifesta nel quotidiano, nel feriale, il luogo in cui i gesti abituali rivestiti dell’amore coniugale, riempiti di grazia nel sacramento del matrimonio, vengono consacrati e diventano presenza di Dio.

Così la realtà si trasfigura, diventa Eucaristia, corpo di Cristo. Gesti quotidiani e semplici, assunti in piena consapevolezza, rivelano il Dio incarnato, il Dio a cui Maria cambiava i pannolini. Nella vita in famiglia si scopre Dio presente ad ogni angolo, innanzitutto proprio in questa immersione nella realtà.

Si, essere famiglia e’ godere della corresponsabilità, è assumere la realtà contro l’evasione, chi vive in famiglia non può non essere realista, perché è costretto alla realtà da un quotidiano confronto con l’altro che non si lascia ridurre a complice o compagno di giochi proprio per via della presenza dei figli, vera o potenziale, che cambia tutta la prospettiva del vivere insieme. Per alcuni questa è una catena insopportabile, è invece giunto i momento di dire forte e chiaro che questa è una benedizione! È ciò che custodisce la nostra umanità nel dilagare di una barbarie sempre più invadente.

Proprio questo “realismo” della famiglia è ciò che le ha consentito di sopravvivere a qualsiasi ideologia.

Almeno finora, perché se l’uomo perde l’amore per la realtà e comincia a vivere in una perenne adolescenza, ci sarà più chi si assuma la responsabilità di essere padre o madre?

Mi spaventa l’idea di una società di adolescenti incapaci di generare, mi richiama alla mente l’allucinata profezia di un grande poeta, T.S. Eliot, che in un suo poema scriveva:

“Siamo gli uomini vuoti/ Siamo gli uomini impagliati/ che appoggiano l’uno all’altro/ la testa piena di paglia/ (…)/ Figura senza forma, ombra senza colore,/ forza paralizzata, gesto senza movimento./ Coloro che han traghettato/ con occhi dritti, all’altro regno della morte,/ ci ricordano, se pure lo fanno, non come anime/ perdute o violente, ma solo/ come gli uomini vuoti,/ gli uomini impagliati.” (T.S. Eliot – “The Hollow Men”)

Perché proprio questa adolescenza senza fine è quel “gesto senza movimento” quell’anelito vuoto che caratterizza gli uomini impagliati nel loro ripetersi “vorrei, ma non posso”.

Così perfino nella nostra preghiera a volte, nella nostra stessa fede, ci lasciamo imprigionare da logiche adolescenziali, scambiamo la realtà dello Spirito (molto più “spessa e concreta” della realtà della materia) per i nostri sentimenti o peggio ancora per i nostri desideri.

Si, la vita in famiglia è un aiuto formidabile a restare “con i piedi per terra”, ancorati a quella terra su cui Dio si è fatto uomo, senza cercare o sognare una idealità irraggiungibile che in realtà è nemica della fede.

Torniamo ad essere uomini di carne, riprendiamoci la realtà, quella ruvida, fatta di piccoli doveri e piccoli gesti d’amore, ma che sommati tra loro costruiscono la più grande opera umana, quella che ha nome: Fedeltà. Torniamo alla realtà che ci è donata, perché in essa e non nelle nostre velleità è nascosto il grande Dono di Dio, l’incontro con Suo Figlio fatto uomo.

1 Commento

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Una risposta a “Un’epifania privata

  1. 61Angeloextralarge

    Grazie di cuore!

    Mi piace

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